Mamma digitale

La chiamano “generazione alpha”: nati dopo il 2010, prendono in mano un tablet prima ancora di cominciare a parlare. Ma alla tecnologia digitale vanno accompagnati ed educati. Ne è convinta Annalisa D’Errico, giornalista e comunicatrice torinese che nella vita fa la social media manager e, soprattutto, la mamma. A suo figlio Alessio, di due anni, è dedicato “Figli virtuali”, edizioni Erickson, scritto a quattro mani con il collega romano Michele Zizza. Un vero e proprio manuale, con tanto di “social comandamenti” e consigli pratici per genitori e insegnanti di quei giovanissimi che trascorrono più tempo on line che tra i banchi di scuola. 

«È stata la maternità a farmi riflettere: a un anno mio figlio era già attratto dallo schermo dello smartphone. E con due giornalisti in casa (il marito, Francesco, lavora per il quotidiano La Stampa) c’è sempre un computer acceso da qualche parte. Dovevamo darci e dargli delle regole. Ma i manuali di tecnologia digitale parlano di strategie, di come ottenere più contatti, non di questo. Così mi sono messa a studiare: sociologia, psicologia, pedagogia. E a lavorare con Michele che, come me, affronta ogni giorno le sfide dei nuovi linguaggi di comunicazione e della genitorialità».

Quali consigli per le famiglie digitali, come la vostra? 
«Il segreto è senza dubbio la complicità. I bambini non vanno mai lasciati soli davanti a uno schermo: sul web si va insieme e ci sono sistemi di parental control per limitare l’accesso ai contenuti inappropriati. Il digitale con i bambini non va demonizzato, anzi: ci sono decine di app utilissime per imparare l’alfabeto o la geografia divertendosi. Poi occorre stabilire regole precise, un po’ come accadeva per la tv qualche decennio fa: si può decidere, ad esempio, che ci sono luoghi e momenti della giornata “digital free” e quindi niente iPhone a tavola, prima di dormire o quando si fa colazione. Questo deve valere per i ragazzi, naturalmente. Ma anche per mamma e papà».

E quando suo figlio le chiederà uno smartphone?
«Dovrà avere l’età giusta, non prima dei 12, 13 anni. Dopo, vietarglielo significa emarginarli. Ma vanno tracciati confini precisi. È come per il coltello: occorre insegnare loro ad usarlo facendo attenzione che non si taglino. Per ora Alessio è attratto soprattutto dal telefono della mamma: ieri abbiamo guardato insieme un video su YouTube che mostrava il decollo e l’atterraggio degli aeroplani, in questo momento sono la sua passione». 

Dopo aver lavorato come cronista in un settimanale locale, Annalisa D’Errico è approdata alla comunicazione istituzionale e alle imprese ed è responsabile dell'ufficio stampa di Unioncamere, il sistema delle Camere di Commercio piemontesi. Da qualche anno ha deciso di “specializzarsi” nella comunicazione digitale: è coordinatrice dell’associazione “Pa social”, che riunisce le pubbliche amministrazioni digitalmente più virtuose e sale in cattedra per insegnare Facebook e Twitter alle donne imprenditrici per “Turin Business Network Donna Italia”. Perché questo “salto” nel mondo digitale?

«Perché è il presente e il futuro. E ci riguarda tutti da vicino: social e device digitali hanno cambiato il nostro modo di vivere le dinamiche di lavoro ma anche l’amore, il sesso, l’amicizia».

In bene o in male?
«Tutte e due. Forse nasconderci dietro uno schermo ci rende meno diretti, meno aperti ai sentimenti: una telefonata è considerata ormai quasi un’invasione della privacy, si preferisce usare WhatsApp; le emoticons hanno sostituito molti contatti vis-a-vis, specie tra gli adolescenti. Ma tablet e smartphone ci mettono anche a disposizione l’accesso a una quantità di informazioni, sempre aggiornate, fino ad oggi impensabile. Oggi chiunque può informarsi con pochi click su qualunque argomento, senza biblioteche né enciclopedie, e sapere cosa succede nel mondo, ovunque si trovi».

E lei quante ore è connessa, in una giornata?
«Troppe. Come tutti, del resto. Ormai passa tutto di lì. Ma non mi sento schiava della tecnologia».

Si avvicina il periodo delle ferie estive. I guru della tecnologia 4.0 suggeriscono vacanze all’insegna del “digital detox”: almeno una settimana senza guardare lo schermo. Seguirà il consiglio?
(Ride) «Non lo so! Ma credo, più in generale, che sia una buona idea concedersi ritmi più lenti, senza preoccuparsi di chi ci ha scritto una mail o dell’ultimo commento ad un post mentre ci godiamo il mare o gli affetti più cari».

E se suo figlio, tra qualche anno, tornasse a casa dicendo che da grande vuole fare l’influencer?
«Oddio, tra dieci anni queste dinamiche forse non esisteranno più. Il digitale viaggia ad una velocità tale che chissà quanti ruoli scompariranno e quanti ne nasceranno di nuovi, nel frattempo! Di certo, mi piacerebbe trovasse una strada che gli permetta di fare ogni giorno qualcosa che lo appassiona. Un po’ come ho fatto io».

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