Acqua Santanna

La produttività e gli “svogliati”

In Italia il Prodotto interno lordo continua a stagnare, mentre le altre nazioni europee riescono ad avere dei tassi di crescita più elevata, non numeri eclatanti come quelli cinesi, ma sicuramente più elevati di quelli italiani. Il problema non è solo dell’anno in corso o di quello scorso, ma dura ormai da un decennio e più. È quello che si può ben definire un problema strutturale. C’è stata la crisi ovviamente, ma quando le cose sono migliorate l’Italia non è riuscita ad approfittarne, mentre le altre nazioni europee sono cresciute. In breve quando le cose vanno male, in Italia vanno peggio rispetto alla media europea, se le cose vanno bene, l’Italia va meno bene rispetto alla media europea. Questo gap prolungato per anni determina un crescente divario di ricchezza fra l’Italia e le altre nazioni europee. Il problema è la produttività delle aziende italiane, inferiore a quelle delle imprese delle altre nazioni.

Ovviamente il primo e più evidente problema che crea il differenziale di produttività fra l’Italia e gli altri paesi è la presenza ingombrante e soffocante dello Stato. In primis con una tassazione esosa e poi come burocrazia asfissiante. Siamo soffocati dai documenti, imprenditori e dipendenti. Un esempio può chiarire. Immaginiamo un individuo che abbia un guadagno lordo di 2.000 euro. Se paga il 40% di tasse gli rimangono 1.200 euro, se ne paga il 50% gli rimangono solo 1.000 euro; è una bella differenza. Si moltiplichi il discorso per tutti i cittadini e le imprese italiani ed è subito evidente come in Italia è  più difficile produrre ricchezza e stare bene. Questo è solo un esempio, perché i differenziali di tassazione sono diversi da paese a paese. A questo si aggiunge una burocrazia allucinante: in teoria dovrebbe essere al servizio del cittadino, ma in pratica è spesso un ostacolo.

Un altro fattore su cui vorrei concentrarmi è però un altro, ed è la scarsa partecipazione dei giovani al mondo del lavoro. Da tutte le statistiche si evidenzia che la fascia più colpita dalla disoccupazione è quella giovanile. Credo sia esperienza comune che i datori di lavoro preferiscono assumere persone con esperienza. Purtroppo l’esperienza la si può fare solo lavorando... Al di là di questa non unica contraddizione del mercato del lavoro italiano, c’è da evidenziare che la mancata partecipazione dei giovani al mondo del lavoro ha anche effetti sulla produttività. Possiamo illuderci quanto vogliamo sugli effetti positivi delle tecnologie e delle migliorate condizioni igieniche, ma le energie che si possiedono a vent’anni non si hanno a cinquanta.

Un’azienda composta esclusivamente di persone avanti negli anni sicuramente lavorerà con precisione, ma tenderà ad essere conservativa e poco innovativa e avrà difficoltà a gestire picchi di lavoro. Immaginate una squadra di muratori ultrasessantenni. Saranno precisi, ma non credo che possano esprimere le stesse energie di una squadra di ventenni. Ovviamente in un’azienda ci vogliono sia i lavoratori con esperienza, sia quelli giovani per ovvi motivi. Tornando al banale esempio dei muratori, un caposquadra anziano che guida una squadra di giovani ha una sua logica evidente. Si assicura la precisione e una capacità di lavoro maggiore e il ricambio quando i lavoratori più anziani andranno in pensione. Ma se i giovani non hanno la possibilità di lavorare tutto questo meccanismo salta e la produttività cala.

A volte si legge sui giornali che non si riescono a trovare persone che siano in grado di fare certi lavori. Premesso che molte di queste statistiche fanno nascere più di qualche dubbio, è evidente che molte aziende sono vittime della loro ostinazione a non investire in formazione e nei giovani. Parafrasando il don Abbondio manzoniano, se uno l’esperienza non ce l’ha, non se la può fare da solo. Certo le leggi del mercato del lavoro non aiutano, perché obiettivamente un apprendista deve costare meno. Anche qui altri problemi creati dallo Stato italiano con le sue leggi e la sua burocrazia. Ci sono gli stage, ma una persona non può rimanere eternamente in stage o apprendistato. E qui vorrei spezzare una lancia a favore degli “svogliati” giovani. È giusto fare la gavetta, ma ad un certo punto deve finire: se un giovane ha la solo prospettiva che dopo uno stage c’è, nelle migliori delle ipotesi un altro stage, non è che risulti molto incentivato. Sicuramente esistono i pigri, ma non ci sono solo quelli.

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