“Rancido burro borghese dello spirito”

L'eutanasia della Sinistra non è dovuta al Sessantotto, ma alla pervicacia con cui chi è venuto dopo lo ha vilipeso e combattuto apertamente per anni, fino ad estinguerne l’essenza in senso scolastico. Una replica a Fusaro

L’espressione con cui titolo questo mio intervento è di Ferruccio Rossi Landi, il padre della Filosofia italiana del Linguaggio ad orientamento marxiano. Mi è tornato alla memoria quando, nel leggere il bellissimo articolo di Diego Fusaro uscito qualche giorno fa sulle colonne di questo giornale, è esattamente di quel ‘burro’ che ho sentito l’odore. E mi permetto di dirlo con franchezza, perché il talento di questo filosofo non si merita cineserie. Dichiaro da subito, quindi, di non condividere le sue tesi, che a me paiono, travestite da marxismo radicale, soprattutto una sperticata difesa della Borghesia mercantile come formazione sociale.

 

Si agglomerano, quelle tesi, intorno a due contenuti: i) la distinzione netta (ma troppo netta, direi astratta) fra Borghesia e Capitalismo, e ii) il ’68 come boia storico della Sinistra vera, in quanto opzione concreta di trasformazione di questo mondo in quell’altro, che tutti noi marxisti dovremmo volere (ma tutti chi?) e che sarebbe sì anticapitalista, ma non anche antiborghese. La verosimiglianza del primo concetto è fondata in quella del secondo, e così insisto da subito sulla natura entimemica dell’argomentazione. Riprendendo certo Perniola, diciamo il Perniola degli ‘epillii’ (ma che bello comunque ritrovare Perniola oggi in uno scritto di qualcuno!), Fusaro rilegge il ’68 come ribellione contro la Borghesia molto più che contro il Capitalismo e ne segue poi il decorso doloroso. L’andamento delle logiche sessantottine (la libertà sessuale, la marijuana per tutti, l’omosessualità rivendicata pubblicamente, la critica alla famiglia borghese) annichilisce da allora, secondo Lui, la sinistra ‘seria’, quella che lotta per l’abolizione della proprietà privata e per la fine dell’Imperialismo, istituendo suo malgrado  l’ideologia nuova di un capitalismo nuovo; un capitalismo sessantottino. Quella fase avrebbe prodotto, piuttosto che la liberazione della persona, la nuova piattaforma sovrastrutturale attraverso cui il turbo-capitalismo oggi la sussume sempre di nuovo. Libertaria, quella piattaforma; gaudente, individualista e relativista insieme, nemica del Padre e della misura. Dunque non più borghese, nella sua essenza, ed anzi nemica di ogni phronesis ed eversiva anzitutto nei confronti del buon gusto e del buon senso borghesi.

 

Da qui alla omologazione reciproca di Berlusconi, Vendola e Vladimir Luxuria, il passo è breve. Ed infatti si compie. Al fianco di illustri borghesi partoriti da una società pienamente capitalistica, come Mozart e Goethe, Fusaro ci propone borghesi anticapitalisti, come Marx o Hegel, e ci indica oggi i capitalisti assolutamente non più borghesi, come Berlusconi o, appunto, Bersani, Vendola e Luxuria. Equiparabili, ormai, in ciò che in loro vi è di essenziale: il ruolo di protagonisti sulla scena in cui si consuma l’agonia dell’anticapitalismo. E’ in cartellone, questa agonia, da Togliatti in qua, Berlinguer incluso, e si dispiega, soprattutto a sinistra, proprio attraverso la difesa delle forme  capitalistiche di organizzazione dello Stato. Il rispetto ostentato della legalità formale  ed il feticismo per il sistema giuridico in quanto tale, l’assenso a tutte le missioni cosiddette ‘di pace’, il passaggio in generale da Gramsci a Saviano, indicano il deperimento di una tradizione rigogliosa ad opera di una schiera di politicanti per lo più corrotti, che investono oculatamente, su un mercato politico ormai del tutto consociativo, il capitale ideologico che fu, e si spartiscono poi i dividendi della completa accettazione del Capitalismo da parte delle masse subordinate.

 

