FEUILLETON

Pene di una Signora perbene

Con una specie di sciarada letteraria Romilda Bollati fissava i rendez vous nella sua "femminière" torinese con il gran ciabellano degli Agnelli Gabetti. Vita sentimentale e amorazzi di madama Carpano nel libro sui Caracciolo di GIGI MONCALVO

Romilda Bollati contessa di Saint Pierre vedova Turati e vedova Bisaglia. Figlia dei baroni di Saint-Pierre, molto bella, seducente ed esuberante, arrivata a Torino da Parma, divenne quasi per caso indossatrice per una importante sartoria, visse una gioventù di molte letture e di molti sogni, nel periodo d’oro della casa editrice Einaudi – dove lavorava il fratello – con il clan al gran completo, da Italo Calvino a Vittorio Foa, da Massimo Mila a Carlo Levi, da Natalia Ginzburg a Lalla Romano. Il suo fascino era considerato irresistibile ma le pesò sempre l’innamoramento, non corrisposto, di un Cesare Pavese ormai disperato dopo la fine della storia d’amore con l’attrice americana Constance Dowling. Romilda sosteneva di essere lei la «Pierina» a cui lo scrittore torinese rivolse i suoi ultimi messaggi d’amore, uno dei quali scritto proprio da quell’Hotel Roma di Torino dove si uccise il 27 agosto del 1950. Lo rivelò lei stessa, quasi mezzo secolo dopo, con una intervista a una rivista letteraria. Ma esistono ancora molti dubbi in proposito.

Figlia di un’attrice di teatro che la mise al mondo a Campobasso durante una tournée, Romilda aveva sposato giovanissima Attilio Turati, il proprietario della Carpano (la storica azienda torinese del Punt e Mes) e della Baratti. Dal matrimonio erano nati due figli: Giulio Franco, nel 1953, e l’amatissima Lucia Beatrice, tre anni dopo. Alla morte del marito, nel 1980, Romilda ereditò la guida della Carpano e seppe tenerne il timone dimostrando grandi capacità. La sua casa, il barocco palazzo Asinari di San Marzano, ribattezzato palazzo Carpano, in via Maria Vittoria 4, nel centro di Torino, diventò uno dei salotti più frequentati da industriali, politici, intellettuali.

Romilda era una donna dotata di una forza estrema, aveva un’energia straordinaria, un gran fisico, uno spirito e un’intelligenza vivacissima, era una grande ammaliatrice. Suo marito era «un santo», ma lei non riusciva a tenere lontani corteggiatori anche di grande nome. […] Il suo sogno, una sorta di fissazione, era quello di essere idolatrata da un uomo potente. Lo trovò in Gianluigi Gabetti, il «gran ciambellano» di Gianni Agnelli. Ebbero una lunga relazione, si vedevano a Torino, in quella che entrambi chiamavano «la femminière». Spesso Gabetti, con la moglie Bettina Sichel, che sapeva tutto e faceva finta di nulla, era invitato nella villa di Romilda a Capri («Un posto dove, se vuoi, non ti vede nessuno, nessuno ti viene a cercare»). Con loro spesso c’era Aimone di Seyssel d’Aix, forse l’unico amico che Gabetti abbia mai avuto, appassionato di arte e di musica, per molti anni importante dirigente di Ibm e poi direttore generale di Martini & Rossi.

