In campo i “pontieri”

Un tempo nella Dc, ma non solo nella Dc, esisteva la cosiddetta corrente dei “pontieri”. Cioè una esperienza politica che di fronte a momenti di particolari difficoltà di quel partito si ponevano come obiettivo la ricerca dell’unità, o meglio, di una progressiva riduzione della polemica e della radicalizzazione del conflitto interno. Ora, la Dc non c’è più e i partiti-comunità di quel tempo sono scomparsi con il tramonto della prima repubblica. Restano i partiti “personali” o i “cartelli elettorali” come vengono più comunemente definiti ma le dinamiche concrete del passato si ripetono tali e quali anche oggi. E questo per un semplice e persin banale motivo: il conflitto politico non è mai estirpabile e, forse, oggi è più violento di un tempo perché i partiti sono diventati semplici emanazioni del leader dove lo scontro è riconducibile più a motivazioni personali che non a reali argomentazioni politiche e programmatiche.

E oggi nel Pd forse è arrivato il momento che proprio i “pontieri” svolgano un ruolo politico centrale, se non decisivo. Non si tratta, come ovvio, di dar vita ad una “corrente dei pontieri” nel partito che svelenisca il clima surriscaldato per la profonda radicalizzazione politica riconducibile al confronto referendario. Né, d’altro canto, serve che scendano in campo personaggi o leader che svolgano solo un ruolo tecnico di pacieri. Non si tratta di questo. Semmai, i pontieri contemporanei sono coloro che non si rassegnano ancora alla divisione irreversibile del Pd, alla rottura del Pd e alla spaccatura del Pd.

Sotto questo versante, il ruolo politico giocato da Gianni Cuperlo in queste ultime settimane rientra a pieno titolo in questo impegno di ricucitura e di ricomposizione che non può più essere rinviato. Del resto, è sotto gli occhi di tutti che un partito come il Pd - partito di massa, di governo, interclassista e riformista - non può proseguire la sua normale e naturale navigazione politica all’insegna di una profonda radicalizzazione interna. E questo prima ancora di un fisiologico confronto-scontro congressuale dove, si spera, emergeranno ricette opposte ed alternative per la gestione del partito, per il governo del paese e per un nuovo programma. Perché prima del congresso - sempre che avvenga ancora secondo i canoni del passato - è necessario ed indispensabile che la lacerazione del partito non si trasformi in un dogma incancellabile e in un dato permanente della geografia del Pd. E questo perché prima della disputa congressuale serve ripristinare una normale e tranquilla convivenza politica nel partito tra le varie anime culturali.

Il punto, quindi, è adesso uno solo: quanti sono, nel Pd, i leader e le componenti o correnti che credono ancora in questo obiettivo? O meglio, quanti sono coloro che pensano che un partito non debba vivere all’'insegna di una conflittualità e di una lotta interna permanenti? Perché di questo, alla fine, si tratta. Nei grandi partiti popolari e di massa del passato non mancavano i conflitti e gli scontri politici ma ci si fermava di fronte alla delegittimazione personale e alla denigrazione dei compagni di partito. Su questo c’era un limite, politico, culturale ed umano. Insomma, l’unità del partito, seppur nelle profonde diversità tra le varie componenti, era sempre preservata e garantita.

E oggi nel Pd, soprattutto dopo il 4 dicembre, a prescindere che vinca il Sì o che prevalga il No, è drasticamente necessario che si formi anche un’area di “pontieri” traversale. E cioè, non un agglomerato trasformistico ed indistinto ma un luogo di responsabilità e di buon senso che sappia spezzare quella spirale di divisione, di rottura e di radicalizzazione che hanno preso piede in questi ultimi mesi e che, se non vengono governate, possono concludersi in una spaccatura dello stesso Partito democratico. Una posizione, quindi, che pur non mettendo in discussione le profonde diversità politiche che animano le mille correnti del Pd - anche se poi si riconoscono quasi tutte nel medesimo leader - sappia perseguire l’obiettivo dell'unità di tutto il Pd. Perché anche l’unità resta un valore in un partito. Che non sia, come ovvio, solo un partito personale o un semplice cartello elettorale. Mai come in questa fase, quindi, servono più Gianni Cuperlo e meno facinorosi.

*On. Giorgio Merlo, dirigente nazionale Pd

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