Primarie a uso e consumo

Caro Direttore,
lo psicodramma delle primarie è tornato. E, come ogni grande classico della politica italiana, arriva puntuale quando il centrosinistra prova a convincere gli elettori di essere finalmente unito.

Da una parte Giuseppe Conte che rilancia l’idea delle primarie come strumento per scegliere il candidato premier e, soprattutto, per decidere persino le questioni più divisive della coalizione. Dall’altra Elly Schlein che, dopo il pranzo chiarificatore con il leader del Movimento 5 Stelle, prova a tenere insieme un’alleanza nella quale siedono anche Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli, ciascuno con sensibilità e priorità diverse. Insomma, il “campo largo” continua a cercare una sintesi che, almeno per ora, sembra più geografica che politica.

Le primarie vengono così presentate come il massimo esercizio di democrazia partecipata. Il popolo decide, i partiti ascoltano. Bellissimo. Purché, naturalmente, il popolo scelga ciò che i vertici dei partiti sono disposti ad accettare. Perché, se davvero le primarie rappresentano il metodo migliore per selezionare i candidati e legittimare una leadership, allora la domanda diventa inevitabile. Per quale motivo dovrebbero valere soltanto per Palazzo Chigi e non anche per i territori?

A Torino Stefano Lo Russo viene dato per candidato naturale alla riconferma. Ad Alessandria Giorgio Abonante segue lo stesso copione. Ma chi lo ha deciso? Gli iscritti? Gli elettori? Oppure le segreterie di partito? Se il principio è che la candidatura va sottoposta al giudizio della base, sarebbe difficile spiegare perché questo debba valere a Roma e non sotto la Mole o all’ombra della Cittadella.

Anzi, proprio dove il centrosinistra governa da cinque anni, le primarie potrebbero essere il banco di prova più credibile. Se un sindaco uscente ha amministrato bene, non dovrebbe avere alcun timore di chiedere una nuova investitura popolare. Se invece prevale la paura che qualcuno possa mettere in discussione candidature già confezionate, allora forse il problema non sono le primarie, ma la fiducia che i partiti ripongono nel proprio elettorato.

Il rischio è che lo strumento nato per coinvolgere i cittadini finisca per trasformarsi nell’ennesima procedura da utilizzare solo quando conviene. Primarie sì, dunque. Ma solo dove non disturbano gli equilibri interni. E alla fine il messaggio che arriva agli elettori è sempre lo stesso: ascoltiamo il popolo. Purché sia d’accordo con noi.

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