La "revisione" che serve alla Diocesi

Gentile Direttore, 
mi rivolgo ad Eusebio Episcopo del quale leggo ogni domenica gli acuminati commenti e in particolare mi riferisco alla sua ultima nota dove parla, con apprezzamento, della catechesi dell’arcivescovo Roberto Repole incentrata sulla figura del prete. Evidentemente, si fa sentire il cambio di rotta ai vertici della Chiesa e la nuova attenzione che Leone XIV sta dedicando alla vita dei sacerdoti e dei consacrati, alla formazione sacerdotale e religiosa, alla realtà della crisi vocazionale. Non vi è stata occasione, infatti, in cui il Pontefice abbia incontrato dei giovani in questo primo anno di pontificato in cui non abbia invitato i presenti a rendersi disponibili, nella preghiera, alla possibilità della vocazione.

L’arcivescovo Repole non usa mai la parola «sacerdote», ma solo prete come derivato da «presbitero» e molte cose da lui dette sono non solo giuste, ma anche - come nota Eusebio - consolanti. Esse però risentono della sua particolare formazione teologico-ecclesiologica e la sua concezione «genetica» che egli esemplifica nella catechesi: i presbiteri sono «quegli uomini autorevoli, maturi, capaci di relazioni normali, appassionati davvero del Signore» - interessante è l’ordine delle qualità del sacerdote -, che gli Apostoli hanno scelto e sui quali hanno imposto le mani, «perché fossero dentro la Chiesa dei punti di riferimento e delle guide, nel momento in cui loro non ci saranno più». In definitiva, il particolare compito del presbitero dentro la Chiesa è «quello di prendersi cura della comunità, sorvegliando, avendo uno sguardo dall'alto, uno sguardo cioè che non si fissa solo su qualche aspetto particolare, ma che tiene conto di tutto».

Tale visione è quella di propria dell’ecclesiologia del teologo Severino Dianich, che Repole ha sempre considerato come proprio maestro e che ha del sacerdozio una visione funzionalistica - custodire lungo i secoli le comunità fondate dagli Apostoli - e non ontologica - la conformazione del sacerdote alla Persona di Cristo Capo. Di qui si comprende anche come, quando si parla dei compiti sacerdotali, insista molto sull’annuncio autorevole della Parola, declini la presidenza della comunità, spiegandoci che il prete è un «animatore specializzato» - ha relazioni buone con tutti, aiuta gli altri ad avere relazioni cordiali tra loro, vigila sulla vita della comunità e stimola ciascuno a testimoniare il Signore Risorto -, mentre alla celebrazione dei Sacramenti dedica uno spazio più contenuto ed espressioni più ambigue.

Il prete sarebbe ciò che solo il prete può fare (bene!), per mezzo suo i fratelli ricevono la misericordia del Signore (bene!), presiede l’Eucaristia celebrata dalla comunità, garantendo che ciascuno possa incontrare nell’Eucaristia il Signore Risorto (meno bene!). Forse - ma l’omissione è voluta - occorreva ricordare (come dice il Concilio Vaticano II) che il sacerdote ha in primis il compito di consacrare il pane e il vino, rendendo realmente presente, per grazia, il Signore Risorto, perché - come direbbe San Juan De Avila, dottore della Chiesa - «il sacerdote fa Cristo», in quanto solo a lui, nella Chiesa, è dato di agire nella Persona di Cristo Capo.

Infine, è doveroso segnalare un passaggio che, nella diocesi di Torino e sulla bocca di un boariniano convinto, qual è appunto Roberto Repole, non può che destare una certa preoccupazione: «c’è bisogno di giovani generosi - afferma il cardinale - che sentano di poter vivere la loro vita mettendosi completamente a disposizione, senza paura e senza fare calcoli, di Gesù Risorto. E lo facciano non da isolati, ma in comunione con il vescovo e con tutti gli altri preti, sentendo che quella comunità diventa una nuova famiglia».

