Quello che Bonelli non dice

Leggendo un sito che si occupa di energia green e nella fattispecie Greenreport.it, mi sono imbattuto in un articolo che definirei fazioso, dell’onorevole Angelo Bonelli. Non posso e non voglio tacere su detta faziosità, riportando la discussione su dati oggettivi e non politicamente offuscati. Su un punto Bonelli ha ragione: a settembre l’Italia paga l’elettricità all’ingrosso decine di euro al megawattora più della Spagna. Il titolo da 68 €/MWh non è un’invenzione. I dati sul gas del 2025 – circa 44% della generazione italiana contro il 18% spagnola – descrivono un fatto. Fine della parte vera. Il resto dell’articolo su Greenreport è una tesi politica cucita su metà del quadro. Si prende lo spread, lo si attribuisce al solo governo in carica, si cancella il nucleare dal mix iberico e si vende la cura come se fosse un manifesto: sole, vento, reti, accumuli. Niente concertazione tra le fonti. Niente baseload. Niente fisica del mercato. Solo colpevoli e santi. Il confronto selettivo: Bonelli mette in vetrina la quota gas e lascia in cantina il resto della Spagna.

Nel 2025 il mix elettrico spagnolo non era «rinnovabili contro fossili». Era un portafoglio: eolico intorno al 22%, nucleare al 19%, fotovoltaico al 18%, cicli combinati al 17%, idroelettrico al 12%. Le rinnovabili superavano il 55%. Ma il pezzo che tiene in piedi il sistema, quello che Bonelli non cita, è la generazione ferma, programmabile, a basso costo marginale: nucleare più idro. L’Italia quel pezzo non ce l’ha. Non dal 2022: da decenni. Nel 2025 le rinnovabili hanno coperto circa il 41% della domanda; il gas è rimasto la colonna della produzione termoelettrica; l’idro è crollato di oltre il 20% per idrologia; circa il 15% del fabbisogno è arrivato dall’import.

Confrontare «Italia a gas» e «Spagna verde» è un fotomontaggio. Madrid ha rinnovabili e nucleare e idro. Le tre insieme riducono le ore in cui il gas è l’impianto che fissa il prezzo. Nel mercato elettrico europeo non conta solo quanto gas produci. Conta quante ore il gas fa il prezzo. In Italia succede nella stragrande maggioranza delle ore. In Spagna molto meno. Non è magia. È merit order: entra prima chi ha costo marginale più basso. Se hai nucleare, idro, vento e sole in quantità, il ciclo a gas resta in panchina. Se non li hai, il ciclo a gas è titolare e ogni scossa sul TTF si scarica sul PUN. Lo hanno scritto senza giri di parole anche analisti che non militano con noi: il vantaggio iberico nasce dalla somma delle fonti a basso costo marginale.

Contrapporre rinnovabili e nucleare è sbagliato. Se la Spagna avesse molte rinnovabili e zero nucleare, o molto nucleare e poche rinnovabili, i suoi prezzi starebbero più vicini a quelli italiani. Chi cita Madrid e toglie il 19% nucleare dal racconto non sta facendo informazione. Sta scegliendo i numeri comodi. Uno slogan non tiene accesa la rete «Sole e vento non passano da Hormuz». Vero per il combustibile. Falso per il sistema. I pannelli non passano dallo Stretto. La punta serale, l’inverno, la siccità e il blackout sì. Il 28 aprile 2025 la penisola iberica è andata al buio per ore. Non è la prova che le rinnovabili «non funzionano». È la prova che un sistema con tanta generazione non sincrona chiede reti, riserve, controllo di tensione e macchine che diano inerzia. In Spagna quella inerzia la danno ancora nucleare e idro. Bonelli li rimuove e poi predica «reti e accumuli» come se fossero un poster, non un costo e un tempo di realizzazione.

Altri fatti che l’articolo ignora: prezzi zero o negativi e tagli alla produzione solare ed eolica, cioè energia che c’è e non viene assorbita; oneri di sistema, vincoli tecnici e riserve che non spariscono quando lo spot di mezzogiorno crolla; il divario all’ingrosso Italia-Spagna è più largo del divario in bolletta domestica, perché oneri, incentivi e IVA cambiano il conto finale. Usare solo lo spot da 68 €/MWh come se fosse la bolletta delle famiglie è un altro taglio selettivo. E se Madrid chiuderà il nucleare tra il 2027 e il 2035 senza accumuli e reti in quantità industriale, perderà proprio il pezzo di baseload che oggi aiuta a tenere basso il prezzo. Citare la Spagna del 2025 per chiudere il nucleare italiano è un salto logico, non un argomento. Quattro anni non hanno inventato il mix Incolpare solo l’esecutivo in carica è comodo e falso.

L’Italia è senza nucleare per scelta politica decennale, referenda compresi. Il gas come colonna della generazione è l’esito di veti, ritardi autorizzativi, congestioni Nord-Sud, idrologia e un’interconnessione ancora insufficiente. Il fotovoltaico accelera – record oltre 44 TWh nel 2025 – ma quando manca l’acqua o cala il vento si riaccendono i cicli. Accadeva prima. Accadrebbe dopo, con lo stesso portafoglio. I miliardi spesi per calmierare prezzi e carburanti si possono criticare: tappano il termometro, non cambiano la centrale. La stessa obiezione vale per chi propone «più rinnovabili» come se il prezzo di settembre si abbassasse per decreto morale. Un megawatt di solare si installa in mesi. Un sistema che di notte, in inverno e in siccità non dipenda dal gas si costruisce in anni, con tutte le fonti che tengono in piedi la rete.

Un sistema elettrico non è una religione. È un portafoglio. Servono rinnovabili variabili per abbattere il costo marginale quando producono. Serve generazione programmabile a basse emissioni – idro, geo e, dove si decide di averlo, nucleare – per adeguatezza e ore senza vento e senza sole. Serve flessibilità: gas di riserva, batterie, pompaggio, domanda. Servono reti e interconnessioni, altrimenti il Sud produce e il Nord paga, o il solare di mezzogiorno viene tagliato. Serve efficienza, che riduce i consumi ma non sostituisce la potenza di punta. Bonelli prende le rinnovabili e le reti, cancella il baseload e tratta il gas solo come peccato. Poi confronta l’Italia così ridotta con una Spagna che il baseload ce l’ha ancora. Non è analisi. È propaganda a tesi unica. Il problema italiano non è che « amiamo il gas».

È che da vent’anni non abbiamo un mix concertato: veto sul nucleare, autorizzazioni alle rinnovabili troppo lente, rete in ritardo, mercato in cui il gas resta il regista del prezzo. Chi nasconde metà della scena – il nucleare spagnolo, i blackout, i prezzi negativi, il gap tra spot e bolletta, l’idrologia, gli import – non spiega perché l’Italia paga 68 euro in più. Sceglie i numeri che fanno comodo alla propria parte. Sole e vento vanno fatti. Reti e accumuli vanno fatti. Ma il prezzo non si abbassa con uno slogan. Si abbassa quando le fonti lavorano insieme.

*Gian Carlo Locarni, consigliere comunale città di Vercelli

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