FINANZA & POTERI

Ombre russe su Intesa Sanpaolo

Il ruolo della banca nella privatizzazione del colosso petrolifero Rosneft scatena dubbi e sospetti. Le Figaro sostiene che stia facendo da "passamano" per conto di istituti moscoviti. E per aver violato norme anti-riciclaggio super multa americana

Duro attacco francese a Intesa Sanpaolo. La principale banca italiana è stata messa sul banco degli imputati per la sua partecipazione alla privatizzazione del gigante petrolifero russo Rosneft. Si tratta di un’operazione del valore di oltre 10 miliardi di euro che il Cremlino ha definito negli ultimi giorni dell’anno scorso “la più grande privatizzazione del settore degli idrocarburi del 2016”. Nel numero in edicola mercoledì 4 gennaio Le Figaro, il più importante e diffuso quotidiano francese, tradizionalmente molto sensibile agli umori della politica e dell’economia transalpini, ha dedicato mezza pagina del suo inserto economico alle vicende russe non esitando a titolare La privatisation en trompe-l’oeil du geant petrolier russe Rosneft sostenendo si tratti di una finta privatizzazione, anzi di una “farsa” perché in larga parte finanziata da fondi pubblici. E che Intesa si stia prestando di buon grado a questa messinscena.

I conti dei giornalisti francesi sono presto fatti. Alla privatizzazione di Rosneft hanno partecipato la finanziaria svizzera Glencore con 300 milioni e il Fondo investimenti del Qatar (QIA) che ha firmato un impegno di 2,5 miliardi. Per raggiungere i 10,5 miliardi euro necessari alla privatizzazione mancano 7,4 miliardi ed è proprio questa la somma che dovrebbe essere messa a disposizione dalla banca presieduta da Gian Maria Gros-Pietro. Secondo Le Figaro Intesa Sanpaolo avrebbe deciso di puntare in terra russa una cifra che rappresenta poco meno del 20 per cento delle sue risorse finanziarie ed è proprio l’entità della cifra a scatenare le critiche. E ad alimentare inquietanti retroscena.

Il foglio parigino ha messo in grande evidenza i sospetti e i dubbi che esperti russi del settore petrolifero hanno avanzato sulla mossa di Intesa, sospettata di essere in realtà solo una banca passamano. Secondo Mikhail Kroutikhine, esperto di RusEnergy, Intesa Sanpaolo avrebbe ricevuto da banche di Mosca a loro volta finanziate dalla Banca centrale russa una somma corrispondente al credito concesso alla privatizzazione di Rosneft. Queste dichiarazioni hanno spinto Le Figaro a sostenere che la privatizzazione del gigante petrolifero russo sia solo apparente ed abbia come vero obiettivo quello di provocare uno squarcio nel muro delle sanzioni economiche imposte ai russi.

Il giornale francese ha portato a prova della sua tesi il fatto che pochi giorni prima dell’avvio della privatizzazione Rosneft ha emesso obbligazioni per un ammontare di 9 miliardi di euro che sono state acquistate da banche russe  a loro volta finanziate dalla Banca centrale. “Sono i cittadini russi ad aver pagato in realtà la privatizzazione di Rosneft” ha commentato sulle colonne del quotidiano Kroutikhine. Attraverso un intreccio di scambi finanziari che vede al crocevia proprio la banca italiana.

Le Figaro mette anche in risalto la presunta contraddizione tra le ultime dichiarazioni dei vertici di Intesa e le parole di Putin. Secondo il premier russo la privatizzazione Rosneft è fatta e il ricavato è stato già versato all’erario di Mosca mentre Carlo Messina, ad di Intesa, ha recentemente definito la partecipazione alla privatizzazione come operazione “in corso di valutazione”. Quindi mentre la Russia festeggia la privatizzazione a Torino (e Milano) affermano che l’operazione non è ancora conclusa.

Sullo sfondo dell’attacco francese alla banca italiana non è difficile scorgere il solco che oppone Parigi a Roma sul modo d’intendere le sanzioni imposte alla Russia dopo l’annessione della Crimea. I francesi sono da sempre i campioni della severità mentre gli italiani non hanno mai nascosto la loro contrarietà alla guerra commerciale con Mosca e oggi paiono più decisi nel ripristino dei rapporti economici con Putin anche grazie al prossimo ingresso alla Casa Bianca di Donald Trump, da sempre sostenitore dell’amicizia con i russi.

Un “disgelo” nel quale in ballo c’è pure la super multa di 235 milioni di dollari comminata a Intesa per violazioni rilevanti delle leggi anti-riciclaggio dello Stato di New York e del Bank Secrecy Act. Com’è noto, secondo il Dipartimento per i Servizi Finanziari dello Stato di New York (Dfs), dal 2002 al 2014 il sistema di monitoraggio delle transazioni della sede newyorkese di Intesa sarebbe stato gestito in modo improprio e non avrebbe identificato “trasferimenti di denaro sospetti”. Solo nel 2014 “circa il 41% delle segnalazioni di operazioni sospette prodotte dal sistema di compensazione (non autorizzato) della banca sono state considerate come falsi allarmi, mentre avrebbero richiesto ulteriori indagini interne”, si legge nel comunicato stampa del Department of Financial Services. In più Intesa avrebbe “formato appositamente alcuni dipendenti a trattare le transazioni che coinvolgevano l’Iran per confondere l’elaborazione dei dati, in modo che non potessero essere classificate come operazioni legate a un Paese oggetto di sanzioni”. Le indagini del Dfs hanno rivelato che, dal 2002 al 2006, “Intesa ha usato pratiche e metodi opachi per effettuare più di 2.700 transazioni, del valore di oltre 11 miliardi di dollari, per conto di clienti iraniani e altri soggetti potenzialmente soggetti a sanzioni economiche negli Stati Uniti”.

print_icon

1 Commenti

  1. avatar-4
    16:14 Lunedì 09 Gennaio 2017 dedocapellano Fuori i "cattivi" mercanti dal tempio.....

    prima che venga irrimediabilmente distrutto valore anche in Intesa Sanpaolo! P.S. nazionalizziamo anche questa banca?

Inserisci un commento