Acqua Santanna
MEMORIE

Quei nostri (piccoli) padri costituenti

A 70 anni dall'insediamento dell'Assemblea possiamo affermare che anche allora il Piemonte fu marginale. Eppure, nonostante la non grandissima levatura di quei rappresentanti, rispetto all'oggi paiono dei giganti - di Pier Franco QUAGLIENI

Alla fine di giugno del 1946, 70 anni fa, si insediava l’Assemblea Costituente eletta il 2 giugno, quando si votò anche per il referendum istituzionale tra Monarchia e Repubblica. Un insediamento rapidissimo, se consideriamo i problemi sollevati da un esito referendario che quanto meno rivelò come la macchina elettorale italiana funzionasse poco e male e non ci fosse l’alterità del ministro degli Interni Giuseppe Romita che si schierò decisamente dalla parte della Repubblica.

Il 2 giugno 1946 venne eletta la migliore classe dirigente che ebbe il Paese in età repubblicana, quella che scrisse la Costituzione che ha garantito decenni di libertà, di democrazia e di pace. Certo non era e non è “la più bella costituzione del mondo”, come ha affermato una certa vulgata faziosa, ma si è rivelata, proprio perché espressione di compromessi alti e a volte anche bassi (l’articolo 7, ad esempio), la più idonea a governare l’Italia. Non a caso, la legge elettorale venne delegata dalla Costituzione a una legge ordinaria e buona parte dei problemi della nostra governabilità sono stati proprio legati a leggi elettorali estemporanee, fatte da pasticcioni o imbroglioni, a partire dai collegi uninominali pilotati dai partiti. La legge “truffa” del 1953 appare oggi la migliore legge possibile, anche se venne bocciata per cinquecentomila voti raggranellati da “Unità popolare” che, formata dai soliti intellettuali astratti, ma anche, purtroppo, da un uomo come Piero Calamandrei, raccolse pochissimi voti e riuscì a impedire che scattasse il premio di maggioranza. Gaetano Salvemini invece, molto lucidamente, si schierò dalla parte della legge “truffa”, contestando la falsa definizione data dai comunisti.

Può avere un qualche interesse, in presenza di una delle peggiori classi dirigenti piemontesi (inclusa la cosiddetta “società civile” che spesso è peggio di quella politica) riandare ai candidati alla Costituente nel 1946. Il confronto con l’oggi, ancora dominato da una partitocrazia arrogante, che allontana dal voto o favorisce la protesta, appare utile per capire il progressivo degrado che ha subito il Piemonte. Ma il confronto, come vedremo, in Piemonte, non è così esaltante, come potrebbe essere quello con altre realtà italiane che espressero alla Costituente il meglio.

Nel 1999 uscì, edito dall’Istituto piemontese Salvemini con la sponsorizzazione del Consiglio Regionale del Piemonte, un libretto che, riletto oggi, appare nulla di più che una serie di semplici agiografie, con l’immancabile prefazione di Oscar Luigi Scalfaro, deputato democristiano alla Costituente. Partendo dalla Dc, che divenne subito il primo partito in Piemonte, appaiono, al di là di Scalfaro che ebbe subito il maggior consenso di voti per l’appoggio massiccio degli ambienti cattolici, uomini come Gustavo Colonnetti, grande scienziato, ma presto uscito dalla politica, Giuseppe Pella, uno dei pochi veri statisti democristiani, Silvio Geuna, condannato all’ergastolo dal tribunale speciale di Torino nell’aprile 1944, quando il Generale Perotti e quasi tutti gli uomini del Comitato militare del Cln piemontese vennero fucilati al Martinetto. Tra i non eletti vanno citati uomini come Valdo Fusi, Giuseppe Grosso, Anna Rosa Girola Gallesio, una delle poche donne democristiane che ha saputo lasciare memoria positiva di sé. Tutti gli eletti e i primi esclusi della Dc erano uomini. Va detto che allora Scalfaro era un oscuro magistrato calabrese che lavorava al tribunale di Novara: nella biografia sulla “Navicella” parlamentare fece scrivere che apparteneva alla famiglia dei baroni Scalfaro, forse per dare più lustro al suo nome.

Secondo partito fu quello socialista con 9 eletti. Anche qui ci sono nomi di prestigio: Umberto Calosso, intellettuale e giornalista di origini rosselliane, esule in Francia e in Inghilterra, combattente in Spagna contro Franco, Alberto Jacometti, Corrado  Bonfantini, comandante delle Brigate Matteotti nella Resistenza. Tra i non eletti spiccano Pier Luigi Passoni e Domenico Chiaramello che diventarono figure storiche del socialismo piemontese.

