Luci e ombre di un Papa

Di Papa Francesco ne abbiamo già parlato in questa rubrica in occasione di una sua dichiarazione sull’evasione e ne torniamo a parlare per un suo lungo discorso tenuto ai lavoratori dell’Ilva della città di Genova. Non nascondiamo che ci pare che l’attuale papa si comporti più come un navigato politico, che calibra i suoi discorsi in base all’uditorio per garantirsi l’applauso, piuttosto che come una guida spirituale che al momento giusto deve dire anche ciò che non fa piacere sentire. A Genova il Papa era stato invitato da un imprenditore e nel suo discorso ritroviamo l’elogio dell’imprenditore scritto da Einaudi e ciò non può che fare piacere. Sapere che in Vaticano qualcuno abbia letto Einaudi non può che essere positivo. Poi il discorso del Papa prende una piega diversa quando paragona il cattivo imprenditore con i commercianti e gli speculatori. Non si capisce perché Bergoglio l’abbia a morte con i commercianti, come se non fossero imprenditori anche loro. In questo atteggiamento probabilmente persistono vecchi pregiudizi, per cui l’artigiano crea qualcosa che prima non c’era,  mentre il commerciante acquista ad un prezzo per poi rivendere ad un prezzo più alto, apparentemente senza aggiungere valore. Ovviamente non è così. Un paio di scarpe sotto casa sono molto diverse dallo stesso paio scarpe in una fabbrica di un distretto delle Marche. O se pensiamo a prodotti che arrivano ancora da più lontano. Non credo che sia tanto facile comprare un chilo di banane direttamente dal contadino sudamericano. Oltretutto una via piena di negozi è più vivibile rispetto ad una senza. Non si riesce a capire la denigrazione di una così vasta categoria: ma chi scrive i discorsi del Papa?

Altre critiche sono rivolte alla categoria degli speculatori che quanto meno non godono di una considerazione positiva e possono essere attaccati senza incorrere in conseguenze. Ma sono così cattivi gli speculatori? Cosa fa in concreto uno speculatore? Niente di più che cercare di indovinare dove andrà il mercato e comportarsi di conseguenza. Se prevede che i prezzi del petrolio aumenteranno per un qualche motivo, tipo un aumento dei consumi o un taglio della produzione da parte dei paesi produttori, non farà altro che farne una scorta per poi rivendere ad un prezzo più alto. Un po’ come in prossimità di un sciopero dei benzinai fare il pieno all’auto per non trovarsi in difficoltà. Da questo punto di vista un padre che consiglia un certo percorso di studio piuttosto che un altro, non fa altro che speculare, cercando di prevedere quali possono essere le richieste lavorative dopo i cinque anni di scuola.

È scontato che come in tutte le categorie ci sono quelli bravi e onesti e quelli disonesti, ma questo è vero per tutti, anche per i preti.

Il Papa fa poi riferimento al Vangelo quando a proposito degli speculatori parla di mercenari e il riferimento biblico appare fuori posto. Quando Gesù parla del mercenario fa un evidente riferimento alla proprietà privata. Se il padrone porta a pascolare il proprio gregge ed una pecora è in pericolo, affronterà i pericoli pur di salvarla; mentre se a pascolare è invece un mercenario, ovvero un lavoratore a salario, non rischierà la propria vita pur di salvare la pecora del padrone. L’importante per lui è il salario. Questa parabola non sembra molto attinente con il discorso dello speculatore, ma bensì con la differenza fra azienda gestita dalla proprietà e azienda gestita dai manager. Problema ben noto a chi si occupa di economia aziendale a cui si cerca di ovviare con vari stratagemmi più o meno efficaci come le famose stock option. Non si capisce l’utilità di questa citazione nel discorso bergogliano.

Altro punto di interesse è il commento sulla delocalizzazione presentata come estremamente negativa. Tralasciando gli aspetti economici, che in Vaticano a quanto pare ignorano, è quanto meno curioso che una chiesa che persino nel nome si dichiara universale, si preoccupi della delocalizzazione. Se un imprenditore chiude un impianto in Italia per aprirlo in un’altra nazione significa che i posti di lavoro persi in Italia saranno sostituiti da posti di lavoro altrove: i cristiani non italiani non sono sempre cristiani? Come può un cattolico, che è per l’universale affermare che sono da preferire il lavoratori italiani a quelli stranieri? Un discorso del genere, per quanto non corretto sul piano economico, lo può fare un politico italiano per motivi elettorali, ma non chi si rivolge all’universale. Questi sono gli elementi che ci fanno sospettare che il comportamento di papa Bergoglio sia dettato più dalla voglia di piacere, piuttosto che all’aderenza alla dottrina cattolica.

Altra nota stonata è la considerazione negativa che ha Bergoglio della meritocrazia. Il Papa forse non conosce la storia, ma il termine meritocrazia è stato opposto alla scelta di uomini per ruoli importanti per appartenenza politica o familiare a scapito di individui capaci. Nel nostro precedente articolo abbiamo già citato e commentato la parabola dei talenti che smentisce le parole di papa Francesco sull’uguaglianza, ideale che dalla rivoluzione francese in poi ha portato sempre ad esiti nefasti. Come ci può essere giustizia se le persone brave vengono punite per perseguire un distopico ideale di uguaglianza?

Chiudiamo con un paio di note positive. La prima riguarda la considerazione che le leggi vengono fatte per imbrigliare i disonesti, ma in concreto non fanno altro che rendere difficile la vita alle persone oneste, tanto i disonesti in ogni caso trovano il modo di aggirarle. Non possiamo che dirci d’accordo e riconoscere che in Vaticano mantengono un contatto con la realtà, contatto, che evidentemente manca ai politici italiani che non fanno altro che complicare la vita ai cittadini italiani con leggi e regolamenti sempre più assurdi.

La seconda nota positiva è la contrarietà del Papa al reddito di cittadinanza o come lo si vuole chiamare. Chissà come, chi si professa cattolico, può votare forze politiche che del reddito di cittadinanza ne fanno punto essenziale del programma politico.

Su questo punto non possiamo non essere d’accordo, aggiungendo che una società divisa fra chi lavora e chi vive di elemosina di stato è un ritorno ad una società divisa in caste in cui l’appartenenza prevale sulle capacità.

print_icon

0 Commenti

Inserisci un commento