Ora, se l’orizzonte nel quale discernere, accogliere e vivere la vocazione al sacerdozio è il grande orizzonte della Chiesa Universale e quindi della Comunione gerarchica di Santa Madre Chiesa, siamo d’accordo; se l’orizzonte nel quale discernere, accogliere e vivere la vocazione al sacerdozio è quello di una diocesi, che comprende i suoi santi e la loro testimonianza, siamo d’accordo. Ma se invece l’orizzonte è quello angusto di una piccola cerchia di persone, plasmate ad immagine dei formatori di seminario, della Virgo plus quam potens o dell’alleanza psico-affettiva che hanno instaurato lungo gli anni e in base alla quale adesso governano la diocesi, non siamo più d’accordo. Sull’altare di queste psico-proiezioni «pseudo-familiari» già troppe vocazioni sono state sacrificate nei decenni passati, come negli ultimi anni, con la tipica frasetta: «Non hai la vocazione per questa Diocesi». Su questo punto, urge una revisione radicale, o da dentro o da fuori.

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Risponde Eusebio Episcopo:

Grazie della sua lettera, molto lucida. Le considerazioni sul sacerdozio che l’arcivescovo Repole ha espresso e che si collocano, come lei ha notato, non sulla linea cristologica (l’ordine sacro come «configurazione a Cristo capo, pastore e servo», Giovanni Paolo II, Pastores dabo vobis) ma su quella ecclesiologica, erano già descritte esattamente nel volume di Severino Dianich del 1984, Teologia del ministero ordinato. Secondo tale tendenza, il ministero ordinato del prete non sarebbe altro che «il coordinamento dei carismi della comunità» per cui l’ordinazione sacerdotale di Cesare Bisognin (1956-1976), minato dal cancro e prossimo alla fine, non aveva - logicamente - alcun senso. Infatti, fu Paolo VI ad imporla al cardinale Michele Pellegrino e ai suoi recalcitranti consiglieri fra cui, non possiamo dimenticarlo, don Franco Ardusso. Dunque, nessun «legame ontologico specifico che unisce il sacerdote a Cristo sommo sacerdote e pastore» (Pastores dabo vobis n.11), che è proprio - guarda a caso - la parte teologica espunta dal cardinale nel prefazio della Messa crismale.

Sull’orizzonte locale, premesso che le vocazioni non si costruiscono intorno alla figura del vescovo e dei suoi amici, lei ha messo il dito sulla piaga ed esprime considerazioni che molti preti - e anche alcuni laici più accorti e che non fanno parte del giro dei beneficiati - condividono. Si è ricordato recentemente don Giuseppe Pollano (1927-2010), una figura di prete e di intellettuale della tradizione del clero torinese troppo presto dimenticata, egli è ancora oggi la bestia nera dei boariniani in quanto fu - non da solo - colui che fece scoppiare il caso del rettore con il cardinale Giovanni Saldarini. Per questo essi ne fanno la damnatio memoriae.

Lei ha usato inoltre una definizione molto appropriata e che, se permette, farò d’ora innanzi mia: quella che governa oggi la diocesi di Torino più che una setta o una consorteria, è una «alleanza psico-affettiva», formatasi negli anni e che ancora raduna i suoi accoliti con assiduità, cosa che gli altri non hanno il coraggio o la voglia di fare. Essa ha riconquistato organicamente il seminario, ormai normalizzato, e si sta propagando nei laici meno provveduti, vantando, nei suoi capi, una presunta   superiorità antropologica e intellettuale.

Lei auspica una «revisione». Difficile giunga dall’interno, anche se ci sarebbero tutti i presupposti, in quanto il controllo è strettissimo e ogni critica, anche garbata e fondata, magari espressa con prudenza negli organismi ecclesiali, viene rubricata a «questione personale». I boariniani poi sono da sempre famosi perché chi non è con loro o suddito loro è contro di loro. Non è detto invece che Roma, opportunamente edotta, non possa intervenire, magari iniziando a prendere coscienza - e non sarebbe poco - di una situazione che è abbastanza un unicum nelle diocesi italiane. Spesso i regimi più solidi crollano senza che se ne avvertano i segnali e qualche segnale c’è. La Chiesa però ha i suoi tempi, non misurabili con i parametri secolari, il cambiamento del pontificato, più sensibile alle ragioni del diritto e meno autoritario, potrà avere il suo peso. E poi si sa che «i mulini del Signore macinano lentamente ma macinano molto fine».

Lei accenna in ultimo a vocazioni sacrificate sull’altare delle «psico-proiezioni pseudo-familiari». Soltanto a spogliare gli annuari del seminario sono uno stuolo e qualcuno sta cominciando a farne la triste contabilità.

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