La pace e la fine delle ideologie
Stefano Scabellone 09:11 Lunedì 12 Gennaio 2026 0
In un saggio su Guerra e società industriale del 1957, Raymond Aron dice che la pace, che Comte considerava connaturata alla società industriale in quanto contrapposta alla società fondata sul potere dei guerrieri, basata su di un universale sistema di credenze e sul rispetto reciproco “è oggi messa fuori causa dalle passioni e dalle ideologie”. Le “passioni e le ideologie” limitano la possibilità di una pace effettiva a fronte dell’assurdità di una guerra totale che vorrebbe dire fine della civiltà umana. Quindi a fronte de “l’assurdità della guerra totale e l’impossibilità di una pace effettiva, le speranze dell’umanità sono relegate alla possibilità di limitare la guerra”.
Quindi gli ottanta anni di pace che, almeno nell’occidente europeo sono seguiti alla fine del secondo conflitto mondiale, non sono stati altro che una partita tra due protagonisti consapevoli dell’impossibilità della guerra seguendo regole di reciproca tolleranza tra le grandi potenze, secondo cui che “nessuna parte deve spingere all’estremo uso della forza, … nessuno si senta in pericolo di estinzione, … nessuno voglia estorcere all’altro una resa incondizionata, … nessuno cerchi di raggiungere obiettivi incompatibili con gli interessi vitali dell’altro”.
Sulla base di questa constatazione Aron, nel 1957, si interrogava sul futuro domandandosi se la società industriale dell’atomo e dell’elettronica sarebbe mai riuscita a superare la repressione causata da questa presenza più o meno occultata della guerra nelle relazioni in cui aveva fallito la civiltà industriale del carbone e dell’acciaio. A questo proposito Aron propone un esperimento mentale: “in quali condizioni è possibile concepire la transizione dalla guerra non-totale, fondata sulla paura reciproca, ad una pace basata sul desiderio di non-violenza?”.
Per la realizzazione di questo desiderio di non-violenza sono, per Aron, necessarie tra condizioni. Tre condizioni che, possiamo dire, in parte sono state realizzate dagli anni Ottanta in poi portando le relazioni internazionali non in prossimità di quanto auspicava Aron, ma verso una sorta di reset delle condizioni iniziali. Un reset che però, fatto salvo il vincolo dell’impossibilità della guerra totale, ci pone di fronte a due alternative: la messa al bando delle guerre non-totali per la quale si richiede la salvaguardia dell’evoluzione del sistema internazionale post ’89; oppure la proliferazione di queste fino all’istaurazione di un nuovo equilibrio della “paura reciproca”. Infatti, nell’esperimento di Aron, la rottura e la fine dell’equilibrio della “paura reciproca” (che piace tanto ai fanatici del mondo pre ’89) dipende dal realizzarsi di tre principali condizioni, tre condizioni che, possiamo dire, hanno caratterizzato l’evoluzione politica internazionale, ma anche interna alle nazioni, della seconda parte dello scorso secolo e di fine millennio.
Ecco quali sono le condizioni individuate da Aron nel suo esperimento mentale: la prima riguarda “la diminuzione del divario tra minoranza privilegiata e la massa dell’umanità che annaspa nell’indigenza”. Oggi, per certi versi questo divario ha assunto dimensioni nuove. Infatti, il divario è cresciuto all’interno della stessa “minoranza privilegiata” ma, grazie agli effetti della globalizzazione del commercio, è diminuito nei confronti dei più popolosi dei paesi che una volta erano considerati terzi, come India e Cina. I nuovi presupposti di questo divario hanno avuto effetti sul nuovo scenario globale con l’ingresso di nuovi protagonisti nell’equilibrio della “paura reciproca”. Qui la domanda che bisogna porsi è: quanto questi nuovi protagonisti siano interessati a mantenere questo equilibrio, questo gioco, oppure quanto vogliano concorrere ad affermare quelle condizioni poste dall’esperimento di Aron.
E così arriviamo alla seconda condizione individuata da Aron: “la costituzione di nazioni disposte ad accettarsi reciprocamente nella comunità internazionale”. Questa in effetti è quella condizione che sembrava prevale dopo il fatidico ’89 e che aveva fatto salutare la nuova era come “fine della storia” e avvento dell’era delle democrazie. Il primo ventennio del nuovo millennio ha visto, al contrario, un’accelerazione della storia a scapito dei presupposti che annunciava la nuova era. Oggi, anni in cui vengono denunciati gli organismi internazionali e anche un organismo difensivo come la Nato viene messo in discussione, unico baluardo del nuovo mondo sembrano essere la nascita dell’Unione europea e la globalizzazione dei mercati che ha portato i benefici alla prima delle condizioni poste da Aron.
Ultima condizione, forse l’unica realizzata nei fatti anche se annaspa nella cultura politica: “la fine del conflitto fra le due grandi potenze e le due ideologie dominanti”. Una condizione a cui Aron aggiunge come corollario “la conseguenza che i vari paesi coinvolti dovrebbero essere pronti a riconoscere l’affinità tra i differenti tipo di civiltà industriale”. Nella nascita delle oligarchie interne ai paesi del blocco anti-occidentale, Russia e Cina, e nella promozione dello sviluppo industriale, finalizzato alla politica di potenza militare per la Russia e quella di potenza economica (e militare) per la Cina, possiamo dire che il verificarsi della condizione della fine del conflitto tra potenze e le ideologie che le supportavano ha realizzato pienamente il corollario individuato da Aron.
Tuttavia, ciò non ha portato alla pace per superamento della paura reciproca, ma ad una nuova era di conflittualità dovuta al ritorno della “passioni” nazionalistiche e alle antiche paure verso lo straniero. In tal senso, oggi, le “passioni e le ideologie” che mettono fuori casa la pace e le prospettive di una società mondiale più equa, sono ritornati nel modo più truce e retrivo da Minneapolis all’Iran. Penso che una sinistra “sana” oggi potrebbe orientare la propria politica alla realizzazione dei principi individuati dal liberale Raymond Aron nel 1957. Infatti, la superiorità del melonismo attuale nei confronti della sinistra è che, rispetto alle condizioni individuate da Aron, la sinistra si presenta in Italia attraverso fenomeni di involuzione e una contrapposizione di residuati ideologici alla rinascita delle “passioni” nazionaliste, sovraniste e alla paura.
Mentre, purtroppo per tutti noi che ci consideriamo progressisti e riformisti, oggi Giorgia Meloni sembra essere, seppur con mille equilibrismi dovute alle frequentazioni trumpiane, l’unica in grado di tenere la barra, nel nostro paese, dritta su quelle che per ottanta anni sono state considerate le conquiste dell’era delle socialdemocrazie. Da qui oggi deriva la “forza” del partito della Meloni che la sinistra non riesce a spiegarsi e da mancato perseguimento di quelle condizioni deriva la costatazione amara che oggi la sinistra “ha voltato le spalle al Paese” e, direi, all’Europa e alla pace.



