La lezione di don Ardusso

Gentile direttore,
chiosando le pacate osservazioni del lettore Ferruccio Battaglia sui temi del sacerdozio, affidate ad una lettera del 22 aprile scorso, Eusebio Episcopo traeva spunto per ricordare il caso dell’ordinazione del giovane Cesare Bisognin e contestualmente sottolineare che non solo fu Paolo VI “ad imporla al cardinale Michele Pellegrino” ma che don Ardusso fu del cardinale un “recalcitrante consigliere”.

Avendo avuto don Franco come docente e amico, vorrei aggiungere qualche osservazione al giudizio con cui l’autore (qui come in altri articoli, invero) ha bollato il personaggio, e offrire qualche elemento utile per cogliere la bontà del suo insegnamento sul ministero ordinato e sulla vocazione in particolare.

A me non risulta che fosse stato il Papa ad imporre l’ordinazione di don Bisognin, ma che fu al contrario il cardinale Pellegrino a chiedere udienza a Paolo VI, a margine di un incontro, per esporre il caso. Ricevutone l’autorevole parere, procedette personalmente ad amministrare il sacramento, nella casa stessa del giovane che non poteva più spostarsi a causa della malattia, e nella quale morì tre settimane dopo. Il cardinale, dopo lunghi colloqui con molti sacerdoti, aveva voluto parlarne al Papa perché da solo non se la sentiva di decidere. Oltre a questioni canoniche, da buon patrologo nutriva delle perplessità.

Don Ardusso le condivideva e parlandone anni dopo con noi studenti prendeva spunto da quella complessa vicenda per chiarire alcuni aspetti del sacerdozio cattolico. Articolava la questione attorno a interrogativi stringenti: ha senso un’ordinazione che non possa essere visibilmente esercitata in favore di una comunità e prevedibilmente durare? In che cosa si esprime l’aspetto ministeriale del sacerdozio? Esiste un diritto del singolo a diventare prete? La vocazione consiste forse nella percezione interiore di una chiamata di Dio rivolta nel segreto della coscienza? È sufficiente la certezza morale personale per operare il discernimento sulla sua autenticità? Un interiore sentimento del singolo è materia che un Seminario deve solo plasmare?

A chi avesse risposto apoditticamente sì alle domande, don Ardusso avrebbe replicato con la famosa battuta che ogni studente della Facoltà Teologica ricorda delle sue lezioni: “Chi non distingue, confonde!”. E con documentata competenza avrebbe osservato diverse cose. Ne dico qualcuna.

Pur chiudendo molti occhi in molte occasioni, la Chiesa ha sempre condannato le ordinazioni assolute. Non solo ha considerato un pericolo i “clerici vagantes”, ma ha costantemente chiesto che a giudizio del superiore competente un’ordinazione risulti utile. L’ordinazione non è infatti un premio, una sorta di laurea che corona una preparazione della durata di molti anni. L’impegno dovrebbe essere, sotto questo aspetto, proprio di ogni cristiano, semplicemente. L’ordinazione non è nemmeno una pretesa soggettiva: se la vocazione consistesse in una chiamata privata e interiore al sacerdozio, che si dovrebbe dire dell’episcopato, che ne costituisce la pienezza? Chi prenderebbe sul serio colui che vantasse come un proprio diritto la percezione di una vocazione a diventare vescovo?

Il discorso sulla vocazione appiattito su quella sacerdotale e intesa come chiamata interiore in realtà è un retaggio moderno. I documenti antichi sono assolutamente silenti sul desiderio del soggetto di entrare nel ministero. Mostrano piuttosto che la cosiddetta “vocazione sacerdotale” non è altro che la chiamata della Chiesa. Lo attesta la tradizione della liturgia che, concludendo un lungo discernimento con protagonisti formatori e comunità, nel rito prevede la richiesta: “La santa madre Chiesa chiede che sia ordinato il tale”. Non vale addurre come prova contraria il caso di quei Papi che hanno ordinato vescovi i propri segretari. Don Ardusso considerava questi episodi delle anomalie. Sarebbe stato difficile dargli torto: a occhi smaliziati, certe nomine nella storia sono sembrate ben lontane dall’essere frutto di un ideale discernimento. Piuttosto, ora scatti di carriera, ora una sorta di comprensibile e paterna protezione rivolta a fedeli collaboratori, contro i pericoli d’azione di successori che nella foga di riformare avessero voluto trarre ispirazione più da Zorro che dal buon pastore.

A ben vedere, il discorso sulla vocazione è sempre stato impostato sul piano della santità: una chiamata diretta a tutti a conformarsi a Cristo, radicata nel battesimo e vissuta in una comunità. Che non vi sia preminenza di altra vocazione, e che quella al sacerdozio debba essere sempre subordinata al giudizio della Chiesa, secondo don Ardusso poteva trovare conferma anche dalla più alta autorità.

