Vetus Ordo, cosa disse Paolo VI
Mons. Alceste Catella* 09:11 Mercoledì 12 Agosto 2026 0
Gentile Eusebio Episcopo,
“Novus Ordo promulgatus est ut in locum veteris substitueretur post maturam deliberationem, atque ad exsequendas normas quae a Concilio Vaticano II impertitae sunt... Idem promptum obsequium, vi supremae auctoritatis Nobis concessae a Christo Iesu, iubemus erga ceteras novas leges ad liturgiam spectantes” (Paolo VI, Allocuzione nel Concistoro del 24.5.1976).
Come si interpreta questo – ritengo – autorevole magistero?
*Mons. Alceste Catella, vescovo emerito di Casale Monferrato
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Il vescovo emerito di Casale Monferrato, monsignor Alceste Catella, liturgista di fama e che siamo lieti di avere come interlocutore, ci offre una sua “provocazione”, richiamando quanto disse Paolo VI ai cardinali nel concistoro del 1976 in cui affermava che il Novus Ordo «è stato promulgato perché si sostituisse all’antico». A lui rispondiamo ben volentieri, in piena franchezza e cordialità, che il papa si riferiva alla norma che aveva riformato il rito e quindi proibito, ma non abolito, l’antica Messa. A tal proposito, ci sarebbe da chiedersi come mai i liturgisti innovatori sostengono l’abrogazione, se nello stesso tempo dicono che il Vaticano II non voleva creare un nuovo rito? Il Concilio aveva sì ordinato una revisione dei libri liturgici, ma non aveva abrogato i precedenti.
Andrebbe poi ricordato che qualche anno prima, nel 1971, lo stesso santo pontefice, a soli tre anni dall’entrata in vigore del nuovo Messale che porta il suo nome, concedeva il primo indulto per l’uso del Vetus Ordo a favore dei fedeli dell’Inghilterra e del Galles su richiesta dell’arcivescovo di Westminster cardinale John Carmel Heenan, uno dei pochi che non lo avevano lasciato solo dopo l’enciclica Humanae Vitae, ma soprattutto dopo aver letto i nomi degli artisti e intellettuali (anche non cattolici e non cristiani) che gli chiedevano, fin dal 1966, con appelli pubblici, di consentire di lasciar vivere la Messa antica. Ne bastino alcuni: Jorge Luis Borges, Gabriel Marcel, Giorgio de Chirico, Eugenio Montale, Guido Piovene, Harold Acton, Graham Greene, Colin Davis, Vladimir Askenazi, Iris Murdoch, Jacques Maritain, Wystan Hugh Auden, Malcom Muggeridge et alii.
Lei poi conosce bene l’antico detto per cui «un papa bolla e l’altro sbolla», a significare che ogni pontefice tende a correggere, ridimensionare o annullare decisioni, riforme o provvedimenti del suo predecessore. Nel 1984, Giovanni Paolo II, mosso dalla cura pastorale nei confronti dei fedeli legati al Vetus Ordo, venne loro incontro con lo speciale indulto Quattuor abhinc annos concedendo la facoltà ai vescovi di permetterne, a certe condizioni, la celebrazione. Nel 1986 lo stesso pontefice istituì una commissione di nove cardinali per esaminare lo stato giuridico della Messa antica arrivando alla conclusione che Paolo VI mai aveva dato ai vescovi l’autorità di proibire a un prete di celebrare la Messa di San Pio V. Si ebbe poi nel 1988, dopo lo scisma lefebvriano, il motu proprio Ecclesia Dei adflicta dove si chiedeva ai vescovi «un’ampia e generosa applicazione» nel concedere la celebrazione con il Messale del 1962, per arrivare infine nel 2007 a Summorum Pontificum di Benedetto XVI e nel 2021 a Traditionis Custodes di Francesco, tutti testi disattesi, fortemente criticati e non recepiti dai vescovi, eppure anch’essi Magistero autorevole.
Con questo avrei risposto alla sua “provocazione”, ma mi permetta di allargare il campo. A meno di fare di un Concilio antidogmatico come fu il Vaticano II un super dogma oppure, come ha recentemente affermato Alberto Melloni, il Syllabus dei nostri tempi, non si può dire, se non in forza di una riduttiva e maliziosa comprensione ideologica, che chi espone argomentate critiche e osservazioni sul Concilio, sia contro il Vaticano II, perché questa è una falsità. Ricordo soltanto, per fare un esempio, cosa diceva Giuseppe Dossetti rispetto a Gaudium et Spes o i giudizi di Henri de Lubac e di Joseph Ratzinger. Alcuni protagonisti del Consilium ad exsequendam Constitutionem de Sacra Liturgia, come il cardinale Ferdinando Antonelli, padre Louis Bouyer S.J. o lo stesso Michele Pellegrino rispetto al Breviario, hanno messo in luce come, per essere benevoli, non tutto funzionasse per il meglio in quel consesso diretto da Annibale Bugnini il quale voleva ottenere una esplicita disposizione affinché il nuovo rito del 1970 abrogasse l’antica Messa e che Paolo VI bocciò allontanandolo poi improvvisamente e irrevocabilmente non perché, come si diceva, appartenesse alla massoneria, ma per ben precisi motivi. Rimane ancora molta verità storica da fare sulla riforma liturgica! Come sono stati aperti gli archivi dell’Urss e della Stasi, così non è avvenuto per quello relativo al Consilium perché esso resta tuttora inaccessibile o aperto solo agli “amici degli amici”. Esistono sì contributi anche seri, ma sono tutti parziali in quanto manca la documentazione archivistica completa per una valida e seria storia della riforma liturgica.
In ultimo, cara Eccellenza, le richiamo a quanto scrisse nel 1976, proprio l’anno dell’allocuzione di Paolo VI ai cardinali da lei citata, padre Yves Congar O.P., uno dei protagonisti assoluti del Concilio, forse il teologo che più influì sulla redazione di alcuni suoi documenti fondamentali: «La Messa che voi volete celebrare secondo il Messale di San Pio V dovreste avere la possibilità di celebrarla pubblicamente a condizione che non le attribuiate il significato d’un rifiuto, come non cattolica, dell’Eucaristia che si celebra secondo il Messale di Paolo VI. Questa Messa di San Pio V è cosa santissima e d’altra parte, non è abolita».
Molto ci sarebbe ancora da dire perché il problema, come lei sa bene, è di natura teologica ed ecclesiologia e attiene all’ermeneutica conciliare. Ciò che oggi manca, soprattutto agli ideologi alla Andrea Grillo, è quell’intelligenza evangelica posseduta invece da un uomo di Chiesa come Enzo Bianchi e che nessuno può accusare di indulgere al tradizionalismo. Così si ha ragione di sperare che la Chiesa, invitata da papa Francesco ad accogliere todos, todos, todos – anche coloro che vivono in situazioni di fragilità – saprà essere generosa verso chi, nella piena accettazione del Vaticano II e della riforma liturgica, chiede di poter vivere la propria fede secondo i ritmi della liturgia tradizionale, perché come disse Benedetto XVI, il pontefice che l’ha fatta vescovo: «Ciò che per le generazioni anteriori era sacro, anche per noi resta sacro e grande, e non può essere improvvisamente del tutto proibito, o addirittura giudicato dannoso».
In Domino Jesu
Eusebio Episcopo


