La meteora Meloni

Giorgia Meloni dopo il suo intervento in Parlamento sulla crisi internazionale è apparsa come una premier che non sa che pesci prendere. Naviga in un mare in tempesta e non ha alcuna idea su come comportarsi, mentre i consensi elettorali cominciano a calare e il fronte dell’opposizione comincia ad avanzare. La propaganda meloniana è finita da un pezzo. I media di regime non riescono più a veicolare l’immagine di una premier vincente che dopo aver sistemato parenti e amici nei posti che contano si trova a fronteggiare la guerra che Stati Uniti e Israele hanno dichiarato all’Iran. Con il rischio di un allargamento del conflitto che trascinerebbe nel baratro pure l’Italia. Un rischio che Meloni sembra ignorare, dopo aver spalleggiato prima l’Ucraina nella guerra contro la Russia e poi il massacro di Israele contro i palestinesi. Tutto in obbedienza agli “amici” Joe Biden e Benjamin Netanyahu.

Meloni dice che l’Italia non entrerà in guerra contro l’Iran, ma la sua sembra una strategia attendista tipica di chi non condivide ma nello stesso tempo non condanna. La sudditanza di Meloni verso la Casa Bianca la pone in una posizione pericolosa. Gli americani potrebbero chiedere le basi militari italiane e Meloni obbedirebbe, mettendosi contro l’intera Europa che già da tempo la considerava simpatica come una colica renale. Del resto, la vicinanza di Giorgia Meloni a Donald Trump non è una linea politica, ma una scelta naturale. Meloni, come Trump, predilige dottrine nazionalistiche. Quelle che storicamente hanno insanguinato il mondo. Non è un caso che la premier italiana non abbia detto una parola davanti a Benjamin Netanyahu e al disastro geopolitico di Donald Trump. E questo inizia a pesare sul piano dei consensi popolari in una nazione intollerante ai conflitti.

Ma non è solo la politica estera a mettere in difficoltà Giorgia Meloni, ma anche la politica interna. Il banco di prova è il referendum sulla riforma della giustizia che si terrà a fine marzo 2026. Un referendum che rischia di trasformarsi in un boomerang per un esecutivo tenuto in piedi a colpi di propaganda e vittimismo. Il voto sulla separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri da affidare a un popolo a digiuno di questioni giuridiche viene percepito da molti come un tentativo di assoggettare la magistratura. E questo in un Paese che non ha mai dimenticato le tossine del fascismo potrebbe fare la differenza, portando il “No” a una vittoria schiacciante. Ecco perché la presidente del Consiglio è apparsa nervosa in Parlamento.

Tutto questo non dovrebbe sorprendere, perché la vittoria di Giorgia Meloni alle elezioni politiche del 2022 non è stata merito di chissà quali capacità mostrate dalla leader di Fratelli d’Italia. Ma è stato il risultato di un elettorato di destra che dopo averli provato tutti ha deciso di provare anche lei, sperando che con “meno male che Giorgia c’è” le cose cambiassero. Non è stato così. Giorgia Meloni non è mai stata una statista, ma una meteora che adesso non può contare nemmeno sull’appoggio di una Lega che ha perso talmente tanti di quei consensi da rischiare di uscire perfino dal Parlamento, mentre l’ex Roberto Vannacci guadagna terreno e imbarca deputati.

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