Il Pci è terzo partito con 6 eletti,tra i quali spiccano Palmiro Togliatti, Pietro Secchia, Giovanni Roveda e Cino Moscatelli. Tra i non eletti Francesco Moranino, il pluriomicida che dovette scappare all’estero in seguito alla condanna passata in giudicato per omicidio plurimo inflitta dal Tribunale di Firenze, Domenico Coggiola, futuro sindaco di Torino, Camilla Ravera. Penultimo appare il filosofo cristiano comunista Felice Balbo di Vinadio, figura eretica della cultura torinese. Anche nel Pci la presenza femminile è quasi inesistente.

Il rapporto elettorale dei socialisti e dei comunisti a favore dei primi si capovolgerà con il Fronte popolare del 1948 da cui i socialisti uscirono massacrati, avendo già subito la scissione di Palazzo Barberini ad opera di Giuseppe Saragat che non volle aderire alla politica filocomunista di Pietro Nenni, affermando i valori del socialismo democratico europeo.

Tra i partiti minori vanno citati l’Uomo Qualunque che non ebbe successo, il Pri che mise in lista nomi come Vittorio  Parmentola, Carlo Pischedda, futuro storico risorgimentalista,Terenzio Grandi e non ebbe seggi. L’Unione democratica nazionale che in Piemonte significò essenzialmente candidati liberali ebbe eletto Luigi Einaudi, seguito da Bruno Villabruna e Manlio Brosio, ministro della Guerra e futuro ambasciatore che uscì dal Pli per la sua scelta non dichiaratamente repubblicana, dopo il referendum. Pochi consensi, poco più di 7000 voti, ebbe Edgardo Sogno che su internet appare, con un evidente falso (sarebbe interessante sapere chi lo abbia fatto) come On. Edgardo Sogno deputato alla Costituente. Nella lista liberale appaiono anche gli avvocati Gaetano Zini Lamberti ed Ercole Malchiodi, destinati al consiglio comunale di Torino, il comm. Enrico Demarchi, ricco droghiere di Torino, diventato deputato a partire dal 1968, eminenza grigia dell’associazione commercianti. Il partito liberale ebbe il destino di avere sempre rappresentanti piemontesi in Parlamento politicamente privi di rilievo, se si eccettua Villabruna che, dopo essere stato ministro, fu tra i fondatori del partito radicale, Vittorio Badini Confalonieri e successivamente Valerio Zanone.

Nel partito d’Azione, che non riuscì a far scattare seggi, gli unici nomi di spicco sono Ada Gobetti, con poco più di 2000 voti, Vittorio Foa, Mario Andreis, il venerato maestro Augusto Monti, con 834 voti, lo storico e antifascista Aldo Garosci - l’uomo che andò in esilio a Parigi, combatté in Spagna, si fece paracadutare nel 1943 su Roma - con appena 480 voti, il magistrato Alessandro Galante Garrone con 435 voti e, terzultimo della lista, Carlo Mussa Ivaldi che nel partito socialista venne successivamente  eletto deputato. Garosci che non profittò mai del fatto di essere stato un antifascista della primissima ora, avrebbe meritato di essere nominato senatore a vita. Ma nessuno ci pensò seriamente ed ebbe, estraneo alle consorterie accademiche, la cattedra universitaria a Torino a 59 anni.

