La pentola d’oro

Ne abbiamo viste tante, ma proprio tante, sino ad essere vaccinati contro ogni forma di stupore imbarazzato. Niente più scuote l’animo degli italiani: scomparsa l’indignazione, sparito lo sconcerto. Rimane la rabbia sterile che si esprime manifestando chiusure ermetiche su tutto e tutti, e che colpisce nel mucchio indiscriminatamente senza fare prigionieri: un furore istintivo poco idoneo alla costruzione di un nuovo futuro, al contrario decisamente generoso nell’accendere fuochi soprattutto in luoghi graditi al potere.

Eccoci allora tutti a puntare l’indice accusatorio contro categorie umane, etnie, popoli, senza meditare su chi li ha costretti a diventare “popoli erranti” o migranti (come si dice oggi), e non riflettendo minimamente in merito a coloro che dalla situazione mondiale ricavano sempre più soldi e profitti. Un esempio recente viene prestato dagli scontri avvenuti nei pressi delle palazzine olimpiche del Lingotto: il senatore Pd Esposito, ospite televisivo fisso su La 7, a caldo fa ricadere ogni colpa sugli immigrati in strada, senza neppure dare attenzione a cosa abbia scatenato il loro furore, ossia il lancio di alcune bombe carta ad opera di gruppi neo nazisti.

A livello di riforme, poi, l’Italia batte tutti i Paesi europei, sia per fantasia arlecchinesca che per livello di caos legislativo prodotto. Un dato storico che dovrebbe aver convinto, da tempo, il popolo italico sulla necessità di votare, di tanto in tanto, persone preparate alla guida della nazione, al di là degli schieramenti ed i credo di appartenenza. Speranza resa purtroppo vana dalla volontà ferrea dei partiti di candidare, nelle proprie liste, quasi esclusivamente capibastone o utili yes men. Nel suo piccolo il ritorno miracoloso in Parlamento, così come a Palazzo Chigi, di statisti sarebbe una rivoluzione inaudita che darebbe davvero slancio al Paese: allo stato attuale uno scenario degno del miglior Guerre Stellari, specialmente pensando ai tanti deputati che seguono la direzione del Maestrale, sullo stile Cuperlo o Migliore.

Era il 23 luglio 2011 quando Bossi, Calderoni e Tremonti inauguravano le sedi distaccate dei dicasteri dell'Economia, della Semplificazione normativa e delle Riforme. Gli uffici, con tanto di targhe istituzionali, furono collocati all’interno di un’ala della Villa Reale di Monza. Scelta istituzionale giustificata dalla necessità di fare percorrere meno strada ai cittadini del Nord che si dovevano rapportare con il governo centrale. Nelle stanze dei ministeri distaccati spiccava il crocifisso, fissato alla parete, a fianco delle fotografie incorniciate raffiguranti Bossi ed il Presidente Napolitano. Sono trascorsi oltre sei anni da quella stravagante cerimonia inaugurale ed i locali ministeriali decentrati sono stati trasformati in caffè già nel 2012, mentre la stessa provincia di Monza ha rischiato di essere cancellata dal governo Monti.

Dal decentramento spinto, per un attimo denominato federalismo, all’accentramento rapido il passo è stato breve. Le competenze in capo agli enti territoriali sono state lentamente azzerate tramite alcune riforme costituzionali replicate negli anni. Un lavoro di erosione lento, quanto inesorabile, che in poco tempo ha stravolto l’assetto istituzionale della Penisola. Nel 2014, ad esempio, la legge dello Stato ha dato seguito a quella costituzionale del 2001 istituendo 14 Città metropolitane.

Il capoluogo piemontese è quindi diventato anche il comune cardine di un ente istituzionale che raccoglie centinaia di grandi e piccoli comuni, sino a toccare i confini francesi sulle Alpi a Claviere. In sintesi muta il nome della Provincia ma non la sua estensione territoriale, mentre al contrario vengono stravolte le sue competenze che, in gran parte, sono avocate dalla Regione Piemonte lasciando alla Città metropolitana quelle residuali dell’edilizia scolastica e manutenzione strade secondarie, oltre ad un bilancio degno di Monopoli.

La riforma delle Provincie ha soprattutto cancellato le assemblee composte da consiglieri eletti dal popolo, a tutto vantaggio di nomine derivanti da consultazioni di secondo livello, dove il diritto di voto è assegnato ai consiglieri comunali che diventano anche elettorato passivo. La legge del 2014 consente ai sindaci di poter diventare consiglieri della Città metropolitana, raddoppiando ruoli e generando il rischio di dover scegliere le priorità trascurando quanto non vi rientri.

Il popolo italiano ha creduto nel regime fascista, poi negli americani e nel governo Scelba. Messa la parola “fine” alla Prima Repubblica, ad opera della magistratura, gli eredi di Scipio hanno voluto credere nel milione di posti di lavoro e nel leader fattosi da se, per poi strizzare l’occhio alle voglie secessioniste padane. Grazie alla Lega Nord al governo, e soprattutto in RAI, gli italiani hanno scoperto antiche monarchie ed i fasti, fantasmagorici, di un Paese diviso in stati e staterelli dove Asburgo e Borbone elargivano benessere e gioia a tutti i loro sudditi.     

Creduloni gli italiani, tutto cambia al fine di non cambiare alcunché, ed ora è giunto il momento della dedizione verso la Riforma: parola magica sulla quale si incentra il cambiamento della nostra nazione. E’ sufficiente una legge costituzionale anche se fatta con i piedi, si sarebbe detto un tempo, per ripartire: creare Pil, dare lavoro, consegnare ai nostri rappresentanti autorevolezza in Europa, eliminare povertà e miseria. Una cosa semplice voluta da un governo mai eletto dal popolo, bensì autonominato, e nata dalla creatività normativa di rampolli bene e dai genitori invischiati in assetti bancari assai discutibili.

Cari italiani, tante lotte e un’infinita rassegnazione aveva colto la nostra gente: il gatto e la volpe ci hanno fatto seppellire le nostre monetine sotto un albero, che una volta era una quercia ora non si sa, ed adesso dobbiamo solamente votare come loro vogliono, approvare quindi tutte le loro azioni, per poi raccogliere una pentola d’oro ai piedi della piante stessa. Una cosa facile, facilissima. Peccato non averlo fatto prima.

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