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GIUSTIZIA

De Tomaso, il conto supera i 7 milioni

La procura della Corte dei Conti contesta il danno erariale alla famiglia Rossignolo, ai manager dell'azienda fallita e a due broker. Avrebbero distratto i fondi ministeriali erogati per la formazione del personale

La richiesta è salata. Più di sette milioni di euro da divodersi in sette, se consideriamo anche la “persona giuridica”, la fallita De Tomaso Automobili. La procura della Corte dei conti chiede all’imprenditore Gian Mario Rossignolo, al figlio Gianluca, al loro socio Massimiliano Alesi, al direttore dell’azienda 

Claudio Degrate e a due broker, Ramon Rotini e Christian Limonta, ben 7.681.682,80 euro. L’udienza si terrà il 9 febbraio al tribunale di via Bertola.

La somma contestata è quella che la De Tomaso ottenne dal ministero del Lavoro per i corsi di riconversione dei suoi operai di Grugliasco (Torino) e di Guasticce (Livorno). Sarebbe questo il danno erariale corrispondente ai contributi percepiti “in conseguenza alla truffa ordita a loro carico attraverso la produzione di una falsa polizza fideiussoria, a fronte di corsi di formazione e riqualificazione del personale mai avviati, se non in minima o insignificante parte”.

Il Nucleo di polizia tributaria della Guardia di finanza, che ha condotto le indagini per conto della procura della Repubblica e poi ha segnalato il caso alla magistratura contabile, ha ricostruito il flusso di denaro che, una volta arrivato nei conti della storica carrozzeria, è stato utilizzato in altre maniere. “Sviando le risorse pubbliche - spiega il procuratore Ivano Malpesi, che chiede il processo dei sei uomini -, il privato percettore realizza un danno erariale (….), danno di cui deve rispondere innanzi al giudice contabile”. Il magistrato ritiene che “gli amministratori della De Tomaso spa hanno dunque direttamente concorso a danneggiare l’amministrazione pubblica”. La sua richiesta, però, non risparmia neanche i due consulenti esterni, Rotini e Limonta, che hanno fornito le false polizze alla società.

Secondo gli investigatori soltanto 87mila euro sono stati destinati ai corsi effettuati da aprile 2011 al luglio successivo per 67 dei mille operai. Il resto è stato utilizzato in altri modi. Quasi 600mila euro, ad esempio, sono andati spesi per pagare le forniture elettriche, “noleggio di impianti telefonici”, consulenze, tasse e imposte pregresse. 1,3 milioni di euro sono andati a fornitori di beni e servizi “assolutamente estranei alle attività rendicontabili”. 134mila euro sono andati “a favore di componenti della famiglia Rossignolo” e di dirigenti dell’azienda, tra cui 212mila euro a Degrate. Più di un milione e mezzo di euro è il costo della commissione di intermediazione a favore di Limonta, che ha fornito la fideiussione da 300mila euro. Parte di quell’enorme somma è stata poi riversata sui conti personali della famiglia Rossignolo e di manager della De Tomaso.

La posizione più critica sembra essere quella di Gian Mario Rossignolo, il presidente della De Tomaso che si avventurò nel salvataggio della Pininfarina, intratteneva i contatti istituzionali e politici “in particolare con l’assessore regionale alle attività produttive” (Andrea Bairati, ndr). Aveva i contatti con il ministero dello Sviluppo economico e aveva portato avanti la storia dell’ “esistenza, in capo ad un fantomatico partner cinese (il cosiddetto ‘cavaliere bianco’ che, asseritamente, doveva salvare l’azienda) di fondi per 500 milioni di euro, rivelatasi anch’essa falsa”. Il magistrato ricorda anche come avrebbe dovuto percepire emolumenti da quasi 560mila euro nel 2011 e 2012 “a fronte di alcuna reale iniziativa imprenditoriale”. Complici di tutto, secondo l’accusa, il figlio Gianluca e il socio Alesi. Al direttore generale Degrate, il procuratore sembra concedere il beneficio della “colpa grave”, e non del dolo, “per non aver tenuto un comportamento ordinariamente diligente”. Rotini e Limonta, invece, avrebbe un “ruolo attivo nel confezionamento della truffa”.

Tutto ciò dovrà essere vagliato dai giudici della Corte dei conti il prossimo 9 febbraio. Poi ci saranno sessanta giorni di tempo per conoscere il verdetto. Nel frattempo al tribunale di Torino prosegue il processo penale contro Rossignolo, il figlio e altre sei persone. I reati contestati sono, a vario titolo, bancarotta fraudolenta, false fideiussioni e violazione della legge fallimentare. 

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