Cupole silenti e clamore

Rattrista molto constatare come di continuo gran parte dell’informazione getti i suoi riflettori su eventi assolutamente insignificanti, oppure amplifichi notizie trite e ritrite che raramente contengono dati davvero interessanti per i “consumatori”.

Le prime pagine dei giornali stampati sono caratterizzate dai soliti infiniti tormentoni, così come i contenitori di informazione televisivi rimescolano incessantemente la stessa fanghiglia, guardandosi bene dall’andar oltre a qualunquismi e temi ad alto contenuto di banalità.

Una noia mortale avvolge, con spire simili a quelle del pitone, i cittadini che decidono spesso, ed incautamente, di affidarsi alla dietrologia fornita dalla rete e dai social. Le alternative concesse agli italiani sono soprattutto due: il “Tutto va bene” recitato al pari di un mantra dall’informazione di massa, ed il “Tutto va malissimo causa cospirazione galattica” lanciato dal mondo virtuale. In sintesi, sia i fruitori della carta stampata, o della televisione, che i discepoli di Internet non hanno la minima idea di cosa accada realmente, nel mondo come in casa propria.

Esempi sono alla portata di tutti. Il primo giunge dal grande tema delle tasse. Da anni i governi succedutisi a Palazzo Chigi si sono disputati la paternità di improbabili tagli ad Iva, Irpef, Tasi, mai desistendo da critiche serrate in merito al peso delle gabelle sulle povere buste paga degli italiani. I titoli giornalistici ricalcano fedelmente il quadro offerto dalla politica, non regalando però l’impressione di voler cogliere appieno il diritto/dovere su cui dovrebbe erigersi il giornalismo stesso, ossia quello sancito dall’articolo 21 della Carta costituzionale: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”.

La libertà di espressione è negata nell’attimo in cui il redattore rinuncia, a causa dei condizionamenti indotti, ad evidenziare un concetto elementare quanto semplice: le imposte, come le tasse, permettono al Paese di offrire ai cittadini alcuni servizi basilari quali sanità, scuola, giustizia, welfare, università, sicurezza. La pressione fiscale in Italia è alta, nessuno lo mette in dubbio, ma se i servizi di cui sopra funzionassero a dovere nessun cittadino si lamenterebbe di dover mettere mano ai propri guadagni per finanziarli. I guai arrivano quando i contribuenti che rispettano il dovere verso il fisco, prendono coscienza di fare parte di un club esclusivissimo (grazie ad esecutivi parlamentari che rimandano il varo della patrimoniale) nonché di dover rassegnarsi a convivere con ospedali che chiudono, università a numero chiuso, scuole che crollano e comuni ad un passo dal fallimento per la continua riduzione di trasferimenti statali.

Di certo è causa di feroce malcontento il dover pagare allo Stato esose cartelle esattoriali ed in cambio aver nulla, ad esclusione dell’usuale pletora di politici e burocrati corrotti: malcontento destinato ad ingrandirsi nel caso in cui sfrecci una Ferrari rossa, guidata da uno speculatore finanziario, e la si osservi passare mentre si è da ore in fila al Caf sotto casa.

Chi redige le pagine dell’informazione spesso preferisce ignorare fatti come quelli elencati sin qui, mentre predilige trattare esclusivamente i commenti predigeriti dai vari segretari di partito.

E’ sufficiente guardare alle vicende giudiziarie del padre di Renzi per avere una prova della distrazione mediatica del Paese: il genitore dell’ex premier compare perennemente in articoletti a poche colonne celate in titoli minuscoli nelle pagine interne, mentre ai guai della sindaca di Roma non si risparmia mai la prima pagina a lettere cubitali.

Nella nostra città pare sia andato tutto per il verso giusto negli ultimi anni: svendita del patrimonio, trascuratezza assoluta delle periferie, tagli al welfare, spariscono infatti dalle pagine cittadine. Con lo sguardo sempre altrove nessuno, tra chi ne avrebbe il dovere, ha dedicato qualche minuto ad osservare l’anomala festa provinciale che il Pd, da anni, organizza all’interno di uno dei Punti verdi estivi di Torino. Piazza d’Armi, dal mese di luglio capitale delle costine di maiale e del ballo liscio, la sera del 31 agosto cambia veste trasformandosi nella sede della festa del partito che da decenni esprime il sindaco della città pedemontana.

Il fenomeno è davvero curioso e meriterebbe un minimo approfondimento da parte dei media locali, i quali sembra non desiderino mettere a fuoco questo cambio della guardia all’interno del parco, che lascia in eredità al Pd strutture e logistica, facilitando di conseguenza il compito di chi deve collocare solamente le bandiere renziane per avviare la festa. Sfugge alla stampa pure la riduzione di cui beneficiano i democratici per l’uso dell’aera verde, i quali anziché pagare circa 25.000 Euro di suolo pubblico ne pagano 6.000, e così sia!

I soliti maligni potrebbero pensare che intercorra un patto tra l’associazione che gestisce gli eventi serali in piazza d’Armi ed il partito cittadino di potere (del tipo ti concedo l’area e tu ci sostieni nella nostra festa), ma questa ultima riflessione dovrebbe essere posta dalla carta stampata e non certamente dai semplici cittadini. La sensazione è quella che nessuno desideri scrivere neppure una riga su questa come su mille altre stranezze che compromettono la nostra povera città.

In questi giorni scopriamo che il Museo Egizio, già privato di uno scalone imponente e “storico” per fare spazio all’accoglienza, cederà per alcuni decenni molti suoi reperti (circa 17.000) alla città di Catania. La collaborazione tra Torino e la bella città siciliana non può che ricevere considerazioni positive, mentre meno chiara risulta la scelta di smembrare il secondo museo egizio del mondo dislocandone una parte altrove (ovunque sia). Una decisione non condivisa con i torinesi e dovuta a scelte non spiegate alla città.

Poteri forti ieri e poteri forti oggi. Confidiamo nella prossima Primavera, ma solo per andarcene al mare e non pensare: consapevoli che al rientro ritroveremo la solita cupola grigia che avvolge la città (oltre all’usuale coltre di smog).

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