Partecipate ancora nel caos

Chi pensava che il decreto Madia di riordino delle partecipate (decreto legislativo 175/2016) avesse scritto la parola fine alla confusione che regna da anni, per questi soggetti, nell’area degli enti locali dovrà ricredersi. La sentenza della Corte costituzionale n. 251, del 9 novembre 2016, dichiarando l’incostituzionalità di alcune norme della legge 124/2015 che delegava il Governo a procedere alla riforma della pubblica amministrazione (compresa la ridefinizione della disciplina delle partecipazioni societarie delle amministrazioni pubbliche), riapre molti giochi in questa materia. Tra le norme dichiarate incostituzionali, ci sono infatti quelle sulle quali si è fondato il decreto Madia per stabilire le nuove regole delle partecipate di regioni, province, comuni e città metropolitane. Conseguentemente, il decreto Madia va riscritto tenendo conto di quanto detto dalla Corte Costituzionale.

Dal punto di vista politico, non c’è dubbio che la Corte Costituzionale dà un’ulteriore spallata alle riforme del Governo di Matteo Renzi, già cancellate dal referendum popolare del 4 dicembre 2016 per quanto riguarda la riforma della Costituzione, e dalla recente sentenza sempre della Corte per la legge elettorale (italicum). La bocciatura di una parte consistente della legge per la riforma della pubblica amministrazione e dei provvedimenti elaborati in materia dalla Ministra per la semplificazione e la pubblica amministrazione Marianna Madia (la bocciatura riguarda anche altre materie relative al lavoro nelle amministrazioni pubbliche e ai servizi pubblici locali di interesse economico) evidenzia, sostanzialmente, che è stato inutile buona parte del lavoro di due anni dei parlamentari su questi temi. E, quando capitano queste situazioni, ovviamente il cittadino si chiede che approfondimenti fa il Parlamento quando prepara le leggi, se poi vengono cancellate risultando addirittura contrarie alla Costituzione. Ma, in questa come in altre (molte) circostanze, sono scattati i diktat del Presidente del Consiglio coi suoi voti di fiducia, imposti pur di far passare la legge.

Dal punto di vista tecnico-istituzionale, ritorna il caos per le partecipate degli enti locali. Regnato fino al 2014 per una proliferazione di norme quasi mai applicate nonostante le sanzioni rigorosissime previste in caso di inosservanza (tipiche situazioni italiche nella pubblica amministrazione), furono la legge di stabilità 2014 (l. 147/2013) e la legge di stabilità 2015 (l. 190/2014) che cercarono di mettere un po’ d’ordine nel settore. In particolare, la seconda stabilì (art. 1, comma 611) che si doveva avviare un processo di razionalizzazione delle partecipate anche degli enti locali allo scopo di ridurle entro il 31 dicembre 2015. Per la riduzione, si doveva tenere conto, tra l’altro, se erano indispensabili o non al perseguimento delle finalità dell’ente. Inoltre, dovevano essere soppresse le società composte da soli amministratori o da un numero di amministratori superiore a quello dei dipendenti.

Frattanto però bolliva già in pentola la riforma Madia. Nell’attesa, l’applicazione di questa disposizione fu assai scarsa. Arrivò la riforma Madia che fissò il nuovo termine per la prima ripulitura delle partecipate al 23 marzo 2017. Per l’opera di riduzione, aggiunge l’ulteriore criterio che la partecipazione deve venire meno se riguarda una società che, nel triennio precedente, ha conseguito un fatturato medio non superiore a 1 milione di euro.

Ora è arrivata la sentenza della Corte Costituzionale 251/2016, seguita a un’impugnativa della Regione Veneto che ha denunciato l’incostituzionalità di molte norme della legge delega sopra menzionata. La Corte ha accolto buona parte di queste denunce e ha dichiarato l’incostituzionalità delle norme essenzialmente sulla base di un solo motivo: le norme violano le autonomie riconosciute alle regioni dalla riforma del 2001 (la cosiddetta riforma federalista della Costituzione - L. cost. 3/2001). Prevedono infatti soltanto un parere della Conferenza unificata regioni-enti locali e non un’intesa, il che contrasta con le modalità di leale collaborazione attraverso le quali si devono sviluppare i rapporti tra Stato ed enti territoriali (occorrerebbe anche chiedere alla Conferenza unificata se s’era accorta di questo oppure, per ossequio al Governo, aveva serenamente digerito tutto).

A questo punto, la situazione si presenta grosso modo in questi termini. Su buona parte delle norme del decreto Madia che disciplinano le partecipate degli enti locali, occorre che ci sia unintesa tra Stato e Conferenza unificata regioni-enti locali. Regioni ed enti locali stanno puntando a far abbassare a 500 mila euro la soglia del milione di fatturato che fa scattare l’obbligo della cessazione della partecipazione. Inoltre, intendono mettere in discussione anche il criterio del numero dei dipendenti. Cadrebbe infatti la mannaia anche per quelle società che hanno un numero di amministratori superiore a quello dei dipendenti. E qui si obietta che ben si giustificano situazioni di questo genere quando la partecipata svolga un’attività di tale livello da richiedere soltanto pochi ma qualificati dipendenti. Questi argomenti saranno oggetto di dibattito, nei prossimi giorni, tra Stato e Conferenza unificata. La revisione di questi parametri nei termini appena detti salverebbe molte partecipate, con buona pace di chi sosteneva che, con la riforma, dovevano diminuire da otto mila a mille.

C’è poi la scadenza del 23 marzo per presentare il primo piano di razionalizzazione delle partecipate. Ma è evidente che il piano non si può presentare se non si conoscono tutti gli elementi di cui si deve tener conto. E questi dovrebbero essere oggetto dell’intesa tra Stato e Conferenza regioni-enti locali. Quindi non resta che una proroga per la presentazione del piano. Ci sarà nel decreto milleproroghe, ma non se ne conosce ancora la scadenza certa. Per intanto, prosegua pure la confusione! Che impedirà anche di procedere alla redazione del bilancio consolidato previsto dalle norme contabili degli enti locali per far comparire, insieme al bilancio dell’ente, anche quello delle partecipate. Se non si sa quali sono, come si fa a predisporre un bilancio che comprenda tutto? E poi ci si meraviglia che bilancio dell’ente e bilancio delle partecipate non concordino!

A conti fatti, e mentre si continua a predicare che liberalizzando – laddove possibile – la gestione dei servizi pubblici diminuirebbero i costi per le casse pubbliche e ci sarebbero vantaggi economici per gli utenti che deriverebbero dalla concorrenza tra gestori diversi di servizi pubblici, sulle partecipate gli enti locali hanno fatto sentire finora (compreso nel dibattito di questi giorni sulle correzioni al decreto Madia) un unico grido: “Resistere! Resistere! Resistere!”. Se si razionalizzano le partecipate, buona parte del loro potere clientelare viene meno. E nessuno intende rinunciarvi. 

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1 Commenti

  1. avatar-4
    08:07 Lunedì 30 Gennaio 2017 mc Non è proprio così

    Sembrerà paradossale, ma le cose non stanno così. La sentenza della Corte Costituzionale ha dichiarato illegittima la legge delega "madre" ma questo non invalida automaticamente i decreti "figli", a meno di ricorsi specifici. Pertanto, il decreto sulle partecipate rimane valido, e tutto questo settore è nel caos perché ancora mancano ulteriori decreti attuativi.

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