Politici tra merito e rappresentanza

Simonetta Clerici nel suo contributo “Forse meglio un corso di politica”, pubblicato sullo Spiffero, scrive che prima di insegnare i formalismi e la gestione dello stress, sarebbe opportuno che i nostri politici colmassero il vuoto dell’attuale preparazione politica. Il consiglio della Clerici a prima lettura sembra scontato e fin banale, quasi come l’abusato termine “infinito”. Ma poi, riflettendoci, così come per parlare di Infinito abbiamo bisogno di diversi concetti, anche per parlare di un corso di politica è necessario fare chiarezza su che cosa si intende con il termine “politica”.

La politica è l’arte e la scienza di governare una comunità, gestire il potere pubblico e organizzare la vita sociale. Si esplica attraverso l’insieme delle attività con cui una comunità organizza la propria vita collettiva, prende decisioni comuni e stabilisce regole per governare la società. È necessario stabilire quali problemi affrontare e quali obiettivi perseguire per la società, elaborare norme che regolano la convivenza tra i cittadini e garantire che vengano rispettate, gestire servizi e risorse comuni, come scuola, sanità, sicurezza, infrastrutture e ambiente, dare voce agli interessi e ai bisogni della popolazione attraverso istituzioni e rappresentanti eletti, mediare tra interessi diversi presenti nella società e trovare soluzioni condivise, proteggere le libertà dei cittadini e assicurare il rispetto delle responsabilità comuni.

In sintesi, la politica serve a organizzare la vita della collettività, governare il presente e progettare il futuro della società e come tutte le arti e le scienze necessita di studio. Nelle democrazie moderne il “potere politico” ha una base popolare e di conseguenza ogni cittadino, nel contribuire alle decisioni collettive, ha pari dignità e diritto indipendentemente dal livello di istruzione, dal reddito o dalla condizione sociale in cui si trova. La questione centrale, quindi, è come una democrazia possa garantire uguaglianza di accesso senza rinunciare alla competenza necessaria alle responsabilità di chi esercita il potere. In altri termini come possiamo coniugare la bontà dell’azione politica (di governo e di opposizione) con la inadeguatezza della preparazione nello svolgere questa importantissima e delicatissima attività, il cui fruitore è l’intera cittadinanza.

Il dibattito sulla qualità della politica oscilla da sempre tra due necessità contrastanti. Da un lato, l’esigenza tecnica richiede figure qualificate, capaci di gestire la complessità dello Stato. Dall’altro, il principio democratico impone che l’accesso al potere sia universale e non vincolato al titolo di studio, affinché ogni strato della popolazione trovi una propria voce nelle istituzioni. Dobbiamo decidere cosa riteniamo più giusto: una politica, e quindi un potere, guidata dai più competenti (epistocrazia) o una politica guidata da un qualsiasi cittadino che abbia preferenze di consensi? Preferiamo l’eccellenza dei pochi o l’uguaglianza di tutti? Perché la politica deve essere l’unico mestiere in cui per esercitare il potere, non è richiesta alcuna caratteristica formativa?

I dati demografici e storici ci rivelano un’asimmetria impressionante, le scoperte e le innovazioni che oggi permettono la sopravvivenza e il benessere della nostra civiltà sono nate dall’intelletto di una quota inferiore allo 0,04% dell’umanità. Questo dato numerico dimostra che, non siamo tutti uguali e quindi non tutti abbiamo le stesse capacità né lo stesso livello intellettivo. Se mancasse questa frazione di eccellenza il progresso semplicemente si arresterebbe. È vero che la democrazia deve rendere partecipi e tutelare il 100% dei cittadini, ma la guida e la gestione della complessità dello Stato non possono prescindere dal tener presente che solo una piccola parte della popolazione è dotata di competenza e di eccellenza culturale e quindi di possibile capacità di gestione del potere.

Un mio saggio amico soleva ripetermi “il meglio è nemico del bene”. Voler a tutti costi una democrazia perfetta che “salva capre e i cavoli” è un’utopia, una religione fideistica che soddisfa la nostra esigenza di democrazia intesa come “uno vale uno”. Tutti i cittadini devono avere diritto di partecipare alla vita politica, ma entro il perimetro asseverato delle loro competenze. Una società guidata da incompetenti ed ignoranti difficilmente potrà migliorare la vita dei suoi cittadini. La sorte ci destina percorsi di vita diversi con livelli intellettivi diversi e non riconoscerli sarebbe negare la nostra esistenza.

Per concludere sono d’accordo con Simonetta Clerici che esiste la necessità di impartire una maggiore preparazione politica-tecnica ma, con una mano sulla coscienza, rivediamo anche il nostro attuale modo di selezionare i politici con i nostri voti, soprattutto quelli che incidono sulla vita quotidiana delle nostre città.

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