Acqua Santanna

Solamente il fumo uccide

Copri pacchetti, nastri, fiocchi, adesivi: sono alcuni degli espedienti adottati dai fumatori italiani per celare, ai propri occhi, le foto terrificanti stampate sui pacchetti di sigarette.

Pescare una bionda, per un momento di relax insano, significa fare i conti con l’immagine di un ammalato di cancro che sputa, platealmente, sangue su un fazzoletto bianco; oppure combattere contro un polmone nero appena sezionato su un tavolo da obitorio. Rappresentazioni forti, al limite dello shock, per inculcare nel cervello dei consumatori di tabacco un messaggio violento senza attenuante alcuna: il fumo uccide tra mille sofferenze.

Sarebbe curioso comprendere se la campagna, completamente affidata ad una comunicazione terrorista, abbia segnato dei reali successi nella riduzione del numero di tabagisti in Italia. Senza ombra di dubbio l’orrore che i comunicatori modello “Dario Argento” hanno procurato ai consumatori di nicotina ha lasciato spazio ad un profondo disgusto, placato solamente dalla fantasia di coloro che hanno ideato mille modi per coprire parti anatomiche, cancri aggressivi e morti annunciate.

Il contrasto all’acquisto di sigarette è certamente prevenzione sanitaria, nonché risparmio sul comparto dell’assistenza ospedaliera, ma evidenzia l’ipocrisia di fondo da parte di uno Stato che individua i suoi nemici per mezzo di criteri assolutamente incomprensibili, oltre che infidi.

La quotidianità collettiva è invasa da slot machine, gratta e vinci, lotto, corse di cavalli e molto altro. La dipendenza che genera la scommessa, o la ricerca di improbabili vincite affidate al caso, è nefasta nei suoi effetti: tanto quanto la nicotina oppure l’alcool. Coerenza vorrebbe che in attesa di azioni di stampo culturale, non rette solamente dallo scopo di seminare panico, possa rivelarsi utile intervenire per contrastare anche queste ultime cause di disagio sociale. Sarebbe quindi logico aspettarsi un adesivo gigante, da apporre sulle slot, in cui venga raffigurato un padre di famiglia rovinato dalle macchinette d’azzardo, costretto a chiedere monete in strada per mettere insieme il pranzo con la cena.

Probabilmente, in linea con la comunicazione governativa in auge, si potrebbe includere sulle etichette del barbera l’immagine di un clochard stretto dal gelo e quella di un padre ubriaco che picchia i figli senza una reale motivazione. La foto di un fegato spappolato sarebbe ideale a lato dell’etichetta di un barolo, ed un portafoglio vuoto, poche ore dopo aver riscosso lo stipendio in banca, sarebbe ottimale per fare da sfondo al gioco il Miliardario di Lottomatica.

Naturalmente non si vuole, in questo commento, sposare cause proibizionistiche o addirittura tesi da bacchettoni, ma di certo rimarcare un doppio criterio di giudizio in merito ai mali che affliggono gli italiani: valutazioni istituzionali al limite dell’integralismo quando si tratta di sigari e sigarette, ma super tolleranti sul resto. Non stupisce, infatti, il silenzio imbarazzante dell’amministrazione statale innanzi alla scelta della sindaca Appendino nel limitare gli orari di accesso alle slot da parte dei giocatori: un giro di vite sicuramente poco gradito all’Agenzia delle entrate come ai tabaccai cittadini.

Lo Stato grazie al gioco d’azzardo guadagna percentuali minime rispetto ai concessionari del servizio stesso: situazione che genera comunque un conflitto di interessi sgradevole, che vede l’autorità statale contrapposta ai principi di tutela nei confronti dei cittadini.

Un quadro desolante, quanto ambiguo, di fronte al quale è facile deprimersi. Difficile essere anche solo parzialmente rincuorati dall’uso che il governo fa delle risorse che incamera dalle sue innumerevoli attività, tra cui spicca il gioco d’azzardo: spese usualmente caratterizzate da sprechi, dilapidazioni, sperperi colossali, investimenti inutili alla collettività.

L’esempio diseducativo dell’impegno delle risorse di cassa, private o pubbliche essi siano, lo fornisce sovente il governo, il quale ha superato se stesso anche in questi ultimi giorni, seppur pare usando finanze non collettive.

Renzi, infatti, ha recentemente inviato a circa 4 milioni di connazionali residenti all’estero una corposa lettera in cui vengono esplicitate le ragioni del Si alla riforma. Il premier annuncia querela contro chiunque osi dire che tali missive siano state pagate tramite finanze statali, se ne prende atto, ma nell’intimare la via giudiziaria egli dimentica di fornire il dettaglio in merito alla provenienza delle risorse necessarie ad una campagna referendaria tanto impegnativa: insomma chi ha pagato quelle lettere, e chi finanzia così massicciamente la campagna del Si, resta un mistero impenetrabile.

Un gesto, quest’ultimo, che porta alla memoria la famigerata lettera agli italiani a firma del Presidente Berlusconi. Il Cavaliere però non è mai giunto a tanto. Nessun Primo ministro aveva, sino ad oggi, spedito lettere usando gli elenchi ministeriali, nello specifico del Ministero degli Esteri, con lo scopo di sostenere una delle tesi sottoposte al voto degli elettori. Togliatti e De Gasperi avrebbero oggi, più che mai, tanto da insegnare a coloro che si autoproclamano statisti.

Un gesto grave passato inosservato ai più. Tanta ipocrisia istituzionale avvelena la democrazia, quella rimasta, sin alle sue radici. Coerenza vorrebbe venissero applicate immagini pure sui testi di legge e, nello specifico, su quello inerente la riforma costituzionale ultima. In merito avrei una proposta, ossia la foto di re Umberto II di Savoia che saluta il picchetto d’onore prima di salire sull’aereo che lo accompagna all’esilio perpetuo.

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