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Sanità, un Martini di traverso

L'atto aziendale dell'Asl unica di Torino segna il declassamento dell'ospedale di via Tofane. In pratica una chiusura differita nel tempo. Polemiche e proteste bipartisan: "Si modifica la programmazione, la decisione spetta al Consiglio" - DOCUMENTO

Un semplice (si fa per dire) atto aziendale che certifica la fusione di due aziende sanitarie e ne programma l’attività, oppure dietro il documento che s’appresta ad essere approvato dalla giunta regionale si nasconde, poi neppure troppo, una sorta di riforma di una parte consistente della sanità piemontese che porterebbe alla scomparsa di un ospedale torinese, il Martini, seguendo un destino tracciato dal Valdese e dall’Oftalmico? Se poi un’altra struttura sanitaria come il Gradenigoqualificata come presidio e quindi dotata di pronto soccorso, ma di proprietà privata essendo passata di mano un paio di anni fa dalla Congregazione Figlie della Carità di San Vincenzo De’ Paoli al colosso lombardo Humanitas – compare nella terza e ultima (per ora) bozza del piano aziendale dell’Asl To1 con cui si completa l’accorpamento con la To2, non difettano certo i motivi per alimentare timori e nervosismo nei banchi della maggioranza in Consiglio regionale. Sospetti e preoccupazioni che, paradossalmente ma non troppo, rischiano di essere molto simili a quelli che emergono dal centrodestra.

Nel mezzo, in una situazione che non pare tra le più comode, l’assessore alla Sanità Antonio Saitta e il direttore generale dell’Asl Valerio Fabio Alberti. Quest’ultimo, pochi giorni fa, all'incontro richiesto dal gruppo consiliare del Pd a Palazzo Lascaris per conoscere i punti salienti della bozza del piano aziendale, non ha certo lasciato soddisfatti i suoi interlocutori. Irritati non poco per non aver avuto la possibilità di vedere la documentazione, poi reperita fortunosamente da chi già ne era in possesso e consegnata solo il giorno successivo, manco fosse un segreto di Stato (peraltro circolava già tra sindacalisti, funzionari e medici), i consiglieri dem avevano lasciato la riunione, presente Saitta, con l’impegno di far pervenire a quest’ultimo – tramite il capogruppo Davide Gariglio – osservazioni, rilievi e richieste entro oggi. Cosa che avverrà a margine dei lavori del consiglio.

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Sul fronte opposto, sia pure in una sorta di involontaria ma eloquente condivisione, il consigliere della destra sovranista Gian Luca Vignale ha scritto al presidente della commissione Sanità, il dem Domenico Ravetti, non solo chiedendo spiegazioni sulla procedura, ma di fatto intimando a giunta e maggioranza a guardarsi dal tentare di spacciare una modifica della riforma sanitaria come un banale atto aziendale. “Di fatto si modifica la dgr 600 quindi è indispensabile il passaggio in Consiglio”. Il ragionamento di Vignale ripropone la questione già sollevata all’epoca della delibera sulla riorganizzazione della rete ospedaliera: gli atti di programmazione sanitaria competono al consiglio e non alla giunta. Una valutazione che trova d’accordo non pochi anche tra i banchi del Pd dove il malumore – acuito dalla delusione con cui si era concluso l’incontro con Saitta e Alberti – è palpabile e le ragioni emergono con nettezza.

Nel taccuino in cui Gariglio è andato appuntando mugugni e domande dei colleghi, al primo posto c’è proprio il Martini. Legato a filo doppio, che potrebbe tramutarsi in cappio, al Gradenigo. Il sospetto che anima non infondati timori riguarda proprio il destino dell’ospedale di via delle Tofane. Già privato di farmacia, endocrinologia, urologia e otorinolaringoiatria – come ha osservato il consigliere piddino Daniele Valle nel corso dell’incontro – il Martini è difficile da non vedere come possibile vittima sacrificale in quel disegno di riforma mascherata che molti intravvedono dietro il piano aziendale predisposto da Alberti, sia pure ancora a livello di bozza. La terza, come si diceva. Normali aggiustamenti? Probabile. Ma in un clima surriscaldato anche particolari che altrimenti passerebbero pressoché inosservati fanno aggrottare i sopracigli e storcere il naso.

Pesano poi i precedenti: nel 2015 quando la Regione era ancora lontana dal lasciarsi alle spalle il piano di rientro, il tavolo Massicci – sorta di troika ministeriale a gestire il commissariamento della sanità piemontese – aveva dato indicazioni precise rilevando come Martini e Gradenigo fossero troppo vicini perché si potesse evitare il declassamento del Martini o mantenere il pronto soccorso al Gradenigo, unica struttura privata a poterlo vantare in virtù della classificazione di presidio. Lo stesso direttore regionale dell’epoca Fulvio Moirano si espresse chiaramente per una scelta che avrebbe segnato il destino di una delle due strutture. Dalla crisi che indusse le suore di San Vincenzo a cederlo, il Gradenigo uscì grazie all’acquisto da parte di Humanitas. Senza che l’ospedale perdesse il pronto soccorso. Che rimase pure al Martini. Tutto restò affidato, nella riforma della rete ospedaliera, appeso a un piccolo asterisco stampato accanto al nome Martini in una delle tante tabelle.

