Pd, come risalire la china

La scissione che ha segnato il Pd è destinata ad avere esiti politici ed elettorali a tutt’oggi incalcolabili. Tutti i sondaggi, sia quelli attendibili sia quelli compiacenti, inesorabilmente non riescono a cogliere il dato di fondo: e cioè, la divisione sancisce una rottura politica nel Pd le cui conseguenze si possono calcolare solo a lunga scadenza. A cominciare dalla tenuta elettorale. Ma anche, e soprattutto, sotto il profilo politico. Ovvero, che cosa può diventare il Pd a fronte di un’altra formazione - quella di D’Alema, Bersani, Errani, Rossi e compagnia cantante - che si ispira deliberatamente al patrimonio della sinistra italiana? Quella storica, per intenderci. Molti sostengono, al riguardo, che il Pd diventerà adesso un grande partito di centro, dominato da una sola persona - un “partito personale”, il famoso Pdr come lo definisce il brillante politologo Ilvo Diamanti- e che, di conseguenza, attenuerà di gran lunga il suo profilo originario di partito di centrosinistra o di sinistra che dir si voglia.

Ora, senza dilungarsi nelle interpretazioni e nei retroscena giornalistici, è indubbio che la scissione del Pd impone allo stesso Pd il mantenimento di alcune costanti da cui non si può prescindere, pena la mutazione genetica del Pd da partito di centrosinistra a semplice cartello elettorale emanazione del “capo”. E sono, allora, almeno tre le costanti di fondo, al di là di chi vincerà la prossima sfida congressuale.

Innanzitutto il Pd deve saper confermare nei fatti la sua natura di partito di centrosinistra. A prescindere dalla propaganda, dai proclami e dalla ipocrisia. Un partito di centrosinistra che sappia farsi carico, dando risposte politiche coerenti e convincenti, delle istanze dei ceti popolari e che, al contempo, sia capace anche di saper dispiegare una autentica cultura di governo.

In secondo luogo il Pd deve saper smentire, sempre con i fatti e non solo con lo statuto o i regolamenti e i codicilli burocratici, di essere un “partito personale”. Perché è proprio su questo versante che si è consumata, prevalentemente, la rottura politica con la sinistra storica che ha dato vita ad un altro partito. Garantire, cioè, una forte democrazia interna significa anche riconoscere sino in fondo il pluralismo culturale che ha animato questo partito sin dalle origini e che ha rappresentato, proprio per questo motivo, una originalità nel panorama politico italiano. Quindi nessun “pensiero unico” e nessuna deriva personale ed oligarchica nella gestione concreta del partito.

In ultimo serve un Pd che esca dall’isolamento politico ed elettorale e con una guida che sappia unire e non solo dividere. Una leadership “inclusiva” come si dice oggi che faccia del Pd sì un partito centrale ma, soprattutto, un soggetto politico che sia punto di riferimento di partiti, movimenti, associazioni e gruppi riconducibili al centrosinistra caratterizzato da una visione riformista e progressista della nostra società e del nostro Paese. Tre elementi che sono e restano decisivi ed essenziali per avere un Pd di centrosinistra, democratico, riformista, popolare e di governo.

*On. Giorgio Merlo, dirigente nazionale Pd

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