Ingegneri a Ferro e fuoco
un iscritto 08:56 Giovedì 28 Maggio 2026 0
Gentile Direttore,
la recente vicenda elettorale dell’Ordine degli Ingegneri di Torino merita, a mio avviso, una riflessione meno celebrativa e più scomoda. Il professor Giuseppe Ferro è stato confermato alla guida dell’Ordine per il quadriennio 2026-2030. La sua squadra è stata eletta in blocco e la narrazione ufficiale parla, comprensibilmente, di continuità, responsabilità, rappresentanza e rinnovato impegno per la categoria.
Tutto legittimo. Tutto “formalmente” corretto. Eppure resta un dato politico, prima ancora che ordinistico: una sola lista. Una sola lista per rappresentare una comunità professionale di circa 7.500 iscritti. Una sola proposta. Una sola traiettoria. Una sola idea di futuro messa realmente in campo.
Ora, si può certamente sostenere che una lista unica sia il segno di un Consiglio uscente che ha lavorato bene, di una categoria compatta, di una fiducia diffusa nei confronti del presidente uscente. È la lettura più semplice, più rassicurante, forse anche la più comoda. Ma ne esiste un’altra.
Se in una comunità professionale così ampia nessuno costruisce un’alternativa, forse non siamo davanti a un plebiscito. Forse siamo davanti a un silenzio. E il silenzio, nelle istituzioni rappresentative, raramente è una buona notizia. Può significare consenso, certo. Ma può anche significare disaffezione. Può significare che molti iscritti percepiscono l’Ordine come un luogo distante, già definito, poco contendibile. Può significare che una parte rilevante della categoria non vede più nell’istituzione ordinistica uno spazio in cui valga davvero la pena investire tempo, idee, energie e responsabilità.
Nei giorni passati si è insistito molto sull’importanza del voto e della partecipazione. Giustissimo. Ma la partecipazione vive di confronto, non di ratifiche. Vive di alternative, non di incoronazioni. Vive di programmi contrapposti, di visioni differenti, di discussioni vere. Se il voto serve soltanto a confermare ciò che appare già scritto, allora il rischio è che la democrazia professionale si riduca a una liturgia di manutenzione del sistema. Ed è proprio questo il punto. Il sistema ordinistico appare sempre più spesso come una struttura anacronistica. Produce quote, adempimenti, convegni, circolari, riunioni, tavoli, comunicati. Ma fatica a produrre valore percepito per chi ogni giorno lavora, firma, rischia, risponde ai clienti, alla pubblica amministrazione, ai cantieri, ai tribunali, al mercato.
Eppure, quando arriva il momento del voto, il grande dibattito si riduce a una domanda sola: confermiamo quelli di prima? E quelli di prima, naturalmente, spiegano che bisogna continuare. Continuare cosa, esattamente?
La sensazione è che certi ruoli, più che incarichi di servizio, vengano vissuti come piccoli troni di rappresentanza. Il famoso cadreghino, che in Piemonte ha una dignità quasi costituzionale. Ci si siede sopra per il bene della categoria, naturalmente. Poi capita che la categoria resti fuori dalla stanza, mentre dentro si moltiplicano riunioni, assemblee, viaggi, consessi nazionali, liturgie romane, passerelle istituzionali.
Tutto molto nobile. Tutto molto ordinistico. Tutto, però, sempre più lontano dalla vita reale degli iscritti. E allora la lista unica non è stata una prova di forza. È un sintomo. È il sintomo di un sistema che non riesce più a generare alternanza. Di un Ente che fatica a produrre passione civile. Di una rappresentanza che chiede partecipazione solo quando deve legittimare se stessa. Di una categoria che, forse, non contesta più perché ha già smesso di credere.
Il presidente Ferro parla di continuità. Ma la continuità, quando manca il confronto, rischia di diventare conservazione. E la conservazione, quando dura troppo, diventa abitudine. E l’abitudine, nelle istituzioni, è spesso l’anticamera dell’irrilevanza.
Per questo, gentile Direttore, la vera notizia non è che Giuseppe Ferro ha fatto il bis (una colata di cemento armato istituzionale). La vera notizia è che nessuno ha ritenuto utile o interessante impedirglielo. E questo, per un Ordine professionale, dovrebbe fare molto più rumore di un titolo di giornale.
Con stima
(lettera firmata)
P.S.: A giudicare dalla foto festosa che Giuseppe Ferro ha il coraggio di pubblicare sui social, l’entusiasmo non manca. Solo che sembra manifestarsi con maggiore convinzione, piuttosto che nelle urne, sulle terrazze romane della sede del Consiglio Nazionale (usato da “pochi eletti”, all’occorrenza e “istituzionalmente”, per seguire e festeggiare partite di calcio della nostra nazionale, le poche volte che ha vinto). E forse questo è il vero paradosso: il sistema ordinistico riesce ancora a far alzare le braccia al cielo, ma non sempre riesce a far alzare la mano a tutti i circa 7500 iscritti, anche solo per votare online.
N.B.: Giuseppe Ferro è felice perché hanno votato 2177 iscritti su 7500 e, tra l’altro, dei 2177 solo in 1550 lo hanno votato!