I timori vennero sopiti da tranquillizzanti rassicurazioni dell’assessore. Ma la questione, adesso, torna in maniera ancor più pesante. Ulteriore conferma una lettera-appello che in queste ore sta circolando raccogliendo firme di medici del Martini, che nella geografia politica torinese ha sempre rappresentato una roccaforte della sinistra in ambito sanitario. Non è (solo) questo il motivo dell’iniziativa, dai risvolti e dalle pieghe tutte da scoprire, assunta dai consiglieri regionali del Pd. Già il sol fatto che dai banchi di Palazzo Lascaris ci si occupi di un atto aziendale, un documento pressoché di prassi, la dice lunga sul peso della vicenda anche nei rapporti tra gruppo di maggioranza e la giunta di Sergio Chiamparino sul tema della sanità. Ma è proprio il non essere un mero atto aziendale, ma il possibile strumento per modificare in profondo assetti, geografia e servizi dell’azienda che maggiormente pesa e governa sulla sanità del capoluogo, ad aver prodotto le reazioni nel Pd. Da cui non si sottace la necessità di affrontare in maniera chiara la questione del rapporto con i privati, che proprio il destino temuto per il Martini in relazione con il Gradenigo sembra porre, su un terreno che non può essere quello ridotto e riduttivo di un atto aziendale. Se poi quel documento pone altri interrogativi, è dunque lecito attendersi un evolversi della vicenda assai diverso dalla routine probabilmente immaginata da alcuni.

Oltre alla questione Martini, resta pressante quella dell’Oftalmico. Il suo trasferimento tra Giovanni Bosco e Molinette, per molti resta un deprecabile smembramento. Contrario a questa soluzione si è sempre detto e si dice tuttora il vicepresidente del consiglio regionale Nino Boeti. Ma non è il solo, tra consiglieri dem – soprattutto i torinesi – a chiedere maggiori assicurazioni sul fatto che i servizi non subiscano penalizzazioni, che si ripercuoterebbero sui cittadini, da un mancato rispetto dei tempi tra la cessazione di un servizio all’Oftalmico e l’offerta degli stessi negli altri due ospedali.

Spunterebbero inoltre, nella fusione tra le due Asl cittadine, doppioni incomprensibili in alcune strutture del comparto amministrativo (logistica e personale), mentre notevoli sarebbero le riduzioni di quelle prettamente sanitarie. E se alla domanda arrivata da qualche consigliere dem sulle voci di un possibile abbandono della direzione da parte di Alberti, l’assessore ha risposto tranchant liquidandole come false e prive di fondamento, altri interrogativi e altri dubbi da oggi arriveranno da parte dei consiglieri del suo stesso partito a Saitta. Perché non è solo l’opposizione con Vignale a ritenere qualcosa di più e di diverso da un semplice atto aziendale quelle pagine preparate dal direttore. Che, ancora una settimana fa, i consiglieri dem avevano chiesto, invano, di poter leggere. E per farlo avevano poi dovuto arrangiarsi alla meglio. Non male come inizio. La fine è tutta da scrivere.

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2 Commenti

  1. avatar-4
    11:28 Martedì 20 Giugno 2017 tandem Il quadro generale

    Il quadro generale delineato da "pacioc" è condivisibile e realistico, da aggiungere qualcosa. Le strutture oltre ad avere una conformazione generale caotica e inspiegabile nella scienza della gestione aziendale, rispecchiano premi e punizioni di dirigenti graditi o sgraditi a Alberti e Saitta. L'atto presentato non è un atto ma solo un organigramma privo di testi o spiegazioni, salvo quelle verbali e faragginose di Alberti che evidentemente non convincono nemmeno queli del Pd. Come previsto l'accorpamento delle due asl torinesi, fatto in modo affrettato, da un direttore generale non all'altezza, che segue schemi sorpassati ( che tenta di spacciare per nuovi), estraneo alle realtà locali, sta portando verso un disastro organizzativo. In effetti il pd pare suicida.

  2. avatar-4
    09:31 Martedì 20 Giugno 2017 Pacioc Il PD è ora che si svegli....

    ammesso che non sia ormai troppo tardi. La sanità regionale, specialmente quella torinese è, evidentissimamente, in mano ad una banda di "ciucchi", in italiano ubriachi. Costoro si annidano a livello regionale e aziendale. Nessuno comprende la logica di aver fatto finta di accorpare la ASL1 con la ASL2 dove i doppioni amministrativi sono rimasti intatti, probabilmente per non scontentare nessuno e la pessima organizzazione preesistente, lungi dall'essere superata, è perfino peggiorata. Per di più, si paventano solo chiusure di ospedali e non si capisce nulla di come si intende sostituirli. La Città della Salute, per parlare anche di ASO, al di la degli strombazzamenti di parole...parole...parole.. che non portano a nulla, forse, potrà trovare il via nel terzo millenio! Intanto, gli strutturalmente pessimi e vecchissimi ospedali torinesi rimangono decrepiti, decadenti, indegni di una città europea. Ora si paventa la chiusura del Martini????? Geniale veramente. Dato che ho perso totalmente la fiducia in Chiamparino, che ho votato,(di Saitta non voglio nemmeno parlare), mi appello al PD: SVEGLIATEVI!!!! La sanità sta andando verso la rovina, la gente non ne può più! La pagherete molto salata sul piano elettorale, è evidentissimo. La sanità pubblica che percepiscono i cittadini che vanno a prenotare una visita specialistica con lunghissimi tempi di attesa, è traducibile in una unica parola:CAOS! Si vada nel poliambulatorio di via Monginevro............esperienza da provare nella vita......Quindi, si faccia il confronto con come l'Humanitas sta gestendo l'utenza che va al Gradenigo, cioè ottimamente, e capirete......Continuando così la sanità pubblica morirà e sarà anche colpa del PD.

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