Acqua Santanna

Un grande manager

Due coniugi gestiscono un’attività commerciale nel centro di Torino ma risiedono nelle vicinanze di Pinerolo. Essi si dividono i compiti ed i turni in modo tale che il marito si occupi dell’apertura alle 4,30 e la moglie gli dia sostegno dalle 7,30 in avanti.

L’uomo, qualche giorno addietro, esce di casa alle 3,00 per salire sul bus della linea Pinerolo – Torino, che all’altezza di Candiolo va in panne. Egli, unico passeggero, non ha alternative al dover scendere ed incamminarsi attraverso la campagna, per raggiugere la stazione ferroviaria distante 4 chilometri.

La donna invece alle 6,00 del mattino si dirige alla stazione ferroviaria vicino casa per raggiungere Porta Susa, ma la tratta Pinerolo-Torino è fuori servizio poiché un autotreno pesante, su gomma, ha tranciato i cavi elettrici che alimentano la strada ferrata. Lei, dopo mille peripezie, riesce comunque a raggiungere la sua attività verso le 8,30 mentre il coniuge, dopo altrettante corse ad ostacoli, arriva solamente intorno alle 9,00 e con sei ore di viaggio alle spalle.

Una vicenda resa ancor più assurda dagli alti costi che i suoi protagonisti affrontano, mensilmente, per pagare gli abbonamenti ferroviari. Prezzi molto elevati che non preservano gli abbonati da disguidi, guasti, ritardi e viaggi in piedi: come bene sanno tutti i pendolari.

Nessuno tra i politici delle varie istituzioni osa criticare la gestione della linea ferroviaria italica, la quale si contraddistingue anche per stazioni abbandonate perché considerate dalla dirigenza fastidiosi rami secchi, ed edifici lasciati al degrado o alle occupazioni selvagge di poveri disperati (vedi corso Novara a Torino). L’epoca manageriale Moretti ha visto una ristrutturazione delle linee ferroviarie sul modello di “classe sociale”: treni “Terzo mondo”, molestatori inclusi, per lavoratori e studenti; vetture “Extra lusso” invece per benestanti e businessmen.

Osservando il quadro generale del trasporto pubblico si rischia di rimanere allibiti, oltre che a piedi, e ne è testimonianza ulteriore, quasi a perenne ricordo, l’insieme di rotaie tranviarie che a Torino muore nel nulla: binari che affondandoin colate di asfalto simili a sabbie mobili urbane. Il centro storico, come la periferia, è disseminato di tratte ferrate che non portano in alcun dove ma hanno l’onere, a tratti osceno, di testimoniare decenni di tagli deiservizi.

Eppure in Europa, quel continente spesso criticato ad oltranza, tram e treni viaggiano regolarmente pur applicando tariffe agevolate per lavoratori e studenti. Servizi pubblici a disposizione della cittadinanza senza che si debbano inventare curiose tratte ad alta velocità per le merci e, soprattutto, senza annientare famiglie che riposano all’interno delle proprie abitazioni a causa del deragliamento di cisterne piene di gas.

Noi italiani siamo oramai abituati a tutto. Lo testimonia il fatto che nessuno si turba quando gli ospiti degli studi televisivi rimarcano come Moretti, ex amministratore delegato delle ferrovie, sia un grande manager, nonché quale grave ingiustizia sia la sua condanna a 7 anni per la strage di Viareggio. Normali considerazioni da salotto talk show: chi distrugge il bene pubblico, in questo stranissimo Paese, merita il premio “Miglior dirigente”, specialmente se la sua colposa distrazione pare sia costata pure in termini di vite umane.

È altrettanto sfizioso, per non dire glamour, ridurre le tratte urbane a poche linee affidate a scassati bus con tempi di attesa infiniti. I commenti non diventano positivi nemmeno quando guardiamo ai collegamenti tra le nostre valli montane: orari assurdi e coincidenze spesso mancate per pochi minuti. In sintesi grandi manager all’opera anche tra coloro che gestiscono il settore trasportistico a Torino, in regione ed in provincia (pardon, quest’ultima ora è chiamata “Città metropolitana” e si estende sino a Claviere e Moncenisio). La recente riduzione di trasferimenti da parte del governo, per i trasporti piemontesi, annuncia ulteriori deterioramenti di un sistema già al limite.

Anni fa vestivo il ruolo di consigliere regionale, quando un amico mi chiamò da Porta Nuova avvertendomi che per un drammatico errore i pendolari che erano saliti sul treno diretto ad Asti stavano viaggiando in direzione Cuneo, per uno scambio di vagoni e motrici, e aggiungeva:“Se vieni a parlare con i viaggiatori, mi raccomando, non dire che sei un politico, altrimenti ti linciano”. Da allora le cose non sono migliorate anzi, incredibile solo pensarlo, sono degradate ulteriormente ed i responsabili della catastrofe sociale vivono sonni felici.

Coloro che hanno svenduto il pubblico al privato, mantenendo il peggio di uno e dell’altro, continuano a fare danni cambiando solo la veste amministrativa, prima in regione e poi in parlamento, mentre gli esecutori pratici dello sfascio diventano tecnici imprescindibili: pure quando sono ritenuti responsabili, dalla giustizia, di gravi omissioni. Del resto, è risaputo, la macchina repressiva deve solo bastonare gli studenti a Bologna per dare un senso al proprio essere: manager e colletti bianchi sono esenti da qualsiasi punizione.

È vero che un popolo che ha bisogno di eroi è destinato a crollare su retorica e speranze fuorvianti, ma quando il medesimo è afflitto da una miriade di travet che si autoproclamano miti, allora il crollo diventa ancor più fragoroso: è solo questione di tempo.

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