Il Pd non è la Dc. Purtroppo

Tra gli elementi che maggiormente danno fastidio quando si affronta il capitolo del Pd e della sua potenziale “scissione”, è il ritornello che il Pd è destinato a diventare la “nuova Dc”. Ora, per evitare di cadere in volgari equivoci e, soprattutto, per non scambiare lucciole con lanterne come si suol dire, credo sia appena sufficiente ricordare tre aspetti che dividono profondamente quello che ha rappresentato per quasi 50 anni la Dc nella politica italiana dall’attuale Pd. Seppur al netto della scissione.

Innanzitutto il modello organizzativo che stava alla base della Dc. Un partito che non è mai stato, ripeto mai stato, dominato da un “capo”. Un partito che aveva, grazie ad una qualificata, autorevole e rappresentativa classe dirigente, una spiccata “leadership diffusa”. Ossia una classe dirigente di un partito che non si è mai identificata del tutto in un solo leader. Un solo esempio concreto? Il leader della sinistra sociale di quel partito, Carlo Donat-Cattin, non ha mai superato la soglia del 6-8% del partito. Nelle sue diverse fasi storiche e politiche. Ma proprio Aldo Moro, uno dei “cavalli di razza” con Amintore Fanfani, ha sempre sostenuto nei suoi memorabili interventi nelle sedi di partito che “senza Donat-Cattin la Dc non avrebbe conservato la sua natura popolare, democratica e sociale”. Ovvero, leader come Donat-Cattin erano credibili, carismatici e autorevoli perché rappresentavano realmente pezzi di società e, di conseguenza, si facevano portatori ed interpreti delle istanze e delle domande che provenivano da quei mondi. Ho fatto un solo esempio ma potrei farne molti altri a conferma che la storia della Dc è anche la storia delle sue correnti. Cosa centra tutto ciò con il modello del Pd, soprattutto nella sua fase renziana? Cosa centra il “partito personale”, il “partito leaderistico”, il “partito del capo” con il modello della Dc? Certo, erano altri tempi ma proprio per onestà intellettuale occorre ammettere che qualsiasi confronto è del tutto fuori luogo e fuori tempo.

In secondo la cultura politica della Dc e del Pd. Anche su questo versante le differenze sono semplicemente abissali. La Dc aveva un ceppo culturale comune, ovvero una cultura cattolica di base e un’ispirazione cristiana che animava e caratterizzava la sua iniziativa politica. Certo, poi c’era una forte articolazione correntizia ma sempre all’interno di un perimetro culturale ed ideale comune. Che centra tutto ciò con la concreta esperienza del Pd? Ovvero di un partito che è nato plurale con Veltroni ma che è diventato, progressivamente, una semplice emanazione del leader con una organizzazione di base sostanzialmente svuotata e che si anima quasi esclusivamente per il tesseramento, sempre più diradato, e per le campagne elettorali dei singoli candidati? Del resto, il cambiamento della politica e delle sue modalità organizzative e comunicative sono mutate profondamente rispetto a quella stagione. Ma sul versante culturale il confronto tra queste due esperienze politiche è addirittura impossibile.

Infine, e forse questo è l'aspetto più importante, il ruolo politico della Dc ieri e del Pd oggi nello scacchiere italiano. La Dc era l’epicentro, e anche il centro della politica italiana. Il Pd, sempre in attesa della potenziale scissione, potrebbe ambire ancora ad essere il centro della politica contemporanea. Ma in un sistema saldamente tripolare è pressoché impossibile riproporre quel modello. E questo anche se ritornasse un sistema elettorale di impianto proporzionale. Oltretutto, il Pd renziano ha, di fatto, azzerato la cosiddetta “cultura della coalizione” che era il nucleo essenziale e centrale della Democrazia Cristiana. Non a caso proprio Mino Martinazzoli diceva che “in Italia la politica è sempre stata la politica delle alleanze”. Ovvero, la governabilità si saldava con la cultura e la ricerca delle alleanze. E cioè, l’esatto opposto della “vocazione maggioritaria” di veltroniana memoria o dell’autosufficienza politica ed elettorale legata alla concezione di Renzi. Che, del resto, era e resta il motivo ispiratore e decisivo dell’Italicum.

Insomma, non è possibile, con buona pace dei vari esegeti e di molti commentatori ed opinionisti politici e giornalistici, alcun confronto di merito, di metodo e di approccio concreto alla politica tra la vecchia Dc e il Pd. Sono universi valoriali diversi, con culture politiche alternative, con modelli organizzativi diversi e con classi dirigenti affatto confrontabili. E quindi, meglio chiudere questo dibattito. Spero per sempre.

*On. Giorgio Merlo, dirigente nazionale Pd

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