Violenza, tra regole e autorità
Bruno Murialdo, Alba 13:30 Venerdì 03 Aprile 2026 0
Cresce davvero la violenza nel mondo, oppure siamo semplicemente più esposti alla sua rappresentazione? È una domanda che inquieta e divide. I social media amplificano ogni episodio, lo rendono immediato, continuo, quasi onnipresente. Eppure, ridurre tutto a una distorsione percettiva sarebbe un errore rassicurante ma superficiale. Una parte di ciò che vediamo è reale, tangibile, e non si limita ai conflitti armati o alle grandi crisi internazionali. È una violenza più diffusa, quotidiana, che assume spesso i tratti dell’indifferenza.
A colpire è soprattutto la giovane età dei protagonisti. Non si tratta solo di atti isolati, ma di un clima, di un linguaggio, di un modo di stare al mondo che sembra aver smarrito il senso del limite. Più che una semplice deriva comportamentale, appare come una forma di “barbarie” moderna: non tanto primitiva, quanto svuotata di coscienza. Una violenza che non ha bisogno di ideologie per manifestarsi, perché nasce da un vuoto, da una mancanza di riferimenti.
Di fronte a questo scenario, la domanda più scomoda non riguarda i giovani, ma gli adulti. Cosa abbiamo smarrito lungo il percorso? Quali responsabilità abbiamo progressivamente delegato o abbandonato? La famiglia e la scuola, tradizionali pilastri educativi, sembrano oggi oscillare tra l’impotenza e il timore di esercitare un’autorità percepita come sospetta. Nel tentativo di non essere giudicanti, si è talvolta rinunciato a tracciare confini chiari. Nel timore di apparire autoritari, si è evitato il confronto, anche quando necessario. Si è diffusa così una forma di tolleranza che rischia di trasformarsi in indifferenza. Non tutto è equivalente, e non tutto può essere accettato senza conseguenze. Una società che fatica a distinguere tra ciò che è giusto e ciò che non lo è finisce per non difendere più nulla, lasciando spazio a dinamiche sempre più disgreganti.
Ci troviamo allora davanti a un bivio. Da un lato, la paura di restringere la libertà attraverso regole e autorità; dall’altro, il rischio concreto che l’assenza di limiti produca una libertà svuotata, incapace di garantire sicurezza e convivenza. È un equilibrio fragile, che richiede responsabilità più che rigidità, presenza più che controllo. La violenza, in questo senso, non è solo un fenomeno da contenere, ma un segnale da interpretare. È come un organismo che si ammala: i sintomi sono visibili, ma le cause sono più profonde. Se non affrontate, si diffondono silenziosamente, restringendo gli spazi di fiducia, relazione e crescita. Forse il punto non è chiedersi soltanto se la violenza stia aumentando, ma interrogarsi su quale tipo di società stiamo costruendo. Perché ogni atto di barbarie non è solo una frattura individuale, ma una crepa nel tessuto collettivo. E ignorarla, o ridurla a semplice percezione, significa rischiare di abituarsi a ciò che, invece, dovrebbe continuare a inquietarci.



