Per Meloni la pacchia è finita

Giorgia Meloni non ride e non sorride più. La batosta subita al referendum sulla giustizia non è solo una sconfitta amministrativa: sono le prime scosse di un terremoto politico che rischia di abbattersi sul governo, ormai contrassegnato dal caos, dalle dimissioni, dalle indagini giudiziarie, dall’avanzata dell’opposizione. La premier ha dovuto fare i conti con la realtà: sedici Regioni su venti hanno votato “No” al referendum, tra cui diverse roccaforti di Fratelli d’Italia. La sua mania di grandezza si è infranta contro gli scogli di una realtà che racconta come la puffa mannara non tira e non attira più.

“Non è un voto politico”, ha assicurato la Meloni. No, ma è il termometro di un popolo che si è stancato di seguirla acriticamente, cominciando dai giovani che nella maggior parte dei casi hanno difeso la Costituzione dalla minaccia di chi ha sperato di assoggettare la giustizia da cui i cittadini onesti hanno poco da temere, tranne i grandi ladri e gli emeriti corrotti. Ma il problema non è solo il popolo che si è svegliato dal torpore, ma sono gli stessi alleati al governo.

La famiglia Berlusconi, proprietaria e finanziatrice di Forza Italia, con tanto di conflitto di interessi, aveva affidato a Meloni il compito di riformare la giustizia, realizzando il sogno nel cassetto di Silvio Berlusconi, indagato per corruzione, condannato per evasione fiscale e bollato dalla Cassazione come un “pagatore di Cosa Nostra”. Grane giudiziarie sventate solo grazie alle leggi ad personam approvate dai suoi governi. Un sogno che Meloni ha mandato in frantumi bruciando il vantaggio che aveva sul No grazie ai suoi attacchi alle toghe, definite dalla delfina Bortoluzzi perfino “un plotone di esecuzione da cui liberarsi”.

“Supponente, prepotente, arrogante e offensiva”, la definì Berlusconi. “Non sono ricattabile”, rispose lei. Chissà se la pensano così gli eredi del Cavaliere, Marina Berlusconi in primis, che stanno rinnovando il loro partito, sostituendo Maurizio Gasparri con Stefania Craxi. Una prima mossa che non lascia presagire nulla di buono per la prima donna premier entrata a Palazzo Chigi più per disperazione degli elettori che per una reale convinzione sulle sue capacità.

Il gradimento del governo è sceso al trentadue per cento. La perdita di consensi per Meloni rischia di diventare una Waterloo se si considera che la guerra del suo “padrone” Donald Trump contro l’Iran, con conseguente crisi energetica, rischia di far tracollare l’economia italiana, riportandola all’anno zero. Come se non bastasse, a turbare il sonno della Meloni è subentrato pure lo spread. Uno spettro che è tornato a salire perché tra gli analisti si fa strada l’ipotesi che la meteora Meloni sia ormai in caduta libera. E se lo spread sale, le dimissioni davanti all’incubo della bancarotta finanziaria sono obbligatorie.

Meloni sperava di arrivare a fine legislatura con un governo immacolato. Ma si ritrova a fare i conti con sodali che hanno creduto di essere intoccabili. Come salvarsi da Delmastro condannato per rivelazione del segreto d’ufficio e indagato per la sua società in odore di mafia? Come salvarsi da Santanché rinviata a giudizio per truffa ai danni dello Stato? Come salvarsi da Nordio a cui l’Europa ha imposto di introdurre di nuovo il reato di abuso d’ufficio che lui aveva cancellato? Come salvarsi dalle promesse elettorali rimangiate e dall’avere appoggiato un sanguinario come Benjamin Netanyahu? Sorridi, Meloni: perché forse la pacchia è davvero finita.

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