Nel Blocco Nazionale della Libertà (i monarchici), che non ottennero seggi, spiccano le candidature di Mario Allara, magnifico rettore dell’Università di Torino che ebbe il coraggio di schierarsi con i perdenti con oltre 5.000 voti, l’ammiraglio Paolo Thaon di Revel, Duca del Mare, anche lui con circa 5.000 voti, il giornalista Giovanni Mosca e il generale Giovanni Da Pozzo, vicecomandante dei Reali Carabinieri che si dimise dal servizio attivo per fedeltà al giuramento prestato dopo il referendum. Andrebbe anche citata, pur con un esiguo, scandaloso consenso di voti, la marchesa Maria Laura Cordero di Pamparato, sorella della medaglia d’oro della Resistenza impiccato a Giaveno nel 1944 il cui nome di battaglia, Campana, venne dato al palazzo che allora era sede delle facoltà umanistiche in via Carlo Alberto. Fu una grande fatica ottenere che il tenente Pamparato venisse ricordato sul palazzo fino ad allora solo conosciuto per la contestazione studentesca del '67-’68 e chi si prodigò per ottenere una targa, scontrandosi con alcuni accademici faziosi delle facoltà scientifiche che oggi hanno sede nell’edificio, non venne neppure citato da un improvvido assessore comunale chiamato a inaugurare la lapide. I monarchici successivamente furono rappresentati in Parlamento a partire dal 1953 dall’industriale Piero Ferrari che venne privilegiato a danno del vero leader monarchico in Piemonte, il colonnello Enzo Fedeli, uomo di grande carisma, oratore straordinario e bravo giornalista. Il Blocco Nazionale della Libertà nel secondo collegio del Piemonte dove la Monarchia  raccolse il 48,07%, con punte nettamente maggioritarie in alcune città e paesi, non presentò una lista. Andrebbero approfondite le ragioni di questa assenza del tutto inspiegabile. Vittorio Prunas Tola, capo del gruppo d’Unione “Camillo di Cavour” già nella Resistenza e poi leader dell’U.M.I. mi disse che i monarchici non riuscirono a raccogliere le firme per il clima intimidatorio soprattutto  a Cuneo e ad Alessandria, ma forse i motivi sono più complessi. Il fatto che Martini Mauri e Sogno  si fossero candidati nella lista liberale e non in quella monarchica, può in qualche modo spiegare la debolezza del Blocco che si affermò esclusivamente al Sud.

Di nessun significato la presenza del Partito dei contadini e della Concentrazione Democratica Repubblicana, una scissione del Partito d’Azione che poi confluirà nel Pri, che candidò Ferruccio Parri, Franco Antonicelli, già liberale e presidente del Cln piemontese, il giurista Paolo Greco, rappresentante del Pli nel Cln e lo storico Luigi Salvatorelli che raccolse appena 384 voti.

I più votati nel collegio Torino-Novara-Vercelli furono Palmiro Togliatti con quasi 170mila voti e Pietro Secchia con oltre 70.000 voti. Nell’altra circoscrizione piemontese, quella di Asti-Cuneo-Alessandria, i maggiori consensi li ebbe la Dc con 7 deputati. I più votati furono Giuseppe Brusasca che andò mai oltre il posto di sottosegretario e Giovanni Battista Bertone, figura storica del popolarismo cattolico di Mondovì; l’ultimo degli eletti fu Enzo Giacchero, incredibilmente destinato a finire, negli anni 70, nel Msi Destra Nazionale. Tra i noi eletti Luigi Bima e Armando Sabatini, successivamente eletti deputati.

Il partito socialista ebbe quattro seggi; gli eletti furono il ministro degli interni Giuseppe Romita che trasmise alla sua morte avvenuta nel 1957 il seggio parlamentare, senza interruzioni, a suo figlio Pier Luigi, anche lui ministro socialdemocratico, Umberto Calosso e due altri deputati destinati al ruolo di peones.

Il Pci ebbe 3 seggi con l’elezione di Luigi Longo e Antonio Giolitti. Il Partito dei Contadini con Alessandro Scotti riuscì a conquistare un seggio e il partito rimase anche nelle legislature successive una realtà abbastanza consolidata, quasi esclusivamente astigiana.

L’Unione Democratica Nazionale, anche in questo collegio coincidente con i liberali, ebbe eletto Luigi Einaudi seguito da Vittorio Badini Confalonieri che entrò anche lui alla Costituente, Enrico Martini Mauri e Manlio Brosio che rimasero esclusi. Fece scandalo che il Comandante Mauri non fosse stato eletto nelle zone dove creò le mitiche divisioni Alpine nella Resistenza. Il partito d’Azione che schierava Mario Andreis, Dante Livio Bianco, Vittorio Foa, Ada Gobetti, Carlo Galante Garrone, non ottenne seggi, come non ebbe seggi la Concentrazione Democratica Repubblicana che candidava Ferruccio Parri, Franco Antonicelli, Dino Giacosa, Paolo Greco. Un insuccesso fu anche quello del Pri che non riuscì a candidare nomi locali di un qualche richiamo e dovette presentare Parmentola, Pischedda e Grandi anche nel collegio del Piemonte sud. L’uomo Qualunque si rivelò un fenomeno esclusivamente centro-meridionale e anche nella seconda circoscrizione rimase molto distante dal quoziente. Fenomeno particolare fu quello del partito comunista internazionalista con appena 4 candidati, che si richiamava ad Amadeo Bordiga. Il partito suscitò la reazione stalinista di Pietro Secchia che parlò di “sinistrismo come maschera della Gestapo”, usando espressioni volgari nei confronti di quei quattro coraggiosi che riuscirono a presentare una lista, malgrado l’aggressione da parte del Pci. Sarebbe interessante ripercorrere la storia successiva di quei quattro “irresponsabili".

