Generazioni spiazzate
Michele F. Fontefrancesco 09:55 Sabato 23 Maggio 2026 0
Si è appena conclusa l’ennesima campagna elettorale, lasciandoci alle spalle piazze gremite e quel rito collettivo che è la festa di chiusura. Spesso liquidata come mero intrattenimento, la festa è invece, secondo la lezione dell’antropologia, uno strumento fondamentale di costruzione sociale. Non è semplice svago: è un meccanismo che rende straordinario un momento, cristallizzando ricordi e definendo identità. Soprattutto, la festa è un esercizio di sincronizzazione dei corpi.
Partecipare a un rito collettivo significa abbattere le barriere individuali per sentirsi, anche solo per poche ore, parte di un unico organismo. È un atto catartico che chiude idealmente il ciclo della campagna elettorale: dopo settimane passate a dibattere – un processo spesso asettico, concentrato solo sul piano logico-razionale – la piazza ci restituisce la nostra dimensione umana a 360 gradi. Ci ricorda che, prima di essere elettori o opinioni, siamo corpi che abitano lo stesso spazio.
Tuttavia, guardando alle piazze di questa tornata elettorale, sorge una riflessione amara. Si è notata una marcata tendenza dei candidati a “sincronizzarsi” per lo più con la propria generazione di appartenenza. Questo fenomeno restituisce la fotografia nitida di una spaccatura generazionale che, anno dopo anno, diventa un solco sempre più difficile da colmare.
Oggi la scena politica è lo specchio di una complessa stratificazione: dai rappresentanti della Silent Generation ai Boomer, fino ai Millennials e alla Generazione Z. Questa frammentazione nasconde un mutamento profondo nella cultura politica del nostro Paese. Per chi è cresciuto durante il boom economico, la dinamica era chiara: vigeva la promessa di un progresso lineare, dove il “giovane” rappresentava il futuro inevitabile e la risorsa numerica su cui puntare. Per le generazioni successive, dai Millennials in poi, la realtà è radicalmente mutata: siamo demograficamente più esigui e politicamente meno “significativi” secondo le logiche dei grandi numeri. Questo non significa che la battaglia delle idee sia persa, ma impone un cambio di paradigma. Non sarà la sola “forza muscolare” dei voti a garantire lo spazio politico necessario, né tantomeno basterà il meccanismo della cooptazione dall’alto.
La sfida del futuro risiede nella capacità di costruire ponti transgenerazionali. Dobbiamo tornare a fare festa insieme, non solo come rito elettorale, ma come pratica quotidiana di inclusione. Le alleanze intergenerazionali non sono un esercizio di stile, ma una necessità strategica: chi avrà la lungimiranza di non limitarsi a ripetere sé stesso, ma di costruire un dialogo reale tra chi ha memoria e chi ha visione, non vincerà soltanto la battaglia dei numeri, ma si aggiudicherà quella, ben più importante, delle idee.
*Michele Filippo Fontefrancesco, Università cattolica del Sacro Cuore



