Una farsa che offende i cittadini

C’è un limite oltre il quale la pazienza del cittadino – non di destra, non di sinistra, semplicemente cittadino – si spezza. Il caso Chiorino–Le 5 Forchette quel limite lo ha superato da un pezzo. Perché qui non siamo davanti a un inciampo, a una distrazione, a un “difetto di accortezza”. Qui siamo davanti a una storia che non può essere creduta da nessuno che viva nel mondo reale. La favola del “non sapevamo nulla”. Davvero si vuole sostenere che nessuno sapesse? Che nessuno avesse idea di chi fosse la famiglia della ragazza diciottenne scelta come socia? Che nessuno abbia fatto una verifica, una domanda, una telefonata? Ma dai.

Nel mondo reale, quando un cittadino apre una partita Iva, chiede un bonus, compila un modulo, deve dichiarare anche quante volte respira. E loro – che vivono dentro la macchina burocratica e vogliono avere la nostra fiducia per gestire la cosa pubblica – vorrebbero farci credere che non hanno controllato nulla? È un insulto irripetibile all’intelligenza. E qui ci sta tutta la voce del popolo, quella che non passa dai comunicati stampa ma dai bar, dai mercati, dalle cucine: “A-i é nen gnun pì sordo ‘d chi a l’ha pa vòja d’ëscoté” (non c’è nessuno più sordo di chi non ha voglia di ascoltare). Una frase che, in Piemonte, non si usa a caso. Si usa quando la presa in giro è troppo grossa per essere digerita.

Il punto più grave: le quote non dichiarate. È mera dimenticanza o sottende la vera malafede? Questa parte fa saltare i nervi a chiunque paghi le tasse, rispetti le scadenze, si faccia ore di coda agli sportelli: una vicepresidente regionale che non dichiara le proprie quote societarie! Non è e non può essere un dettaglio. Non è un errore e non può essere un errore di gioventù. Non è un modulo sbagliato. È una violazione della trasparenza. È un comportamento incompatibile con chi ricopre un ruolo pubblico. È qualcosa che, se lo facesse un cittadino qualunque, verrebbe punito senza pietà. E invece qui? Si parla di “distrazione”. Di “accortezza mancata”. Di “persona per bene”.

La verità è che vivono in un altro mondo, a noi non consentito. Per la verità un mondo che non disdegniamo. Un mondo dove pretendono dai cittadini precisione assoluta, impongono regole, scadenze, dichiarazioni, controllano ogni dettaglio della vita amministrativa degli altri, ma quando tocca a loro, improvvisamente tutto diventa “comprensibile”, “giustificabile”, “non così grave”. È questo, ahimé ci esaspera. Non la politica. Non l’ideologia. L’ipocrisia.

La difesa di Cirio: un esercizio di equilibrismo, Cirio difende la sua vice come Meloni difende Delmastro: fiducia personale, anni di conoscenza, nessun dubbio. Ma se la lecita domanda: com’è possibile che chi governa non sappia, non veda, non controlli? Potrebbe perfino passare, ciò che proprio non va giù è che tutto questo sia ridotto a una sciocchezza, a una leggerezza! Se un cittadino sbaglia una dichiarazione, paga. Se lo fa un vicepresidente regionale, viene abbracciato, sostenuto. Il paradosso della legalità proclamata. Il tutto mentre Cirio, davanti ai familiari delle vittime delle mafie, parla di legalità, memoria, rigore, antenne alzate. Bellissimo. Commovente. Ma totalmente scollegato dalla realtà del caso che lo riguarda. E io, amaramente ero lì, esterrefatto, in platea, con una forte contrazione gastrica, dolorosa!

La legalità non è un discorso. È un comportamento. È un modello di vita, cari signori politici. È un obbligo che va rispettato. È una dichiarazione fatta quando va fatta, non quando ti scoprono. Conclusione: non è politica, è dignità. Questo non è un attacco di parte. Non è un pezzo di sinistra, né di destra. Non è perché si deve referendare sulla magistratura. È il grido contro chi vive sulle spalle dei cittadini, con i soldi pubblici e pretende di cavarsela con un’alzata di spalle. Qui non c’è un problema ideologico. C’è un problema di rispetto. E il rispetto, quando manca, lo senti sulla pelle. E ti brucia, ti brucia tanto.

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