Acqua Santanna

Cultura di classe

“Ricostruiremo tutto subito”; “L’Italia riparte”; “Siamo destinati a cambiare il Paese”: dichiarazioni che sentiamo ripetere quasi tutti i giorni da un volto il cui sguardo è apparentemente perso nel nulla, ed a tratti dalle espressioni “mascellari” che riportano alla memoria vecchie immagini dei cinegiornali. Quegli stessi, identici, fotogrammi passati al vaglio dagli addetti alla propaganda in camicia nera.

Parole al vento, prive di un significato reale, a cornice di un Paese in cui tutto cambia per non far cambiare in realtà nulla. Affermazioni da conferenza stampa che sembrano perdere qualsiasi significato concreto nel momento stesso in cui si spengono i riflettori puntati sul premier. Illusioni spezzate da una continuità disarmante tra “vecchio” e “nuovo”, ma soprattutto dall’estinzione irreversibile di una categoria politica ormai relegata alla Storia: quella degli statisti, ossia degli uomini, e donne, di Stato.

Gestire un Paese è diventato simile a gestire quella che in passato era la Provincia, ora Città Metropolitana, oppure una circoscrizione: contributi a pioggia in assenza di un progetto orientato al futuro, ed affidamento al privato (generalmente quello delle speculazioni) per investimenti improvvisati e senza un elemento che dia loro un senso sociale o produttivo.

Insomma si sarebbe detto in passato “Dilettanti allo sbaraglio”: astuti improvvisatori che si cimentano in azioni lontane dalla loro portata e dagli effetti, sul breve quanto lungo periodo, catastrofici. Gli esempi non mancano, senza doversi soffermare solamente sulla cosiddetta Riforma Boschi. Lo stesso Jobs Act, che nel nome riprende la tradizione legislativa anglosassone, si limita ad essere una norma incentrata sul sostegno finanziario a chi assume: nulla di più lontano da un intervento davvero strutturale sul mondo dell’industria e del lavoro.

Di questo passo il termine “Riforma” potrebbe essere utilizzato indiscriminatamente, sino ad arrivare al paradosso attuale in cui si indica un effettivo stravolgimento della realtà ma marcatamente orientato al passato. Di conseguenza è oramai possibile affermare che l’instaurazione di una dittatura, a guida di un nuovo duce, potrebbe essere rubricabile quale riforma, a tutto campo, dell’assetto democratico.

Il mare politico in cui navighiamo è battuto da tempeste “perfette”: facile perdere la rotta ed affondare tra i flutti agitati. Navigazione resa impossibile non solamente da una totale assenza di statisti, ma anche dalla scomparsa delle grandi ideologie, ossia quell’insieme di progettualità sociale orientata alla costruzione del futuro. Un assioma, questo ultimo, dimostrato dai fatti quotidianamente protagonisti della cronaca torinese e non solo. E’ sufficiente prestare attenzione a quanto avviene sul territorio per riceverne una triste conferma: accertare come ovunque domini il pressapochismo unito all’improvvisazione.

Il mondo dell’occupazione, o meglio della disoccupazione, è forse la cartina tornasole più evidente di quanto sta avvenendo in Italia e nel continente europeo. Risulta opportuno puntare l’attenzione, a conferma del tutto, sugli ultimi accadimenti verificatisi all’interno della Reggia di Venaria. Ennesimo paradosso italico dove si assiste ad un curioso fenomeno: da una parte il successo di visite ed incassi che il complesso reale annovera nel tempo; dall’altra la scelta amministrativa di rivedere le condizioni economiche previste nella gara d’appalto rivolta alla gestione del bene stesso.

In sintesi la Venaria Reale registra buoni introiti e successo di visitatori ma per il personale addetto sono previsti tagli, sino ad un quinto, del proprio stipendio. Decurtazioni affidate alla cooperativa che ha vinto la gara grazie ad un sostanziale ribasso d’asta. Dimostrazione di come la Cultura sia effettivamente una delle possibili alternative economiche ed occupazionali alla produzione classica di beni, ossia la fabbrica, ma anche di come la stessa riproduca le tradizionali dinamiche delle officine: stipendi più che dignitosi, a volte addirittura ricchi, per i dirigenti, e salari da fame per i suoi addetti.

Un aspetto, quest’ultimo, che rende il comparto avvolto da un apparente alone di sfarzo e lusso, per quanto riguarda eventi e figure apicali, destinato a rimarcare la distanza tra la cosiddetta “Cultura” e coloro che dovrebbero goderne anche ai fini di una crescita personale. Il rischio che si corre è quello di una divisione in classi sociali, o meglio di dominati e dominatori, sia all’interno degli organici del settore, sia in termini di fruizione stessa: visite aperte quasi a tutti, seppur dal costo in continua crescita, e serate riservate solamente a chi può permetterselo escludendone quindi, ennesimo paradosso, i medesimi che hanno contribuito a costruirle materialmente.

In un tal contesto forse non è casuale l’iniziativa proposta recentemente al pubblico presso l’Oratorio di San Filippo Neri.

“A Torino non suoniamo mai in un posto normale. Abbiamo iniziato tra i graffiti dei Murazzi, poi a El Paso, ed ora tra questi bellissimi affreschi”. Questa la premessa di Arioldi che ha aperto il concerto delle Officine Schwartz al San Filippo Neri. Un concerto, gratuito, che rievoca i suoni della fabbrica nella città stessa in cui la fabbrica è nata e, purtroppo, è morta: elementi non fortuiti e rimarcati nell’intervento introduttivo di Padre Goi, il quale ha voluto ricordare, in tale contesto, anche i vecchi ed i nuovi conflitti sociali.

Due mondi della cultura diametralmente distanti: quello dello sfarzo riservato a pochi, lavoratori inclusi, e l’altro che guarda a linguaggi e creazione di nuovi percorsi sociali nonché meta politici. Due cammini su strade diametralmente opposte e che dimostrano come le riforme, quelle vere, nascano da azioni condivise quanto alternative all’esistente: un antagonismo allo stato di fatto che consegna materia viva a quelle che altrimenti si confermano solo parole vacue.  

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