Da questo elenco di nomi derivano alcuni elementi di riflessione. Il Piemonte, al di là di Togliatti, Einaudi, Secchia, Villabruna, Badini Confalonieri, Scalfaro, Pella, Giolitti non riuscì a esprimere granché. Un uomo come Silvio Geuna, rieletto nel 1948, non venne riconfermato e venne esiliato a fare l’assessore a Torino. Il partito socialista non riuscì a esprimere in quelle elezioni una classe dirigente destinata a durare. Andrebbe ricordato Corrado Bonfantini che per sostenere il suo giornale Sempre Avanti si indebitò a livello personale in modo talmente consistente che, quando io lo conobbi nei primi anni 70, continuava a pagare con la sua pensione di ex parlamentare i debiti. Un esempio piuttosto raro. Giuseppe Pella che, come presidente del Consiglio e ministro degli Esteri, difese con coraggio l’italianità di Trieste, pagò quel suo gesto con la graduale marginalizzazione da parte della Dc che infine lo relegò nel collegio senatoriale “sicuro” di Mondovì.

Un altro aspetto da evidenziare è l’insignificanza dell’azionismo torinese in termini elettorali. Molti di quei nomi candidati non eletti finirono nel Pci dove ebbero un adeguato riconoscimento. Ma essi, proprio come battistrada del Pci, finirono per perdere totalmente la loro identità azionista, diventando più settari di molti  comunisti, come capitò a Monti, quando si schierò continuamente con l’Urss anche quando aggrediva l’Ungheria con argomentazioni incredibili. Gli azionisti esercitarono invece una smisurata influenza culturale con Norberto Bobbio e Alessandro Galante Garrone. Resta comunque chiaro che il gobettismo in termini elettorali fu del tutto marginale. Gli stessi uomini della Resistenza piemontese non uscirono bene dal voto del 2 giugno.

Appare abbastanza evidente fin dal 1946, al di là del fatto che il Piemonte espresse tre presidenti della Repubblica (Einaudi, Saragat e Scalfaro) che la sua penalizzazione sia in parte spiegabile con un ceto parlamentare non sempre all’altezza. Tra i Costituenti, se non considerano Togliatti, Einaudi e Badini Confalonieri, nessuno appare aver portato ai lavori della Costituente un apporto originale. Mentre altre regioni italiane votarono personalità di grande spicco, il Piemonte, fin da allora, non brillò.

C’era qualche reduce della democrazia prefascista e molti che non avevano avuto modo di maturare un’adeguata preparazione politica a causa di oltre vent’anni di dittatura. Neppure le organizzazioni universitarie cattoliche in Piemonte riuscirono a esprimere una vera classe dirigente. Un uomo come il popolare Federico Marconcini, illustre docente universitario e deputato di tre legislature prima del fascismo, venne ricandidato solo per la I legislatura repubblicana nel 1948. Marconcini era sicuramente all’epoca assai più noto e autorevole di Scalfaro e di Pella.

È una considerazione amara, quella di considerare il Piemonte abbastanza marginale rispetto ai lavori della Costituente, ma bisogna farla per cercare di capire anche il presente che certo, al confronto di 70 anni fa, appare non confrontabile, se vogliamo usare un aggettivo cortese. Se vogliamo dirlo in modo meno gentile, potremmo affermare che molti di quei costituenti si rivolterebbero nella tomba a vedere cosa accade oggi. Ma la necessità di storicizzare impedisce confronti che sarebbero solo meramente politici e, forse, anche solo personali, quindi senza nessun valore storiografico perché il Piemonte di 70 fa non è a priori paragonabile con quello di oggi. Quando l’onestà personale è passata da prerequisito importante a motivo politico dirimente, davvero quei candidati, eletti o non eletti il 2 giugno 1946, ci appaiono dei giganti.

quaglieni@gmail.com

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2 Commenti

  1. avatar-4
    16:02 Lunedì 04 Luglio 2016 pericle Quando

    si invecchia male, il presente appare sempre degradante e la malattia che ne consegue è la faziosità.

  2. avatar-4
    11:03 Domenica 03 Luglio 2016 tandem Ottima analisi

    Storicamente equilibrata e chiara.

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