Monge

Tasse per gli eredi

L’annuncio del 4 ottobre dell’emissione di un Buono del tesoro poliennale (Btp) di durata cinquantennale (scadenza 1° marzo 2067, subito definito dal mercato “Btp Matusalemme”) e la conferma, il 6 ottobre, di suoi acquisti per un ammontare di 5 miliardi, modifica, indiscutibilmente, il panorama del nostro debito pubblico. Infatti, per i Btp non si era mai superata la durata di 30 anni. Ora si è andati oltre. E, con la riapertura periodica delle sottoscrizioni, qualcuno considera già il Btp cinquantennale un titolo eterno di debito. Questo fatto induce però anche a fare qualche riflessione di carattere generale sull’indebitamento del nostro Paese, tenendo conto che, a fine luglio 2016, ha raggiunto il livello più elevato in assoluto di 2.252 miliardi.

Vediamo il primo punto. Come altri Paesi (Francia, Belgio, Spagna, Irlanda), anche l’Italia entra nel club degli Stati che allungano la durata dei loro debiti. Si sfrutta il momento particolarmente favorevole del basso costo del denaro, e si ottengono prestiti a lunga scadenza. La richiesta del mercato sul Btp italiano cinquantennale è stata per oltre 18 miliardi. Il tasso d’interesse si è collocato al 2,85%. Il Ministro dell’economia Pier Carlo Padoan ha esaltato il successo dell’operazione come un segnale di fiducia nell’Italia (forse pensando al SI al referendum costituzionale poiché, se vince il NO, il Presidente del Consiglio Matteo Renzi preconizza il tracollo dell’Italia). Per cinquant’anni, si congelano le spese per interessi su una parte del debito pubblico. I media si sono associati alle esaltazioni, enfatizzando l’esito positivo del piazzamento di questo Btp. Ma è tutto oro ciò che luccica?

Gli acquisti del Btp sono stati fatti, prevalentemente, dai cosiddetti investitori istituzionali (fondi d’investimento, di pensione, assicurazioni, banche), con una netta prevalenza di quelli esteri (circa l’83 %, contro il 16% dei domestici). Questi investitori possono permettersi di metterli nel cassetto (cioè iscriverli nel patrimonio) e lucrare (oggi) il buon rendimento. Ma, su un arco di tempo così lungo, quando il titolo perde di valore, se ne liberano a tambur battente. Se infatti aumentassero i tassi d’interesse (aumento ormai ritenuto probabile), gli acquirenti venderebbero il Btp 2067 e andrebbero ad acquistare nuovi titoli che rendono di più. E, si badi bene, operazioni di questo genere non mettono soltanto a confronto altri titoli italiani, ma guardano alle maggiori redditività che si possono trovare a livello mondiale.

Per il piccolo risparmiatore, l’acquisto oggi del Btp cinquantennale nell’illusione di avere un rendimento buono del suo gruzzolo messo da parte può invece rivelarsi un errore. Se infatti accadesse quanto appena detto sull’aumento dei tassi d’interesse, il valore del titolo diminuirebbe (gli analisti calcolano una perdita del valore del Btp 2067 del 12% se i tassi d’interesse a lungo termine aumentassero anche soltanto dello 0,5%). Se accadono fatti di questo genere, o anch’egli è pronto a vendere come i grandi investitori, o resta con il cerino in mano: perde nel capitale e non ha fondi per altri investimenti. Quindi, sempre nel rispetto della tanto proclamata trasparenza anche nei movimenti finanziari, il Governo (come fa per le sigarette) dovrebbe informare anche di questi rischi (per i quali peraltro non ha mai avuto alcuna sensibilità; per la sua costante fame di quattrini, basta rastrellare risparmi, di chiunque siano). Rischi che non sottovaluta neppure il Presidente della Banca centrale europea (Bce) Mario Draghi che, nel suo programma di acquisto di titoli degli Stati (quantitative easing), esclude titoli di durata superiore ai trent’anni.

E per chi non ha neppure un centesimo per comprare i Btp? Questo si piglia solo le beffe. Lui e i suoi eredi almeno di due generazioni successive contribuiranno a pagare un debito dal quale non hanno tratto alcun beneficio diretto. Ecco perché, in generale, si considera il debito pubblico una tassa a carico degli eredi.

Ma vediamo l’altro punto che riguarda l’indebitamento complessivo del Paese. Seguendo i dati dell’Istat, il debito pubblico del nostro Paese dal 2010 si è evoluto così (in milioni):

2.010

2011

2012

2013

2014

2015

1.851.256

1.907.625

1.989.934

2.069.847

2.136.204

2.171.671

arrivando a settembre 2016 ai suddetti 2.252 miliardi. Negli stessi anni, si sono pagati interessi sul debito come segue (sempre in milioni):

2.010

2011

2012

2013

2014

2015

68.836

76.414

84.070

77.568

74.340

68.440

Guardando alle somme pagate per interessi, emerge l’effettiva diminuzione dei tassi d’interesse sul debito. Nel 2015, si sono infatti pagati interessi addirittura minori (sebbene di poco) a quelli del 2010 benché il debito sia aumentato.

L’aumento è stato di oltre 320 miliardi. Si evince dunque che il Governo ha optato per una politica di espansione del debito, mentre era forse più saggio (come suggerito da tutto il mondo) praticare quella della riduzione, magari trovando risorse in una spending review più seria di quella che viene venduta (3 commissari per questa hanno abbandonato per contrasti con il Governo). Ma tant’è. Una cosa però è inequivocabile. Con la stessa spesa per interessi, ci sono stati a disposizione 320 miliardi in più. Come sono stati utilizzati? Se si voleva realmente far ripartire la crescita, si sarebbero dovuti spendere tutti in programmi di investimento, quelle spese cioè che creano ricchezza e occupazione. O in quella sempre annunciata, ma mai attuata davvero, riduzione delle tasse (qui sono prevalsi gli spot, non i fatti). In buona sostanza, fare quello che - applicando la teoria keynesiana dell’indebitamento pubblico che si giustifica solo per fare investimenti - hanno attuato quasi tutti gli altri Paesi dopo la crisi del 2008. E sono ripartiti. Nulla di tutto ciò è avvenuto da noi. Evidentemente, e contrariamente a quello che i governanti cercano di fare credere ai cittadini, tutto s’è disperso in fiumi della spesa dalle caratteristiche carsiche. Quei fiumi cioè che esistono ma che scorrono sottoterra e di cui nulla si sa. E gli eredi pagheranno anche per questi maggiori debiti che nulla hanno prodotto.

A conti fatti, se la politica economica del Governo è quella che s’è vista finora, anche chiedere all’Europa una maggiore possibilità di spesa (flessibilità) non significa voler rilanciare il Paese, ma poter far crescere ancora il debito pubblico non per investire ma per distribuire altre mance e mancette esclusivamente finalizzate ad acquisire consenso elettorale. E poi ci si lamenta se noi non andiamo avanti!

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