Liberi uomini in libero mercato

Democrazia e sviluppo economico, un connubio inscindibile? Il caso della primavera araba e la parabola delle istituzioni occidentali. Un libro, scevro da ideologie e pregiudizi, affronta il tema in chiave interdisciplinare

Ci sono libri che hanno il potere di mettere in gioco così tanto da lasciarti, per un certo numero di pagine, senza appigli, decostruendo impietosamente idee, in questo caso in ambito politico ed economico, più che consolidate. Poco a poco però, quello che è stato minuziosamente frammentato viene ricombinato, in maniera logica, che si spiega da sé e che ci restituisce una visione più chiara, libera da preconcetti e proprio per questo più forte e convincente di quella che ci siamo lasciati alle spalle. Economia di Mercato e Democrazia: un rapporto controverso, a cura di Raffaele De Mucci, è uno di questi libri. Costituito da dieci saggi di autori diversi, il rapporto tra economia di mercato e democrazia viene affrontato con un approccio multidisciplinare, procedendo dal generale al particolare. L’opera insiste sulle false convinzioni che caratterizzano il tema, le sgretola e al tempo stesso mette il lettore nella condizione di ricostruire da sé, “arrivandoci” prima che la tesi stessa venga annunciata.

 

Ad una prima parte a carattere generale, intitolata “Il framework teorico”, segue una seconda, “L’analisi empirica”, che prende in esame casi concreti nei quali il lettore può divertirsi a mettere in pratica quanto scoperto nella parte precedente. Non fatevi spaventare dal “teorico”: nulla di troppo complicato o noioso; a renderlo accessibile, l’attualità delle questioni in gioco, quanto esse ci tocchino da vicino, lo stile spigliato, gli esempi e le metafore pregnanti. Viene subito messo in luce come la questione sia più complessa e ricca di implicazioni di quanto si è creduto in passato. Le teorie sviluppiste in voga negli anni ’60, che volevano lo sviluppo economico variabile indipendente della democrazia, vengono sostituite da una riformulazione del rapporto che assume lo sviluppo economico come variabile interveniente, che facilita il conseguimento della democratizzazione, ma stando attenti a non generalizzare impropriamente questo assunto. Se è vero che la democrazia è inconcepibile senza il mercato, non sempre è vero il contrario, ed è affascinante scoprire come questo sia possibile attraverso la metafora del “contagio culturale” di Toynbee (di cui, dopo la lettura, potrete orgogliosamente far sfoggio). Gli esempi di situazioni ibride, in cui capitalismo e/o sviluppo economico si realizzano al di fuori di una cornice democratica sono numerosi e ci danno l’idea di quanto sia attuale ciò di cui si sta parlando: la Cina, gli Emirati Arabi, le Tigri Asiatiche negli anni ’90.

 

Nella prima parte del libro Rosamaria Bitetti (Democrazia e mercato “spacchettati”: un approccio micro), partendo dalle categorie fondamentali di azione economica ed azione politica, mette bene in luce come la prima possa porre autonomamente le basi per rapporti pacifici e creatori di benessere, mentre l’intervento della politica in senso ampio non può che destabilizzare qualcosa che funziona perché basato sulla volontarietà e scaturisce dai bisogni stessi degli uomini. L’azione politica è collettivizzata e collettivizzante e la democrazia non è che il modo in cui chi impone le scelte arriva a coprire tale posizione. Se la democrazia comporta la più ampia partecipazione alle decisioni, in modo che vi sia un proporzionale soddisfacimento degli interessi, come è possibile che le democrazie adottino frequentemente politiche inefficienti, che riducono il mercato? Perché il trend consolidato è quello di aumentare la spesa pubblica se è evidente che esiste una relazione inversa tra tassazione e crescita economica? Un’azione collettiva e collettivizzante portata avanti sotto l’egida della sovranità popolare, istituto che ben riesce a mascherare la prevaricazione che inevitabilmente porta con sé, permette ai gruppi organizzati, a loro turno, di ottenere ciò che vogliono, mentre i costi vengono ripartiti tra tutta la popolazione. Mentre delle conseguenze delle azioni economiche rispondiamo direttamente, questo non accade nell’apparentemente felice giardino della democrazia, dove il conto è “alla romana”.

