Acqua Santanna
VERITA' SCOMODE

Il rigore “semplice” di Bruno Caccia

Dalla riapertura del caso stanno emergendo complicità e connivenze allarmanti che ci fanno comprendere come mai un vero processo inizi solo a 33 anni dall'assassinio del procuratore capo. Il ricordo di Pier Franco QUAGLIENI

Si è aperto a Milano il processo che finalmente dovrà condannare i colpevoli dell’omicidio di Bruno Caccia, procuratore capo di Torino, uomo austero, severo, colto, inflessibile, indipendente, ammazzato in modo selvaggio e vile il 26 giugno 1993, mentre stava portando a spasso sottocasa il suo cane. Ricordo con orgoglio di averlo commemorato il 26 giugno 2013, proprio in via Sommacampagna, su invito dell’allora presidente del Consiglio Comunale Ferraris, sul luogo dell’omicidio, alla presenza dei suoi famigliari.

L’avevo conosciuto, me lo aveva presentato Attilio Rossi, mio autorevole amico e figlio di un mio compagno di liceo che abitava nella sua stessa casa. In più occasioni ebbi modo di parlare con lui, traendone un’impressione straordinaria: un uomo d’altri tempi, cordiale, dal carattere riservato, ma anche ironico; un uomo che irradiava la serena integrità del suo animo nel suo rapporto con gli altri, ma faceva anche sentire il senso dello Stato di cui fu integerrimo servitore. Ha ragione la figlia Cristina Caccia (che fu la prima, all’età di 23 anni, a vedere il padre ferito a morte sull’asfalto) nel definirlo “una persona semplice, allegra, che amava la famiglia e la campagna, il tennis e la montagna, i comici e fare l’orto, curioso di tutto…”. E ancora: “Del suo lavoro non parlava mai in casa, per serietà e necessaria riservatezza”.

Entrato in magistratura nel 1941, si occupò soprattutto di terrorismo, mafia, corruzione politica, dimostrando equilibrio, discrezione, imparzialità, profonda cultura giuridica, rifiutando sempre qualsiasi visibilità mediatica. Un magistrato severo, autenticamente indipendente da tutto e da tutti, salvo che dal rispetto rigoroso  della Legge. Come sostituto  procuratore capo della Repubblica di Torino firmò nel 1975 la richiesta di rinvio a giudizio del nucleo storico delle Br. Il suo nome va abbinato anche per la fine drammatica e il suo attaccamento, tutto piemontese, al senso del dovere, al generale Carlo Alberto dalla Chiesa, mandato a morire a Palermo in situazioni che ancora oggi non appaiono chiare.

Nel 1980 venne arrestato Patrizio Peci, capo della colonna torinese delle Br che portò all’arresto di molti brigatisti. Poi venne arrestato Roberto Sandalo, di Prima linea, che con le sue confessioni coinvolse il presidente del consiglio Francesco Cossiga che avrebbe aiutato la fuga di Marco Donat Cattin: Bruno Caccia non esitò ad ordinare la trasmissione degli atti al Presidente della Camera Iotti. L’ipotesi di reato era gravissima: violazione del segreto d’ufficio per favorire la fuga di un terrorista. Il Parlamento bocciò la proposta di messa in stato d’accusa di Cossiga davanti alla Corte costituzionale, ma il governo da lui presieduto cadde poco tempo dopo. Nessun rapporto tra politica e magistratura in Bruno Caccia, ma la verità venne inevitabilmente a galla, senza clamori, com’era giusto che fosse. E lo scrivo io che non rinnego il lungo rapporto con Francesco Cossiga che mi onorò della sua amicizia.

A pochi mesi dal suo insediamento come procuratore capo, aprì un’indagine per omissione d’atti d’ufficio nei confronti di ufficiali di Polizia che non  consideravano reato  le violenze, durante i picchettaggi alla Fiat , nei confronti di chi intendeva andare al lavoro. Un gesto coraggioso e controcorrente che in quegli anni costava l’immediata accusa di fascismo. Marcello Maddalena considerò quella scelta di Caccia “l’inizio di una svolta di legalità” dopo anni di pressapochismi da parte dello Stato, prepotenze da parte dei sindacati, pavido conformismo da parte di molti intellettuali che finì  di sconfinare nell’appoggio agli stessi terroristi.

Aderente a “Magistratura indipendente”, nel 1980 si dimise dall’associazione quando essa aderì a uno sciopero perché lui non considerava ammissibile lo sciopero di un magistrato.

Archiviata l’emergenza terroristica, Caccia rivolse la sua attenzione alla corruzione politica e alla mafia. Fu l’unico magistrato ucciso dalla mafia al Nord, l’unico ucciso dalla 'ndrangheta. Se oggi pensiamo alla piovra della criminalità organizzata nelle regioni settentrionali del Paese, ci accorgiamo della coraggiosa lungimiranza di Caccia.

È opportuno, all’inizio di un processo, non aggiungere altro, anche se stanno emergendo complicità e connivenze allarmanti che ci fanno comprendere come mai un vero processo inizi solo a 33 anni dal suo assassinio. Ci auguriamo, anzi ne siamo certi, che la ferma battaglia intrapresa dai figli del magistrato per far emergere la verità trovi una risposta adeguata nel processo di Milano.

Paola Belloni farà uscire nei prossimi mesi una biografia del magistrato piemontese che ci aiuterà a comprendere ulteriormente la sua figura di servitore dello Stato, secondo la vecchia tradizione della magistratura subalpina. Il prossimo anno ricorrerà il centenario della nascita di Caccia e ci auguriamo che vengano organizzate in tutta Italia iniziative atte a ricordarlo nel modo più adeguato.

Tutte le persone che amano la Giustizia si sentono vicini alla sua figura di uomo e di magistrato che ha onorato il Piemonte e l’Italia, inducendo, con la sua opera e il suo sacrificio, fiducia e sicurezza nei cittadini. Non si tratta di retorica, ma di semplice verità storica.

quaglieni@gmail.com

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