La «femminière», cioè l’equivalente femminile della «garçonnière», era una geniale invenzione di Romilda, un appartamento-tana in cui ribaltare la situazione e far sentire il proprio partner un uomo-oggetto, una preda da conquistare. La relazione andò avanti per quasi cinque anni, e aveva un altro ingrediente stuzzicante, fatto di messaggi cifrati scambiati attraverso libri fatti arrivare a casa di lui o di lei. […]

Due anni dopo la morte del marito, Romilda Bollati si risposò a sorpresa nel 1982 a cinquantatré anni con il senatore democristiano Antonio Bisaglia, ex ministro e potente personaggio politico, molto lontano da quell’ambiente intellettuale torinese che Romilda frequentava. […] Appartenevano a mondi differenti, culturalmente e politicamente. Il matrimonio durò un paio d’anni poiché finì in modo tragico. Bisaglia morì misteriosamente, una domenica di giugno del 1984 a soli 55 anni, cadendo in mare davanti agli occhi della moglie dopo essere scivolato – secondo circostanze mai del tutto chiarite – dal «Rosalù», il ventidue metri di Romilda, mentre la barca era ancorata nelle acque di fronte a Portofino.

La vicenda innescò un vero e proprio giallo. […] Romilda rimase molto toccata dalle polemiche e dagli ingiusti sospetti di cui per anni divenne bersaglio. Fu in quel periodo che, a Milano a casa dell’antiquario milanese Dino Franzin, rivide dopo molto tempo Carlo Caracciolo. Lo aveva conosciuto una sera a Torino a villa Frescot, la casa di Marella e Gianni Agnelli. Capì che il principe poteva essere l’uomo giusto per lei, il suo «faro», pur avendo la consapevolezza, come tutte le altre pretendenti, che sulla strada c’era un ineliminabile ostacolo: donna Violante. Carlo comunque fu molto attratto da Romilda. E lei non fece nulla per nasconderlo. Alle amiche confidava di aver ritrovato la serenità, raccontava i suoi incontri con Carlo, ormai era di casa sullo yacht di lei. Amici comuni ricordano quella volta in cui il principe salì a bordo del «Rosalù» con Gianni Agnelli. Nel corso della navigazione, l’Avvocato continuava a stuzzicare Romilda: «Cara, fammi vedere qual è il gradino da cui è scivolato il tuo povero Toni. Questo? Scusa, ma come è possibile scivolare in mare da qui? Mi spieghi come si fa a cadere in mare da un punto come questo? C’è solo un modo: che ti spinga qualcuno…». Romilda si ritraeva indignata, non accettava battute su quell’argomento, preferiva parlare di Cesare Pavese, cosa che annoiava molto Gianni. Un’altra volta le rispose piccato: «Basta con questo Pavese. Preferirei che ci parlassi di Flaubert. Tu, come una “Madame Bovary di provincia”, sei la persona giusta». Romilda era inorridita. Soprattutto perché Carlo non era intervenuto in sua difesa.

Carlo la chiamava «la signora Carpano» e, quando la rivide e cominciò a frequentarla, raccontò a Marella che, grazie a lei, era ringiovanito. Aveva trovato una donna finalmente intelligente, colta, accanita lettrice di libri. Aggiunse che lei aveva adottato un sistema molto efficace per tenere sempre aperti i contatti con lui: lo stuzzicava dal punto di vista culturale. Gli mandava in continuazione libri che avevano una particolarità: molte pagine portavano sottolineate parole o frasi o periodi fino a comporre un messaggio di senso compiuto che riguardasse lei e Carlo. E nascondesse l’ora e il luogo del loro prossimo appuntamento. Ad esempio, per dirgli «Mio caro Carlo, sono pazzamente innamorata di te. Ci vediamo domani alle cinque dove tu sai….», sceglieva le parole del messaggio a una a una nella successione delle diverse pagine del libro. Il «gioco» era che lui dovesse completare la frase, sottolineare le parole che lui credeva fossero giuste e rimandarle il volume. Non appena concludeva la costruzione o il montaggio della frase, la chiamava al telefono e diceva: «Sono pronto. Ti ho spedito il libro».

