Esame e titoli per fare politica
Giuseppe Bellissimo 13:03 Sabato 08 Agosto 2026 0
Alfredo Quazzo, riprendendo su questo giornale la riflessione di Simonetta Clerici sulla preparazione dei politici, pone la domanda giusta: preferiamo l’eccellenza dei pochi o l’uguaglianza di tutti, epistocrazia o consenso puro? Una domanda che condivido pienamente, anche come membro del direttivo dell’Associazione Epistocrazia. Il suo pezzo, però, si chiude su un invito generico a rivedere il modo in cui scegliamo i politici con il voto. È un buon punto di partenza: manca il passaggio successivo, quello istituzionale.
Se il problema è la competenza di chi governa, la soluzione è concreta: un esame di Stato per chi si candida a cariche esecutive e amministrative. In Italia servono anni di studio e un esame di abilitazione per fare il medico, l’avvocato, il notaio o l’ingegnere. Serve una patente per guidare un’automobile. Per amministrare un comune o gestire un bilancio da centinaia di milioni di euro, invece, basta un voto sufficiente a vincere un’elezione. Deleghiamo così a persone prive di qualunque verifica decisioni che pesano su sanità, scuola, sicurezza e conti pubblici, e poi ci sorprendiamo della qualità del risultato.
L’obiezione classica è che un esame per fare politica leda il principio democratico. La replica la lascio a Sabino Cassese: “La parificazione di eguaglianza formale e di eguaglianza sostanziale in materia politica è smentita dalla Costituzione”. Un esame di Stato renderebbe esplicito, con criteri oggettivi, un principio che la Carta applica già in forma implicita: sostituire l’età, un indicatore grezzo, con la competenza, un indicatore pertinente. L’esame fisserebbe una soglia minima d’ingresso: diritto costituzionale e amministrativo, contabilità e bilancio pubblico, funzionamento delle istituzioni europee, doveri di trasparenza connessi alla carica. Chi lo superasse resterebbe libero di proporre qualsiasi programma politico; l’elettorato resterebbe l’unico arbitro del mandato. Cambierebbe solo la garanzia, a monte del voto, che il candidato sappia come funziona ciò che chiede di amministrare.
Quanto al timore che una simile prova favorisca un’élite già avvantaggiata: le vere barriere selettive oggi sono le reti di relazioni e la disponibilità economica per una campagna elettorale, entrambe più opache e più difficili da scalare di un esame pubblico, uguale per tutti e superabile con lo studio. Quazzo individua con precisione il nodo: coniugare accesso universale al potere e competenza per esercitarlo. Il mio contributo al dibattito che lui e Clerici hanno aperto è provare a dargli una forma istituzionale, invece di lasciarlo alla buona volontà di ciascun elettore.


