L’inganno della spesa pubblica

In Italia le ricette economiche più diffuse sono quelle socialiste/keynesiane, così per far aumentare il Pil, l’unica idea che viene presa in considerazione e che accomuna destra e sinistra è quella di aumentare la spesa pubblica, nella convinzione che buttando un po’ di soldi qua e là si possa generare un qualche sorta di circolo virtuoso. Questa impostazione è fallace sotto vari punti di vista. Ammesso che le idee keynesiane sul moltiplicatore abbiano una qualche attinenza con la realtà, sussiste il grosso problema che gli individui non si comportano come desiderano i politici e gli economisti. Un esempio di manovra keynesiana sono stati i famosi 80 euro di Renzi. Dovevano servire a far ripartire l’economia, ma così non è stato e non per l’entità della cifra. L’idea di fondo di statalisti e keynesiani è che dando soldi agli individui questi li spendano innescando un circolo virtuoso che faccia ripartire l’economia. Ammesso, come detto prima, che sia sufficiente questo per far ripartire l’economia, non sempre regalando soldi agli individui questi decidono di spenderli. In tempi di crisi come questi è molto facile, invece, che molti pensano di metterli da parte per spese future, per saldare debiti o più semplicemente per rimpinguare la liquidità erosa dai tempi di magra e mettendoli sotto il “materasso”. L’incertezza sul futuro riguardava anche possibili inasprimenti fiscali: nell’incertezza di dover pagare tasse future, molti hanno pensato bene di metter da parte quei pochi spiccioli in più, che non comprare caviale e champagne. Non ci soffermiamo sull’aspetto politico ed elettorale della manovra renziana.

Come si vede, anche ammettendo la giustezza del moltiplicatore keynesiano, non è detto che spendere soldi pubblici possa aiutare l’economia, perché chi riceve soldi pubblici può decidere di non spendere.

Dall’altro canto bisogna ricordare che lo Stato non ha risorse proprie: non esiste un sovrano che ha un proprio patrimonio distinto da quello dei sudditi da cui può attingere per beneficiare qualcuno o qualche categoria. I soldi che elargisce lo Stato ai cittadini, provengono dagli stessi cittadini. Non esiste altra provenienza. È un po’ come il gioco delle tre carte, sposta di là, sposta di qua, ma le carte, come i soldi sono sempre le stesse. I famosi 80 euro elargiti da Renzi sono stati prelevati sempre dalle tasche degli italiani. Molti avranno pensato che quei pochi spiccioli in più li avrebbero dovuto restituire sotto forma di nuove tasse ed hanno pensato bene di non spendere. Non si riesce a capire come si possa sperare che spendendo un po’ di soldi pubblici si possa far ripartire l’economia, dato che quei soldi devono essere estratti dagli stessi cittadini che beneficiano dei soldi pubblici. È solo una partita di giro da alcune tasche ad altre, ma senza che il totale cambi. Anzi, diminuisce, perché ci sono i costi di prelievo delle tasse e quelle per restituirle.

La spesa pubblica è un grande inganno, perché è generata sottraendo risorse ai cittadini. In breve, se non ci fosse il prelievo forzoso, quelle cifre incamerate dallo Stato non verrebbero spese lo stesso? Considerato i bassi stipendi degli italiani, se si trovassero un bel po’ di soldi in più, spenderebbero di più e aumenterebbero i depositi in banca che potrebbero finanziare l’economia reale. Questo sì, sarebbe un circolo virtuoso.

Qualcuno potrebbe pensare che la spesa pubblica possa essere finanziata a deficit, ma dato che i soldi non crescono sugli alberi e da qualche parte bisogna prenderli, la spesa pubblica in deficit non è altro che spesa pubblica fatta con denaro preso in prestito. I prestiti prima o poi bisogna restituirli, e con gli interessi e lo Stato non avendo risorse proprie per poter restituire i prestiti e pagare gli interessi, non può far altro che mettere nuove tasse che non possono che deprimere l’economia. Nell’immediato c’è un altro effetto negativo nella spesa pubblica finanziata a debito. Per racimolare denaro da spendere, lo Stato raccoglie il risparmio di privati ed imprese emettendo titoli equivalenti alle obbligazioni. Se il risparmio viene drenato dallo Stato, non è più disponibile per altri tipi di impiego. Le imprese che volessero raccogliere denaro emettendo obbligazioni si troverebbero a concorrere contro lo Stato per potersi accaparrare una parte del risparmio privato. Proprio un bell’aiuto alle aziende. Le imprese italiane, tra i vari i problemi, soffrono di una cronica mancanza di capitali e la concorrenza dello Stato italiano nella raccolta del risparmio di certo non aiuta. Le stesse banche per anni hanno trovato più conveniente investire in titoli di stato che finanziare imprese e individui. I ritardi nello sviluppo economico italiano può essere imputato anche a questo.

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