Sono andati avanti così per alcuni anni. Carlo non poteva immaginare che il sistema era già stato sperimentato da Romilda con Gabetti… E non sospettava nemmeno che qualcuno lo aveva preceduto anche per quell’altra trovata di Romilda che stuzzicava molto il principe: la famosa «femminière».  […]

Romilda impiegò più tempo di numerose rivali e contendenti, nel capire che Carlo non l’avrebbe mai sposata. Si ostinava a credere che lui stesse bene con lei, che fossero fatti l’uno per l’altra, che entrambi avessero bisogno di accompagnarsi vista la loro età, gli interessi in comune e il patrimonio su cui potevano contare. Tentò anche di convincerlo coinvolgendolo in operazioni editoriali che lui fece evaporare con la sua consueta tecnica del tentennare, non decidere, guadagnare tempo. Negli ultimi anni Romilda sovrintendeva le sue varie attività (il salotto, i figli, i nipoti, i viaggi, la sua farm in Kenya, la sua società editrice Bollati-Boringhieri acquistata insieme al fratello Giulio) ma prima di tutto si definiva «ormai una matriarca».  […]

La delusione che Carlo non avesse scelto lei fu intensa, l’accompagnò nei suoi ultimi anni di vita. Una sera a Milano, ospite dell’antiquario Dino Franzin, in corso Matteotti, Romilda venne avvicinata dal dottor Oliva, il medico personale del padrone di casa. Aveva fama di essere un formidabile diagnosta. «Mi scusi, signora – le disse –, posso guardare i suoi occhi? Non mi fraintenda, credo di doverle dire una cosa importante». Si avvicinò ancora di più. La fece sedere, osservò bene i suoi occhi: «Ho notato qualcosa di strano. Potrebbe non essere nulla. Però le consiglio di fare al più presto, domani stesso se le è possibile, un esame, glielo prescrivo subito». Romilda rimase di sasso. Il giorno dopo andò. In effetti da tempo avvertiva frequenti disturbi, pensava si trattasse di problemi reumatici. Invece i ben più gravi timori del dottor Oliva purtroppo erano fondati. Quegli occhi rivelavano i primi sintomi di una malattia terribile e rarissima, un morbo che a poco a poco le avrebbe divorato i tessuti del corpo. […]  A poco a poco quella malattia cominciò a devastare il suo corpo e, alla fine, rese del tutto irriconoscibile la bellezza e il fascino di un tempo. Un destino crudele per una donna consapevole del proprio fascino e della propria femminilità, che si è innamorata un certo numero di volte, ha fatto molto innamorare, ha molto imparato, come ripeteva, dagli uomini che le sono stati vicini. «Forte, forte. Dicono tutti che ho spalle forti. Però la vita me le ha scoperte tutte e io adesso mi sento fragile», ripeteva prima di scomparire dai salotti che frequentava e di smettere di incontrare amici e amiche. Non volle più vedere nessuno. Tanto meno Gianluigi Gabetti con cui aveva ripreso a frequentarsi. L’unico a essere ammesso a casa sua a Torino in via Maria Vittoria era Paolo Pejrone, il famoso architetto torinese dei giardini che ha progettato il parco degli Agnelli a Villar Perosa, e quelli di Mary e Alain de Rothschild, dell’Aga Khan Karim, di Carlo De Benedetti, di Valentino, dei principi Borghese e dei Sanjust.

Romilda Bollati di Saint Pierre si è spenta a 82 anni, il 21 aprile 2014 a Torino.

© Estratto dal libro di Gigi Moncalvo I caracciolo - Storie, misteri e figli segreti di una grande dinastia italiana (537 pagine, Amazon.eu, 20 euro). Il volume raccoglie le appassionanti e coinvolgenti vicende che riguardano i due principali protagonisti: Carlo Caracciolo principe di Castagneto, editore e fondatore de l’Espresso e di Repubblica, e soprattutto  Donna Marella Caracciolo, vedova di Gianni Agnelli. Si tratta di una sorta di prosecuzione e completamento dei due libri che l’autore ha dedicato alla saga della Famiglia Agnelli: I Lupi e gli Agnelli e Agnelli Segreti - Peccati, passioni e verità nascoste dell’ultima “famiglia reale” italiana.

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