Acqua Santanna

Andreja, scatti in prima linea

Lo scatto ritrae due bambine, vicine, tra le lacrime. La più grande stringe tra le mani un sacchetto di plastica con dentro tutto quel che le rimane. Sono due sorelline siriane, uniche sopravvissute ad un bombardamento che ha portato via loro la casa, la mamma e il papà. Dietro l’obiettivo c’è Andreja Restek, torinese d’adozione e fotoreporter di guerra. Una foto che le è rimasta nel cuore più di altre «perché –racconta - è stata l’unica volta in cui ho pianto. Mi sono guardata intorno e ho fatto l’unico gesto che mi sembrava possibile: mi sono avvicinata e le ho abbracciate. Abbiamo pianto insieme qualche minuto, stringendoci, mentre perdevo chissà quanti altri scatti. Ma era la cosa giusta da fare. Il mio lavoro è anche questo: ero lì, ho vissuto quel momento in prima persona, posso raccontarlo, anzi devo». Questa e tante altre foto, scattate da Andreja e dalle sue colleghe di tutto il mondo, saranno protagoniste della mostra “In prima linea. Donne fotoreporter in luoghi di guerra” a Palazzo Madama dal 7 ottobre al 13 novembre. Un’esposizione nata proprio dalla volontà di Andreja, decisa a rendere omaggio alla città dove vive ormai da più di vent’anni e a condividere l’esperienza di chi, come lei, osserva e documenta da vicino l’orrore della guerra.

«Nell’immaginario collettivo l’attività del fotoreporter è prevalentemente un “lavoro da uomini” ma di fatto non è così. Ci sono tante donne che affrontano questo mestiere con grande coraggio. Ciascuna con la propria sensibilità: si può raccontare la guerra senza far vedere neppure un fucile. Oppure preferire gli scatti più “duri”: i morti, i feriti, gli esuli. Le fotoreporter vengono da ogni parte del mondo, ciascuna con un percorso diverso: Alison Baskerville, per esempio, era un soldatessa che ha lasciato il fucile per la macchina fotografica. Ma la mostra sarà anche un doveroso tributo a Camille Lepage, una giovanissima collega francese uccisa dai ribelli nella repubblica centrafricana». Perché in prima linea si muore, anche. E questo Andreja non lo dimentica mai «i nostri sono viaggi senza ritorno. Quando parti, devi sapere che non sarai più lo stesso, dopo. Fare il reporter di guerra vuol dire dormire vestito e con i documenti addosso, ripararsi durante i bombardamenti e le sparatorie, camminare per le strade tra macerie e feriti. Non è sempre facile. La paura diventa una parte di te, ti accompagna e ti protegge».

Quando hai capito di voler diventare reporter di guerra? «Tanto tempo fa. Sono nata in Croazia, ho visto con i miei occhi il conflitto che ha distrutto il mio paese. E ho provato rabbia e disgusto tutte le volte che l’ho visto ritrarre con superficialità e pressapochismo, da reporter che non avevano mai messo piede nei Balcani. Le guerre vanno raccontate senza ipocrisia e con profondo rispetto, perché dentro ci sono le tragedie e il vissuto di tanti altri esseri umani. Certo, è più facile raccontare le guerre degli altri. Per anni ho lavorato come fotografa di cronaca, gli unici scontri che documentavo erano quelli dei no Tav, ho fatto la moglie e la mamma. Dieci anni fa si è presentata la prima opportunità di partire per la Siria e l’ho presa al volo. Da allora non mi sono più fermata». Nel frattempo sono arrivati alcuni premi giornalistici, un libro fotografico dal titolo “Siria, dove Dio ha finito le lacrime” e una onlus tutta sua, L’ambulanza dal cuore forte con cui nel 2013 è riuscita a portare un’ambulanza piena di farmaci da Torino ospedale Dar Al Shifaa di Aleppo.

Cosa pensa la tua famiglia del tuo lavoro? «Sono fortunata. La maggior parte dei fotoreporter sono lupi solitari. Io ho un marito, che fa tutt’altro mestiere (è impiegato alla Ferrero) e una figlia, che oggi studia medicina a Pavia, che mi incoraggiano e mi sostengono. Loro sono meravigliosi e orgogliosi di quello che faccio».

La foto che vorresti scattare? «Ce n’è una che vorrei sviluppare. Quando ero bambina mio padre, che faceva il funzionario per il governo della ex Jugoslavia, andò in missione per lavoro in Russia. Li gli regalarono una macchina fotografica, che portò a casa: la mia passione per la fotografia forse è nata proprio quel giorno. Ci scattarono la prima foto insieme: io e lui, in posa davanti ad un elicottero militare. Conservo ancora il rullino ma non ho mai avuto il coraggio di svilupparlo, ho troppa paura di rovinarlo. Prima o poi lo farò».

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