TRAVAGLI DEMOCRATICI

Il Pd naviga a vista travolto dalle correnti

Comitato di reggenza, traghettatore unico o segretario con mandato pieno fino alle elezioni regionali. Molto dipenderà dall'assemblea nazionale del 21 aprile. Le manovre delle componenti e quel salto all'indietro tra ex Ds e Margherita

L’investitura di Mauro Salizzoni, in fondo, non è mai stato il problema, semmai il pretesto. La disfida tra Mauro Laus e Sergio Chiamparino, rientrata in un armistizio chissà quanto precario, solo apparentemente si è consumata sul nome del prossimo candidato a governatore del centrosinistra, segnando uno iato, una cesura nella travagliata storia del Pd piemontese. La punta di un iceberg, al di sotto della quale, si muovono molteplici conflitti, dissonanze, riposizionamenti: movimenti carsici destinati a ridisegnare la geografia del partito. Mancano dieci giorni all’assemblea nazionale del 21 aprile in cui verrà delineato l’iter congressuale a livello centrale e nelle regioni: a Torino l’indicazione arrivata da più o meno tutte le componenti è di far presto, di consegnare il prima possibile il Pd a un segretario legittimato a individuare il miglior candidato per piazza Castello, e a discutere del programma con gli alleati. Ma non è affatto detto che l’appello verrà accolto. Anzi.

Chiamparino, in questi giorni, ha sfruttato l’impasse post voto per assumere l’incarico di traghettatore e lanciare il forum della coalizione: due mosse che lo hanno inserito a pieno titolo al centro delle dinamiche politiche ed esposto anche ad attacchi che raramente prima d’ora aveva subito. C’è un pezzo di partito che non si sente (più) rappresentato da lui e che non è disposto a concedergli il timone se non per un breve periodo e solo per esercitare l’ordinaria amministrazione: “Non può essere lui a dare le carte” è stato il nucleo di quell’articolata arringa a favore di taccuini con cui Laus ha dato il via al big bang costringendo il governatore a rilanciare, chiedendo un referendum sulla sua persona allo stato maggiore del partito. A quel punto ogni tassello ha trovato un posto, sbriciolando definitivamente categorie in cui sono stati incasellati nell’ultimo lustro maggiorenti e militanti: renziani della prima ora, fassiniani, giovani e vecchi turchi.

C’è chi ha espresso il proprio sostegno incondizionato al compagno Sergio e chi non lo ha fatto. Chi si è schierato con lui e chi, con il silenzio, ha marcato la propria distanza dall’ex ragazzo di via Chiesa della Salute. Ci sono anni di tensioni tra giunta regionale e consiglio, con quell’ingerenza mai del tutto digerita, quando Chiamparino, in una riunione del gruppo Pd, ha di fatto indicato i successori di Laus, al vertice di Palazzo Lascaris, e di Davide Gariglio, a capo della formazione dem.

Governatore, reggente e gran burattinaio di un partito allo stremo, un cavallo di razza che fino a un paio di giorni fa aveva galoppato alto, infischiandosene delle lotte intestine del Pd e che per la prima volta è stato trascinato nella polvere della polemica e costretto a reagire. Ha retto l’urto, certo, ma ne è uscito fiaccato e indebolito. Una parte tutt’altro che trascurabile del partito si è schierata dalla sua parte: dal neo presidente del Consiglio Nino Boeti, ai parlamentari Chiara Gribaudo (area Orfini), Anna Rossomando e Andrea Giorgis (area Orlando), al nuovo capogruppo dem Domenico Ravetti. Alla fine, e solo all’ultimo, Gariglio ha rotto il silenzio con una dichiarazione dai tratti forlaniani. E al netto giudizio espresso da Enrico Borghi che ha parlato di “investitura monarchica” hanno fatto da contrafforte le bocche cucite di Stefano Lepri e Mauro Marino (tutti vicini a Renzi) e del numero uno del Pd in Sala Rossa Stefano Lo Russo e del consigliere Claudio Lubatti, quest’ultimo già intruppato tra i sostenitori di Matteo Richetti.

Tra gli ormai ex fassiniani, corrente di cui faceva parte lo stesso Laus, solo l’ex deputata Paola Bragantini si è schierata con Chiamparino, non Raffaele Gallo (la cui componente pare ormai saldamente legata al reggente Maurizio Martina), non Giancarlo Quagliotti, non Gioacchino Cuntrò. La certificazione che quel gruppo ruota ormai attorno all’asse formato da Gallo e Laus e si sta consolidando l’alleanza con Gariglio.

A ben vedere la tenzone tra le due massime cariche della Regione Piemonte ha fatto tornare il Pd al 2008: tutti (o quasi) gli ex Ds hanno risposto al richiamo della foresta del compagno Sergio, per gli ex Margherita il futuro del Pd e della Regione non sono più affar suo. Da qui parte la sfida per la segreteria regionale. E a questo punto, con una faglia ormai aperta tra i due schieramenti, chissà se conviene davvero che la conta avvenga il prima possibile. Più d’uno ci sta (ri)pensando.

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