Con una lettera a firma del card. Merry del Val del 2 luglio 1912, lo stesso san Pio X, infatti, aveva preso posizione. Inserendosi nella controversia Branchereau-Lahitton, il Papa aveva pienamente approvato il parere elaborato da una commissione appositamente da lui nominata. Ecco il testo della parte centrale: «L’opera dell’eminente canonico Joseph Lahitton intitolata “La vocation sacerdotale”, non deve in alcun modo essere riprovata. Anzi, altamente lodata per quella parte in cui sostiene: (1) che nessuno possiede mai alcun diritto all’ordinazione prima della libera scelta del vescovo; (2) che la condizione che deve essere considerata da parte di colui che deve essere ordinato, e che viene chiamata vocazione sacerdotale, non consiste affatto — almeno necessariamente e secondo la legge ordinaria — in una certa aspirazione interiore del soggetto, oppure in inviti dello Spirito Santo ad abbracciare il sacerdozio; (3) ma che, al contrario, perché l’ordinando sia rettamente chiamato dal vescovo, non si richiede nulla di più che una retta intenzione, insieme con l’idoneità fondata su doni di grazia e di natura, comprovata dalla probità di vita e da una sufficiente dottrina, tali da offrire una fondata speranza che egli possa adempiere correttamente i compiti del sacerdozio e osservarne santamente gli obblighi» [fonte: AAS 4 (1912), p. 485].

È in questo contesto che si comprende l’insistenza di don Franco sulla Chiesa per definire il sacerdozio cristiano. È in relazione anzitutto alla Chiesa, infatti, che va concepito il ministero ordinato. Totalmente al servizio del sacerdozio comune dei fedeli, la sua specifica ragion d’essere è la cura per l’oggettività della fede: la cura cioè che la fede di tutti e di ciascuno sia annunciata, celebrata e vissuta in piena conformità a quella apostolica. La più autorevole riprova di questa tesi si poteva trovare – sosteneva – nel penetrante studio di Joseph Ratzinger “Il sacramento dell’ordine come espressione sacramentale del principio di tradizione” (in: Id, Elementi di teologia fondamentale”, Brescia 1986 [orig. 1982], pp. 147-160). Don Ardusso lo faceva studiare vantandosi, tra il serio e il faceto, che su questo Ratzinger fosse pienamente d’accordo con lui. Questo comunque non bastava a rendere pienamente ragione del discorso sul sacerdozio.

Eusebio Episcopo ha riferito correttamente: per preparare l’esame, don Franco aveva scelto come base il volume di Severino Dianich, “Teologia del ministero ordinato”. Secondo don Franco, però, il testo aveva bisogno – come amava dire – di “una lettura intelligente”. Spiego con parole mie la questione di fondo. Il pregio fondamentale dello studio consisteva nel suo rigore metodologico: la proposta della Chiesa e della comunicazione della fede quale principio ermeneutico, capace di rendere ragione di tutti gli aspetti legati al tema. Il difetto consisteva nello sbilanciare la prospettiva verso il punto di vita storico, trascurando di esplicitare la natura del legame relazionale con Cristo che ne costituisce il fondamento. Nell’impostazione “genetica” infatti – come la chiamava il lettore dello Spiffero – alligna la possibilità di confondere il piano eterno dell’ascensione con quello storico della parusia. Errore che può avere esiti pericolosi generando un pensiero di questo tipo: Cristo salito al Cielo ha lasciato noi che, ispirandoci a Lui, agiamo per suo conto. Lui ritornerà, certo. Ma ciò significa che nel tempo presente dobbiamo organizzarci, per quanto fedeli, da soli. Il teorema dimentica che la dimensione pneumatolologica rende Cristo presente realmente – e non solo simbolicamente o poeticamente – nell’oggi: dove due o tre sono riuniti nel Suo nome, nell’eucaristia (e nei sacramenti) e nei poveri verso i quali si devono compiere opere di misericordia.

Per superare i limiti del manuale, dunque, don Ardusso faceva portare all’esame – tra le altre – due fondamentali integrazioni. La prima era la disamina dei ministeri nella Chiesa antica a cura di Enrico Cattaneo, vera miniera di informazioni. La seconda era l’accurato studio di don Giorgio Gozzelino “Nel nome del Signore. Teologia del ministero ordinato”. Quest’ultimo testo, sebbene utilizzasse un linguaggio un po’ eccentrico (si veda la definizione del prete come “segno-persona”), aveva la caratteristica di presentare in modo sintetico e didattico il più rigoroso contenuto tradizionale, mostrando che l’identità del ministro ordinato è definita non da una ma da due coordinate: ecclesiologica e cristologica. Per ciascuna di esse, però, don Ardusso ci teneva a fare ancora un’importante precisazione. Su quella ecclesiologica anzitutto.

