Monge

Gig economy et labora

“Foodora et labora” è la scritta che campeggia su una sorta di enorme bandiera, rosso sbiadito, posta sulla parte posteriore di una bicicletta. Alla guida del velocipede un trentenne impegnato a pedalare e destreggiarsi tra i passanti di via Garibaldi: sguardo teso e proiettato verso l’obiettivo della consegna in atto. La sua falcata decisa non indica solo prodotti alimentari da recapitare ancora caldi al prossimo cliente, ma soprattutto concede ai passanti l’idea di un lavoro a cottimo dove diventa indispensabile rispettare tempi e modalità per non finire sulla lista nera: quella dei cattivi lavoratori.

E’ stata battezzata “Gig economy”, ossia l’economia dei “lavoretti”, ed indica un universo sconosciuto ai più ed in queste settimane emerso alla superficie, dal buio più profondo, per merito della protesta nata proprio in seno dei lavoratori Foodora: l’azienda che, leggendo sul sito, “… seleziona per te i tuoi ristoranti preferiti a Torino, trendy e di qualità e te li porta a casa in soli 30 minuti. Bastano pochi click e il tuo pranzo o la tua cena giungerà subito a destinazione”.

Il meccanismo operativo è piuttosto semplice. L’azienda stipula convenzioni con decine di locali sul territorio, dalle pizzerie alle tavole vegane, ed al candidato cliente è sufficiente iscriversi per accedere alla comunità virtuale e scaricare, di conseguenza, la relativa applicazione telefonica. Leggere il menù è l’atto più faticoso per coloro che decidono di cenare a casa, mentre da quel punto in avanti è compito dei fattorini quello di portare al domicilio, nel più breve lasso di tempo possibile, il pasto acquistato on line.

Quotidianamente accade di imbatterci in operatori della gig economy e per riconoscerli, nella massa, occorre concentrarsi sulla velocità elevata con cui si spostano questi curiosi viaggiatori con cassette a seguito, a bordo di motorini o biciclette, e dagli occhi perennemente spalancati sino a spingersi fuori dalla loro orbita: quasi ad indicare uno stato di stress perenne. Facile quindi individuarli, molto meno semplice risulta invece comprendere lo status giuridico di questi giovani, così come il rapporto economico che regola usualmente la loro prestazione.

Ebbene la gig economy è una vera manna per manager ed ideatori di applicazioni, mentre rasenta il più bieco degli sfruttamenti per quanto concerne i lavoratori. Questi, infatti, vengono pagati in base alle consegne e soggiacciono al principio della non retribuzione dei tempi morti. In sintesi per lavorare si manifesta, sempre tramite applicazione telefonica, la propria disponibilità ma il contatore “salariale” scatta esclusivamente quando arriva l’ordinativo da parte del cliente. I tempi di attesa e strumenti operativi sono a carico del dipendente: Carlo Marx, oggi, non rivelerebbe differenze con la fabbrica di fine 800.   

Il termine “dipendente” è quanto di più lontano dalla realtà si possa usare, trattando l’argomento di oggi. I lavoratori di Foodora, come i loro tanti colleghi italiani ed esteri, non hanno idea di chi sia il loro datore e chi sia il loro riferimento nella piramide organizzativa interna; sconosciuto è anche il trattamento economico che muta a piacimento, naturalmente della sola parte datoriale, reso giuridicamente ufficiale con l’invio di un messaggio virtuale allo smartphone del collaboratore. Al telefonino compete il compito di essere il volto del padrone: un volto freddo e distaccato che può concederti un “Bravo”, se rispetti i tempi a cottimo, come punirti sino ad escluderti dall’impiego in caso contrario.

Il licenziamento è indolore per chi lo decreta. Escludere un lavoratore dalla compagine aziendale è solamente un “clic” sul sistema informatico di rete. Disattivare l’applicazione dal telefono del lavoratore si traduce in un silente “Non sei più con noi”. Sempre alla rete virtuale l’incarico di misurare tempi di consegna e qualità del servizio stesso: in poche parole la produttività dell’individuo, che di fatto è alla mercé della direzione, viene così monitorata minuto per minuto. Il datore, di conseguenza, conosce tempi e tragitti scelti dal suo operatore per raggiungere il cliente, nonché la capacità di rispondere celermente alla chiamata unita a quella di muoversi agilmente per la città.

Naturalmente alla mole di controllo non corrisponde mai una adeguata paga salariale. Nella gig economy, lavorando a pieno ritmo, difficilmente si superano i 250 Euro al mese, con una media di 2 Euro all’ora, per i dipendenti collocati negli uffici, oppure meno di 1 Euro a chilometro per chi si sposta per vie e piazze. Stipendi, sempre che si possono definire tali, da fame che aprono a nuovi paradossi ed innumerevoli contraddizioni.

Negli Usa circa un milione di giovani sono alle dipendenze di una applicazione per smartphone. Nel silenzio usuale della politica, o forse meglio dire nella sua complicità cosciente, emerge il tentativo della magistratura di fare chiarezza su contratti sempre più caratterizzati dallo sfruttamento assoluto del dipendente. In Europa i giudici iniziano, timidamente, a riconoscere lo status di rapporto a tempo indeterminato, con diritti connessi, a quei contratti da forca.

In Italia, invece, il Ministero del Lavoro invia propri ispettori a Torino e Milano per comprendere quale sia la regolamentazione contrattuale tra Foodora e suoi dipendenti. Una misura piena di ipocrisia poiché è la legge stessa che permette una misura crescente, avviata dalla riforma Treu e sublimata dallo Jobs Act, del depauperamento di chi lavora: sfruttamento che si avvicina velocemente allo schiavismo.

Lavorare per ricevere in cambio 2 euro lorde all’ora, o 200 al mese, è un arretramento della dignità e dei diritti dei lavoratori che porta la lancetta della Storia a cavallo tra il XIX ed il XX secolo. I padroni del vapore, i quali tengono stretti in mano i tanti Renzi di turno, stanno demolendo indisturbati le garanzie poste a difesa della parte più debole: i salariati. La gig economy strazia le buste paga portando le retribuzioni oltre ai limiti deliranti segnati in passato dal sistema delle cooperative.

Arretrare nelle tutele è cosa rapida, riconquistare i diritti persi spesso è impossibile ed il costo, quando si riesce, è saldato con sangue e disperazione.

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