Io concordo in pieno con la diagnosi, con la descrizione del nostro presente, in tutti i suoi aspetti, ma non con l’anamnesi: dunque faccio una prognosi diversa. Ritengo, contrariamente a Fusaro, che l’orrore odierno non sia dovuto affatto al ’68, ma alla pervicacia con cui la Sinistra istituita lo ha vilipeso e combattuto apertamente per anni, fino ad estinguerne l’essenza in senso scolastico, il principio di realtà che ne governava l’esistenza. La sinistra libertaria, autogestita, desiderante e dissidente (la Resistenza iniziò con la diserzione) è la cura e non il morbo. Quella sinistra lì, vorrei ricordare a Fusaro, era eversiva tanto nella socievolezza quanto nella socialità. Le Comuni hippie della fine degli anni sessanta, ma anche e per altro verso la galassia dei centri sociali della fine dei novanta, il Leoncavallo e le Officine 99 per tutti, non si limitavano affatto a propugnare la canna libera o la libertà sessuale. Quelle realtà fondavano anzi, l’esercizio di quelle libertà, su una gestione comunitaria dei beni e sul sostegno alle lotte sociali degli altri, purché subordinati (al Padre o al Padrone poco importa), e dunque sulla critica reale e pratica della società capitalistica tutta intera, non solo della sua forma economica. Se negli anni sessanta si contestava la famiglia borghese, era più per gli elementi di dominio lì presenti (moglie-marito, padre-figli) che per il piacere anarco-schizoide di sfasciare tutto senza misura e senza rispetto. Il ’68 non ha prodotto soltanto quei ‘pentiti’che hanno poi rimpolpato i ranghi (ha ragione Fusaro) della sinistra parlamentare complice e parassitaria, ma ha contestualmente generato i militanti delle Brigate Rosse, i quali tutti, chi più e chi meno, si son formati nelle esperienze autogestite consentite da quella temperie culturale (Curcio e Moretti vengono dai Cub e dal Cpm). Solo una visione davvero sconvolta o autoritativa (Baudrillard o Cossutta) poteva, allora come oggi,  ricondurre frettolosamente l’eversione armata degli anni ’70 a forme adolescenziali di ribellismo infantile. L’incostanza è, da Quintiliano in qua e con buona pace di Lyotard, caratteristica dei fanciulli; e invece, in quella galassia, c’è stato un grado di pentimento, e di trasformismo interessato, tra i più bassi nella storia dell’uomo, nonostante la premialità di Stato introdotta dalla Legge Gozzini. Quella fu l’esperienza armata di lotta comunista più vasta, organizzata e ideologizzata d’Europa. Un epicedio violento del leninismo non in quanto citazione anarco-adolescenziale, ma proprio in quanto Scuola reale di pensiero e di azione marxisti. Chi, come me, non ha mai creduto nelle avanguardie, borghesi o leniniste poco m’importa, ha vissuto quella come una scelta adulta, politicamente e militarmente sbagliata, non come una ‘babbiata’ agita da ragazzini che rifiutavano di crescere. I ragazzini non si fanno trenta anni di galera per coerenza. I ragazzini non sono coerenti.

 

In generale penso che confondere una esperienza comunitaria di condivisione estesa, anche della proprietà, di amore diversamente libero, di allentamento dei freni inibitori (sempre sociali) e di contrasto organizzato alla violenza di Stato e alla guerra, con i festini osceni di un porcone miliardario che paga fin i costumi con cui traveste le sue mignotte, in casa sua, protetto dalle sue guardie armate e anche dalle nostre, equivalga a scambiare Rosa Park per Don King, in quanto entrambi neri americani. All’esercizio, cioè, di quella che Marx chiamava astrazione indeterminata, per la quale tutto rischia di poter somigliare a tutto il resto, visto che il criterio della comparazione è inadeguato al suo oggetto, cioè è soltanto logico e non anche storico. Astraendo in modo determinato, invece, si perviene ad una diversa considerazione del rapporto fra forze produttive e Capitale. Si riesce a vedere come tutto ciò che accade, ma proprio tutto, non sia affatto voluto, o prodotto o immaginato dal Capitale. Il quale, in quanto dispositivo automatico per la sussunzione formale del lavoro, è incapace di immaginare alcunché: processa cose e persone, esegue, applica. E in quanto dispositivo ideologico per la sussunzione reale del lavoratore, si affida totalmente alle istanze che maturano dentro gli immaginari di tutti noi e che rappresentano, attraverso i nostri desideri, esattamente ciò che dovrebbe esistere, e che però non c’è. Il marcusiano carattere affermativo della Cultura, non è affatto appannaggio esclusivo della borghesia, ma riflesso in essa, in quella fase storica, della dinamica generale che ho descritto e che concerne il rapporto forze produttive-rapporti di produzione. Dentro quel rapporto, la Borghesia non interpreta più alcun ruolo costruttivo, ormai da molto tempo. Il Capitale è un vampiro che sugge la creatività prodotta autonomamente dallo sviluppo di forze produttive non più borghesi (il neo proletariato intellettualizzato, digitalizzato, convulsamente desiderante le ha ormai soppiantate da tempo), perché la Borghesia ha smesso di essere vettore di sviluppo almeno da prima della nascita di mio nonno. Quel che Fusaro vede è il risultato di un processo di sussunzione, non è il contenuto che è stato storicamente e realmente l’oggetto di quella sussunzione. Il Capitale non sceglie piattaforme ideologiche su cui assestarsi e riprodursi, ma fa come la Nike con l’Hip Hop: aspetta che quelle si producano nella realtà, e poi ne riduce il potenziale critico ed eversivo, di solito trasformandole in una marca o in una moda: o in una marca di moda, proprio come il ‘68. Così si fraintende la dinamica storica, e per fuggire all’orrore del presente si celebra un passato che non c’è più. Con il rischio, per sfuggire a Vendola o a Vladimir Luxuria, di rinculare verso Togliatti e la Terza Internazionale. La presa del potere da parte della Classe operaia industriale è già stata agita ed ha riprodotto tutti i principali difetti di questo nostro mondo, a mio avviso negando altrettanto brutalmente che da noi la promessa dell’umanesimo marxista. Un mondo in cui la proprietà privata dei mezzi per la produzione è abolita e gli omosessuali sono mandati a curarsi nei gulag, non rappresenta la mia idea di Comunismo. Sono certo non rappresenti nemmeno quella di Fusaro, a cui faccio comunque molti complimenti e che ringrazio per avere prodotto un refolo di freschezza e di qualità autentica dentro arene di dibattito sempre più simili a recinti, soffocanti e noiosi. Bravo Fusaro: non ti condivido, ma bravo davvero.

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