Nel quadro “Cristo – Chiesa – ministero” occorre sottolineare che i preti propriamente non sono successori di Cristo, ma degli Apostoli. Sotto questa prospettiva il ministero è molto più ampio di quello strettamente cultuale. Il prete non solo ha “il potere di consacrare il pane e il vino rendendo presente per grazia il Signore Risorto”, ma ha anche il compito profetico e regale che si esplica in una missione senza confini. Per dirla in parole semplici: da domenica a domenica, giorni in cui si celebra la Pasqua del Signore, il prete prepara, cura e promuove ogni aspetto della vita dei fedeli della comunità a lui affidata. Lo fa mediante la predicazione nella catechesi, l’incontro personale, la visita ai malati, la presidenza dei gruppi e la cura dei mille aspetti pastorali che sono indispensabili per l’evangelizzazione. Nella celebrazione domenicale è l’intera vita che si offre e che, riempita di grazia, rilancia nella missione.

Secondo la coordinata cristologica, invece, don Ardusso precisava che il prete non è mediatore di Cristo, ma sacramento della Sua mediazione. È su questo punto (insieme a motivi personali su cui non mi soffermo) che si inserisce la sua disaffezione per l’espressione “salto ontologico” come conseguenza dell’ordinazione. L’immagine a dir poco lo infastidiva. Non è particolarmente difficile metterne in luce il motivo. Il concetto, infatti, può essere usato correttamente solo se non si dimentica la lezione di Aristotele: l’essere si può dire in molti modi. Ora, la formazione filosofica di don Franco era di stampo neoscolastico e quindi avvezza a considerare i cambiamenti ontologici come cambiamenti di sostanza. Ma nel ministero ordinato l’ontologia che cambia è propriamente la relazione. Specificando in senso ministeriale il legame con Cristo già dato nel battesimo, l’ordinazione non muta la sostanza del prete nella sostanza di Cristo: abilita invece l’ordinato “ad agire in persona Christi” nel senso di renderlo stabilmente riferito a Lui, quale segno e strumento della Sua presenza e azione.

Per comprendere si potrebbe usare un’analogia filosofica (che don Ardusso non avrebbe mai usato ma che Eusebio Episcopo conosce molto bene): esistono relazioni che, instaurandosi, modificano l’identità della persona senza cambiarne l’essenza. L’esempio famoso è quello di Hegel: il rapporto di sottomissione, che rende i soggetti l’uno padrone e l’altro servo. Esempi analoghi sono: la generazione, che rende la donna madre; il matrimonio, che rende un uomo marito. Parlando dunque in termini ortodossi: essere ordinati significa essere resi da Cristo suoi ambasciatori (2Cor 5,20), suoi rappresentanti (CCC 1581). Non persone che avendo ricevuto un potere in delega agiscono per proprio conto generando contenuti propri, ma persone che, totalmente riferite a Cristo in virtù di una consacrazione, prestano tutto se stessi per portare la Sua parola, la Sua vita e la Sua azione. Sotto questa luce, l’efficacia del ministero non risiederà nel far brillare i propri talenti mostrando al Signore quanto si è bravi, ma nel rendersi di Lui fedelmente trasparenti.

Quanto la precisazione sia importante per scongiurare il pericolo di illudersi di avere ricevuto una autonoma capacità salvifica accanto a quella di Cristo, quasi transustanziati, lo può vedere facilmente chi di questi tempi (don Ardusso parlava in epoche non sospette) osservi il caso degli abusi di potere nella Chiesa. O in modo più vistoso, chi osservi quei “magalomani” (il gioco di parole è voluto) che ostentano di essere per il mondo un “alter Christus”, con esiti che non si sa se considerare patetici, ridicoli o funesti.

Avendo conseguito una licenza in Sacra Scrittura prima del dottorato in teologia, don Franco sapeva che la madre di tutti i problemi sul tema del sacerdozio nati dalle contestazioni del dopo Concilio risiedeva nell’interpretazione della figura di Gesù: uomo del Nuovo o ancora dell’Antico Testamento? Annunciatore del Regno di Dio sì, ma come laico o come prete? Riformatore delle realtà sociali o intimistico guaritore dell’anima? Come concepire, in altre parole, la Sua novità rispetto alla fede antica?