 

Diogo Costa e Adriano Gianturco Gulisano (Of the People, by the People, for the People’s Development?) forniscono una carrellata di studi ed approcci circa la relazione sviluppo economico-democrazia per poi prendere loro stessi posizione ed affermare che si tratta di un rapporto che cambia continuamente, in funzione degli assetti e delle soluzioni politiche attraverso le quali le istituzioni democratiche regolano le scelte sociali. Viene ribadito il ruolo dei gruppi di potere che attraverso il gioco di interessi ed incentivi determinano l’effettivo grado di crescita e democrazia. La democrazia, intesa come “Mere Democracy” (libere e contestabili elezioni volte a occupare le posizioni di governo e a determinare cambiamenti nell’ambito del potere politico) non dice nulla circa l’effettivo rispetto di istituzioni e valori liberali, tantomeno sugli esiti economici di una tale impostazione: è alle caratteristiche proprie di ciascun contesto che bisogna guardare per poter dire qualcosa a proposito.

 

Emmanuel Martin (The Arab Spring: a Re-Assessment) centra il segno decidendo di prendere come case-study, in cui il lettore troverà conferma di quanto letto nella parte teorica, il contesto nordafricano delle Primavere arabe. Si sottolinea qui come la richiesta di libertà politica fosse accompagnata da quella parallela di libertà economica, in paesi come l’Egitto o la Tunisia che l’Economic Freedom of the World ranking piazzava rispettivamente al 93 e 94esimo posto su 141 paesi considerati. Paesi caratterizzati da “Apartheid economico”, che implica l’impossibilità di diventare attori dell’economia se non si hanno le giuste connessioni, l’assenza di diritti di proprietà consolidati, una burocrazia soffocante e sistemi giudiziari non indipendenti e decisamente inefficienti. Gli esiti incerti delle Primavere dal punto di vista politico-istituzionale si rispecchiano anche in ambito economico: rischi latenti di democrazie illiberali, Tirannidi della maggioranza che, “libera” ora di esprimersi, non farebbe che chiedere una redistribuzione delle risorse certamente dannosa, non comprendendo i vantaggi che solo la libertà economica può portare. Da aggiungere a questo quadro, un generale astio nei confronti di Liberismo e del Neo-Liberismo che vengono confusi, il rafforzarsi di movimenti religiosi che fanno sfoggio di idee di “Conservatorismo sociale”.

 

Martin non è ottimista per il futuro economico e politico di questi paesi, ma ci fornisce la ricetta che potrebbe porre le basi per la fioritura di società più ricche sotto ogni punto di vista: rendere pari le condizioni dei cittadini, non attraverso la redistribuzione ma con l’eliminazione dei privilegi (il ripristino dell’“Isonomia” Toquevilliana); l’edificazione di una democrazia e di un’amministrazione funzionali; la trasparenza e, last but not least, l’incoraggiamento a costruire una società civile che sappia valorizzare il proprio capitale sociale.

 

Parlare di democrazia e libero mercato in un momento di delicata transizione come quello che il nostro Paese e tanti altri, a diversi livelli stanno passando è a mio avviso necessario. Al di là delle critiche, dei maneggi, dei tentativi e anche (o forse soprattutto) degli errori che si manifestano in questo percorso, un libro come questo ci dà la possibilità di guardare ai termini del discorso partendo dalla sostanza nuda e cruda del loro essere, dalla loro definizione, da come diversi autori nel corso degli anni li hanno analizzati e pensati. Uno strumento di analisi di qualità, onesto, libero dagli strati di preconcetti e venature ideologiche di cui molta letteratura del genere non sembra in grado di fare a meno.

 

Raffaele De Mucci (a cura di)

Economia di mercato e democrazia

Un rapporto controverso

Rubbettino, Soveria Mannelli 2015

pp. 284, € 16,00

print_icon

0 Commenti

Inserisci un commento