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POLITICA & SALUTE

Troppe 20 Sanità regionali “Facciamo l’Unità d’Italia” 

L'assessore piemontese e coordinatore nazionale Saitta rompe il tabù: "La sbornia federalista non ha dato i risultati auspicati". E così dopo 25 anni si scopre l'insostenibilità del modello. "La riforma costituzionale colmerà le differenze"

“La sbornia federalista, nella sanità, non ha dato i risultati che molti annunciavano o speravano. Di questo ormai se ne stanno rendendo conto un po’ tutti”. Quindi, per dirla con Bartali, è tutto da rifare? “No, non da rifare. Semmai è arrivato il momento di fare l’Unità d’Italia della sanità”. Antonio Saitta, l’uomo cui Sergio Chiamparino ha affidato il settore che vale oltre l’ottanta per cento del bilancio regionale e una quantità di problemi difficilmente quantificabile, affronta il tema della svolta sollecitata dall’emergenza vaccini e dall’incombere del referendum nel suo ufficio di corso Regina, ma con lo sguardo di chi da mesi è alla guida della commissione sanità in seno alla Conferenza delle Regioni.

A proposito, converrà che riesce difficile immaginare Luca Zaia o Roberto Maroni pronti a buttare alle ortiche il federalismo, soprattutto nella sanità, visto che sia in Veneto sia in Lombardia funziona bene? “Ma anche in Piemonte abbiamo un’ottima sanità, migliore rispetto a quella di molte altre regioni. Non sono io a dirlo, ma analisi come quello dello studio Ambrosetti o i dati del ministero che saranno pubblicati a breve. Il tema è un altro: l’Italia non è gli Stati Uniti e il Piemonte non è il Texas, quindi bisogna garantire a tutti i cittadini gli stessi diritti, le stesse prestazioni indipendentemente da dove vivono. E questo è possibile solo se il governo nazionale attua una politica forte di coordinamento, di indirizzo come del resto in parte si è già incominciato a fare con il Patto della Salute fissando parametri cui le Regioni devono attenersi. E chi sbaglia paga. Sì, credo che sia giusto anche prevedere delle sanzioni”.

Le dimensioni e le distanze non sono quelle americane,  però il mercato dei direttori delle Asl prosegue: assunti in Piemonte poi migrano in Lombardia o Liguria per qualche dollaro in più. “Anche su questo aspetto una serie di misure nazionali, un forte ruolo centrale, aiuterebbero ad evitare situazioni spiacevoli”. Come quella dei vaccini. L’Emilia Romagna ha stabilito l’obbligo per i bambini che frequentano l’asilo, altre regioni annunciano di seguirne l’esempio, anche in Piemonte ci sono richieste in tale senso da parte della stessa maggioranza. Lei, anche in questo caso si è espresso per una legge nazionale. “Lo ritengo indispensabile per evitare ulteriori differenze tra una zona e l’altra dell’Italia. Le iniziative sporadiche e in ordine sparso di singole Regioni rischiano di avere come effetto quello di  creare differenze nel Paese. Niente di più sbagliato. Per questo ho chiesto al ministro Beatrice Lorenzin di valutare la possibilità di promuovere un’iniziativa legislativa nazionale sull’obbligo di vaccinazione. In Piemonte la percentuale di vaccinati è sempre stata molto alta, tanto da non richiedere provvedimenti. Oggi, purtroppo  si è diffuso un ingiustificato allarmismo sui presunti effetti negativi di alcune vaccinazioni, senza che vi sia nessuna evidenza scientifica. Un fenomeno alimentato dal web e dai social network che disorienta molte famiglie e rischia di portare alla ricomparsa di malattie che erano ormai quasi debellate. In questo fondamentale è  la corretta informazione alla popolazione con il coinvolgimento degli operatori sanitari, medici di famiglia e pediatri”.

Emergenza vaccini, ma anche un referendum costituzionale che, per chi contesta le riforme, scipperebbe la sanità alle Regioni per riportarla in capo allo Stato. Chiamparino ha più volte detto che non si strapperebbe per questo le vesti. Se vince il Sì lei rischia di rimanere disoccupato? “Assolutamente no. Semmai l’approvazione delle riforme, per quanto riguarda la sanità, ci porterà nella direzione che di fatto in parte abbiamo già imboccato con il Patto per la Salute. Giusto che le Regioni governino la sanità, ma in un contesto in cui si superino delle differenze che sono soltanto negative per i cittadini, oggi spesso discriminati dal fatto di risiedere in una regione piuttosto che in un’altra”.

Uno dei cavalli di battaglia di alcuni governatori, specie della Lega, è quello dei costi standard: la siringa che si paga diversamente in Lombardia rispetto alla Calabria. A che punto siamo? “Direi questione superata. Mi spiego meglio: l’attribuzione di un fondo ad ogni Regione subordinato all’erogazione di prestazioni e servizi molto precisa, di fatto è un sistema migliore rispetto a quello dei costi standard che si basa solo su parametri economici e non di qualità dei servizi ai cittadini, come invece è giusto che sia”.

Assessore il Piemonte è uscito dal piano di rientro, adesso si può finalmente entrare in un nuovo corso? “Sì. Oggi abbiamo a disposizione risorse che erano bloccate”. Quindi si investe in sanità? “Certo. Abbiamo alcune fasi operative: una riguarda il completamento di due presidi, quello di Verduno e quello della Valle Belbo, per il primo servono 25 milioni, per il secondo 13 visto che 10 arriveranno da un mutuo stipulato dall’Asl. Poi ci sono le due Città della Salute di Torino e Novara, per cui pensiamo di avviare le procedure di gara entro la fine dell’anno. Qui si tratta di investimenti di si aggirano sul miliardo”.

Dai sindacati, così come dagli amministratori locali si tiene il punto sulla questione del personale, spesso ancora insufficiente. Assunzioni in vista? “Ci saranno e non serviranno solo a coprire il turn-over. Ma le faremo solo dove realmente servono, altrimenti ci mettiamo poco a tornare da dove siamo appena usciti. La nostra intenzione è quella di rafforzare la rete territoriale con personale, ma anche finanziando i piani elaborati dalle Asl. Questo è un settore che dobbiamo rafforzare e per il quale c’è la più ampia disponibilità al confronto con i territori per tagliare l’abito su misura”.

Dopo le polemiche arrivate pure da sindaci del suo partito, il Pd, sul mancato ascolto in occasione della riforma ospedaliera, ha cambiato atteggiamento? “Ma no, il confronto c’è stato. Si ascolta tutti, ma non sempre è possibile accontentare tutti. Quel che è certo è che la delibera sulla rete ospedaliera non si cambia, altrimenti nel piano di rientro ci torniamo. Qualcosa è stato rivisto e la disponibilità c’è sempre stata, come peraltro c’erano degli obblighi previsti dal Patto della Salute. Adesso dobbiamo lavorare per la rete territoriale. Ho appena fatto in un pomeriggio tre incontri con i sindacati, sto girando il Piemonte, dobbiamo lavorare tutti insieme”. Quando arriverà il nuovo direttore regionale della sanità, Renato Botti? “Lunedì ci sarà la nomina da parte della giunta. Spero sia questione di poche settimane. Prima arriva meglio è”.

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