In modo specifico, la croce stava nella comprensione della Lettera agli Ebrei, uno scritto fondamentale della prima generazione cristiana, che costituisce una vera cerniera tra l’Antico e il Nuovo Testamento. Essa presuppone, approfondendola, una conoscenza della teologia biblica del culto che si disvela pienamente solo ai lettori più pazienti e meno prevenuti. Per questo motivo, don Ardusso invitava a studiare le magistrali e insuperate opere del gesuita Albert Vanhoye (poi cardinale), che della materia è stato uno specialista capace di esprimersi con la più desiderabile chiarezza. Lungi dall’abolirlo – spiegava padre Vanhoye – Cristo ha portato a compimento il culto antico. È diventato il mediatore (non l’intermediario) tra Dio e l’uomo sostituendo ai sacrifici antichi di animali e cose la sua stessa persona. Da rituale ed esterno in cui la santità si consegue per separazioni, Cristo ha reso il culto personale, esistenziale e reale. In Lui le separazioni sono abolite e la santità si realizza ormai in un dinamismo di comunione. Gesù, dunque, non ha cancellato il sacrificio: al contrario, ha celebrato pienamente un culto come sacerdote offrendo se stesso al Padre. Il fedele che a Lui si unisce offre a sua volta la propria vita al Padre in una comunione trasformante nello Spirito. Su questo si fonda il sacerdozio comune. Ma – e qui sta il punto delicato – il cristiano non è capace da solo di trasformare l’esistenza: solo Cristo può farlo, come mediatore. Associando dunque a sé in modo indefettibile (qui sta l’idea del “carattere”) persone che possano essere Suo segno e strumento, Cristo ha reso presente nella storia la Sua mediazione. Essa, pur restando unica, è inclusiva.

Ed è in questo legame che si comprende la natura nuova dell’essere “presbitero” rispetto all’Antico Testamento: il ministro ordinato è sacramento della mediazione di Cristo. Insieme, è anche pienamente “sacerdote” perché associato sacramentalmente all’unico culto che Cristo ha portato a compimento: offerta di se stesso al Padre alla quale ogni cristiano è chiamato a prendere parte.

I punti che ho fin qui esposto credo siano sufficienti per rispondere ai velati rimproveri che Eusebio Episcopo ha sovente mosso a don Franco: che cioè non fosse pienamente allineato alla dottrina cattolica, che fosse sbilanciato verso la teologia protestante e ambiguo dispensatore di consigli: conservatore con i progressisti e progressista con i conservatori.

È certamente vero che il suo linguaggio a volte implicito, i suoi modi un po’ distanti e la densità delle sue lezioni non facilitassero la comprensione. Oso dire di più: i suoi discorsi potevano avere un effetto destabilizzante. Per me, all’inizio, è stato così. Il motivo di fondo, però, credo che vada cercato in un suo merito. Da buon piemontese amava la chiarezza e la sobrietà, ma non perdeva occasione di mettere in guardia dalle semplificazioni. Era convinto, in modo speciale, che la strada migliore per capire i concetti fosse la conoscenza del loro sviluppo storico. E la lucida padronanza di tante fonti lo aveva reso, a mio modo di vedere, un uomo dell’et-et e non dell’aut-aut. La teologia stessa richiede di abbracciare questa dialettica: corpo e anima; materia e spirito; incarnazione e redenzione; sacro e profano; comunione e missione; battesimo e ordinazione. A don Ardusso stava soprattutto a cuore che non si separassero Cristo e Chiesa.

Nel più rigoroso rispetto della teologia e con conoscenza diretta di molte situazioni difficili (aveva recensito Eugen Drewerman ma anche aiutato seminaristi in uscita e preti in crisi), credo si sia speso perché gli alunni imparassero ad ancorare la vocazione alla santità, non ad uno stato di vita che ne costituisce la strada. Spostando la chiamata a diventare prete da fine a mezzo, non credo che volesse smorzare l’entusiasmo, ma renderlo più resistente. Come infatti esiste una retorica del matrimonio che si scontra con il logorio del quotidiano e i casi della vita, esiste una retorica intimistica della vita del prete che può illudere. In entrambi i casi, però, i frutti maturati operando con dedizione non è il caso che debbano essere messi in discussione quando il trasporto personale passa. L’amore resta vero (e forse più puro) anche quando l’innamoramento si placa.

Il Signore resta presente nella storia di ognuno non facendo mancare mai la sua grazia. Sia lungo le strade chiare e piane, sia in mezzo alle pieghe storte della vita. È la lezione più bella, forse, del vangelo della vocazione. Ringrazio lei, direttore, ed Eusebio Episcopo per lo spazio di discussione che lasciate, per confrontarci su temi che tutti riteniamo importanti e proprio per questo ci spingono a prese di posizione appassionate ma leali.

*Don Fabrizio Ferrero, collaboratore a Moncalieri

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