Competitività in panne

Nelle pirotecniche presentazioni della manovra di bilancio 2017 fatte dal Presidente del Consiglio Matteo Renzi, la competitività (unita all’equità) è indicata quale obiettivo primario della manovra stessa.

Per ridare slancio concorrenziale al Paese, si annunciano 20 miliardi di stanziamenti (in più anni), concentrati nel progetto Industria 4.0. Sempre a questo scopo, s’intende procedere alla riduzione della tassa sul reddito delle società (Ires) dal 27,5 al 24% e alla sostituzione, per le piccole imprese, dell’Irpef con una tassa unica (flat tax) al 24%. Si manterrà, anche nel 2017, il super ammortamento dei beni strumentali al 140%, cioè la possibilità per le imprese che investono in questi beni di contabilizzare, come costo di ammortamento ai fini della riduzione della tassazione del loro reddito, il 140% del valore del bene anziché soltanto il 100%. Inoltre si concederà - con la stessa logica del super ammortamento – un iper ammortamento del 250% per le imprese che investono in beni ad alta tecnologia. In soldoni, se le imprese investono si autoriducono il carico fiscale. Scordando l’infelice uscita del 12 ottobre del Presidente Renzi alla Camera dei deputati per cui l’Italia è competitiva per “il fatto che gli ingegneri costano meno in Italia” (affermazione bollata da Maurizio Crozza e da altri osservando che il Presidente del Consiglio forse confonde la competitività con lo schiavismo), secondo il Governo, questi interventi ridarebbero capacità all’Italia di sostenere sui mercati la concorrenza con gli altri Paesi.

Ad oggi, nessuno può dire se i 20 miliardi per la competitività, nel bilancio dello Stato 2017 e seguenti, ci saranno veramente. Altre pressanti urgenze (terremoti, immigrazione) possono sovrapporsi, riducendoli o, addirittura, annullandoli. Si deve aggiungere che tutte le suddette strategie per la competitività sono tuttora oggetto di ballerini enunciati verbali (oggi si dice e domani si rimangia), nulla essendosi tradotto in qualche stracciata norma di un disegno di legge (come si sa, l’Europa ha sempre il fucile puntato contro di noi; mettere nero su bianco, può essere pericoloso). Ma non è questo il punto. La questione è un’altra. Indipendentemente dalla maggiore o minore esistenza di risorse, la competitività di un Paese è soltanto legata ad abbattimenti fiscali al sistema delle imprese, più o meno generosi? A questo proposito, il mondo sembra parlare unaltra lingua.

Il 25 ottobre è stato pubblicato il 14° Rapporto annuale della Banca MondialeDoing Business 2017”. Il Rapporto – prendendo in esame le economie di 190 Paesi del mondo, dall’Afghanistan allo Zimbabwe –, analizza le condizioni che possono facilitare lo svolgimento di attività d’impresa. La classifica che ne esce rappresenta un riferimento (sempre molto apprezzato) per gli investitori internazionali alla ricerca di aree che offrano opportunità per fare affari. Ovviamente, più l’area offre queste opportunità, più diventa competitiva con il resto del mondo (naturalmente, per gli imprenditori stranieri ma anche per quelli interni). Nel 14° Rapporto, la Banca mondiale misura la competitività di un Paese sulla base di questi parametri: tempi e procedure per avviare un’impresa, modalità per ottenere permessi di costruire, tempi e procedure per ottenere l’allaccio all’energia elettrica, tempi per registrare un atto di proprietà, accesso al credito, tutela degli investitori, pagamento delle tasse, commercio con l’estero, rispetto dei contratti e definizione dei fallimenti. La graduatoria dei Paesi è data dalla media dei punteggi ottenuti da ciascuno nei parametri utilizzati.

Nella classifica,l’Italia è al 50° posto. E’ preceduta da economie che possono apparire anche meno significative, quali l’Islanda (20° posto), la Malesia (23° posto), il Kazakhstan (35° posto). La seguono le altre che hanno ottenuto, sulla base degli indicatori scelti, punteggi inferiori. Prima nella classifica la Nuova Zelanda.

Scorrendo la classifica, ciò che però colpisce è che (escludendo ormai l’Inghilterra) l’Italia è preceduta da 23 dei 27 Paesi che fanno parte dellUnione europea. E così si va dalla Danimarca (3° posto), alla Germania (17° posto), alla Francia (29 ° posto). E’ battuta anche dalla Spagna (32° posto) e da Cipro (45° posto). Seguono soltanto il Lussemburgo (59° posto), la Grecia (61° posto) e Malta (76° posto). E ciò che colpisce ulteriormente è che, nella capacità di fare impresa, l’Italia perde posizioni rispetto alle classifiche degli anni precedenti. Infatti scende dalla 44esima posizione del 2016 alla suddetta 50esima. In buona sostanza, sembra che la competitività del Belpaese sia fortemente in panne.

In base ai punteggi ottenuti nei singoli parametri, l’Italia si colloca al 63° posto nelle procedure per avviare un’impresa, all’86° per l’ottenimento dei permessi per costruire, al 51° per i tempi di allaccio all’energia elettrica, al 24° per i tempi per registrare la proprietà, al 101° per l’accesso al credito, al 42° nella tutela degli investitori, al 126° per il pagamento delle tasse, al 1° per il commercio con l’estero, al 108° per il rispetto dei contratti e al 25° per la definizione dei fallimenti. Mentre, dunque, ci si può compiacere per talune performance positive, altre restano fortemente negative.

La peggiore è il pagamento delle tasse. Si tiene conto del numero dei pagamenti, del tempo necessario per seguire ed eseguire gli stessi e dell’aliquota totale come percentuale che diminuisce i profitti. Doing Business 2017 dà atto che, in quest’area, l’Italia è migliorata. In particolare, rileva le metodologie più favorevoli nel pagamento di alcune imposte (ad esempio, deducibilità piena del costo del lavoro dall’imposta regionale sulle attività produttive – Irap), la riduzione del numero dei pagamenti (14 rispetto ai 15 dell’anno precedente), il tempo necessario per seguire ed eseguire gli stessi (240 ore rispetto alle precedenti 269) e la diminuzione dell’aliquota totale delle tasse sulle imprese, che cala al 62,0% dal 64,8 % del 2016. Ciò nonostante, il divario con gli altri Paesi resta rilevante. Ed è ben chiaro come performance negative scoraggino gli investitori stranieri dal venire a fare impresa in Italia. Al tempo stesso, invogliano i nostrani ad andarsene da altre parti, con sottrazione di ricchezza dal Paese. Gli esempi non mancano.

A conti fatti, tra gli economisti è aperto il dibattito su quali siano gli elementi che rendono un’economia realmente competitiva. Tutti però convengono che la competitività si ottiene attraverso un mix di fattori di varia natura. Doing Business ne individua alcuni ritenuti particolarmente significativi. Non sembra che essi compaiano nelle strategie per la competitività annunciate dal Presidente del Consiglio Matteo Renzi. Ed allora, non resta che attendere per vedere se gli interventi (vaghi e parziali) per la competitività ipotizzati nella manovra di bilancio 2017 saranno in grado di far ripartire il motore portandoci, nelle classifiche internazionali, in posizioni più dignitose. 

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