Quello che Grillo non dice
Fabrizio Biolè* 15:23 Giovedì 30 Luglio 2026 0
Beppe Grillo ieri ha scritto che il MoVimento 5 Stelle ha smarrito la propria identità e quella “diversità” che lo rendeva riconoscibile. Descrive la metamorfosi dei suoi esponenti come un film già visto: chi entrava nei palazzi finiva per assomigliare a chi c’era già. Dice che le domande originarie sono ancora lì, mentre le risposte si sono dileguate.
Su un punto ha ragione: il MoVimento è diventato altro da sé. Lo dico da chi lo ha sperimentato sulla propria pelle, non da commentatore a distanza.
Nel 2010 fui eletto in Consiglio regionale del Piemonte con il simbolo delle Cinque Stelle. Nel novembre 2012 mi arrivò una raccomandata degli avvocati di Grillo: mi veniva revocato il diritto di usare il nome e il marchio del MoVimento. La motivazione formale era la violazione del limite dei due mandati, perché in passato ero stato consigliere comunale a Gaiola per due legislature. Una circostanza nota a tutti, Grillo compreso, già al momento della mia candidatura. Quella regola, applicata retroattivamente e in modo selettivo, serviva forse a eliminare chi aveva criticato pubblicamente certe uscite del leader? Nel mio caso, le battute sul “punto G” rivolte a Federica Salsi, che giudicai sgradevoli e sessiste. Ero io a essere uscito dal solco o era il solco ad essersi spostato?
Grillo sostiene che è stata la politica a trasformare il MoVimento, e non il contrario. Presenta questa deriva come un incidente di percorso, qualcosa di quasi inevitabile. Potrebbe anche non essere così. Fin dall’inizio, per quanto ricordi, è mancata qualsiasi forma seria di selezione della classe dirigente: nessun filtro basato sulla competenza, nessuna valorizzazione di chi ragionava in autonomia invece di limitarsi a ripetere lo slogan del giorno. Chi osava dissentire veniva emarginato, isolato, spesso attaccato proprio dal blog che oggi predica il ritorno alle origini. È successo a me nel 2012, è successo ad altri dopo. È un caso isolato o un metodo?
Un metodo del genere non agisce in modo neutro: colpisce soprattutto chi non ha gli strumenti culturali o politici per resistere. Chi rimaneva all’interno lo faceva spesso perché aveva smesso di pensare con la propria testa. Le grandi promesse iniziali – reddito di cittadinanza, limite ai mandati, democrazia diretta, transizione ecologica – non poggiavano su una preparazione capace di reggere il contatto con la realtà del governo. Erano formule efficaci in campagna elettorale, ma fragili di fronte ai vincoli concreti. Una dirigenza più solida e meno dipendente dall’obbedienza comunicativa le avrebbe maneggiate con maggiore cautela. Non per superiore moralità, ma perché meno funzionale a un sistema che premiava l’allineamento più della competenza.
Oggi Grillo ricorda che il MoVimento era nato per affrontare questioni di fondo – lavoro e automazione, sanità, controllo dei dati, qualità della democrazia – e che poi si è rinchiuso su se stesso. Ma forse non è stata la politica a provocare questa involuzione. Forse è il MoVimento stesso che, fin dal principio, ha scelto chi poteva restare e chi no. E chi restava era, quasi sempre, chi aveva accettato di non ragionare più in autonomia. Le domande di cui parla Grillo continuano a stare fuori dai palazzi. Attendono ancora risposte serie. Ma non possono venire da chi, per non essere escluso, ha dovuto rinunciare a pensare con la propria testa.
Concludo dicendo che oggi vedo qualche piccolo spiraglio, qualche segnale incoraggiante, in alcuni degli eletti attuali, che ho modo di apprezzare per battaglie e percorsi, talvolta contribuendo anch’io con suggerimenti e riflessioni. Fatto sta che ci si avvicina a grandi passi a una nuova, importantissima tornata elettorale nazionale.
Vedremo se e come il MoVimento “si muoverà” oppure se finirà, ancora una volta, per incarnare uno degli slogan reinterpretati che altri espulsi in questi vent’anni hanno coniato in chiave dialettale: MoVimento = Mo’ vi mento (?)
Con un po' di perplessità,
*Fabrizio Biolé. già consigliere regionale del Piemonte, eletto nel 2010 con il MoVimento 5 Stelle ed espulso nel 2012



