Acqui Terme, il ritorno ci sarà

Ai tempi di Sergio Chiamparino le terme erano un servizio dedicato esclusivamente alla salute. Oggi, invece, “le terme”, in senso più ampio, sono diventate un vero e proprio brand. Il rilancio, certamente, va visto nel tempo e non nell’immediato. Esistono realtà – come Milano o Bucarest – che non dispongono di acque termali naturali e che tuttavia hanno investito in modo massiccio proprio sul marchio “terme”, costruendo un’offerta attrattiva e moderna.

In ogni caso, resta un servizio pubblico che va garantito, anche laddove non produca utili. Del resto, autostrade e ferrovie generano profitti (o dovrebbero farlo): perché non immaginare un sistema in grado di bilanciare eventuali perdite del comparto termale? Con manager capaci e realmente svincolati dalla politica, Acqui Terme rappresenta un must da rilanciare, attraverso una governance che unisca partecipazione pubblica e interessi privati, come avvenuto in altri settori (si pensi a Poste Italiane).

Più di trent’anni fa incontrai a Londra, fuori da un Paul’s Café, un distintissimo signore. Sembrava uscito dall’Ottocento: lineamenti mediorientali, modi educati, raffinati e colti; un orologio con catenella e un panciotto damascato. Era iraniano. Con straordinaria eleganza e modi aristocratici mi disse di ricordare un luogo bellissimo in Italia che, teneva a precisare, io probabilmente non conoscevo: Acqui Terme. Ieri, tra l’altro, ho letto che la Bulgaria sta diventando la capitale europea delle terme e delle spa. La Bulgaria? E allora, avanti: investire su Acqui. Il ritorno, in ogni caso, ci sarà.

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