CONGRESSO PD

“Caro Renzi, non ti voto più”

Alle precedenti primarie lo sostenne, ma oggi l'ex sindaco Castellani prende le distanze: "Troppo arrogante, non è stato capace di includere". Guarda con favore al ministro Orlando "senza farmi intruppare"

All’ultimo congresso votò per Matteo Renzi e non ebbe difficoltà ad annunciarlo pubblicamente, ma questa volta non c’è entusiasmo nelle parole di Valentino Castellani, primo sindaco di Torino post Tangentopoli, che guarda con distacco la kermesse congressuale che si celebra al Lingotto. E se ieri, i suoi due successori, Sergio Chiamparino e Piero Fassino, erano schierati in prima fila al Padiglione 1, lui preferisce starsene in disparte, “fuori da logiche di mozioni e correnti” in cui non vuole essere intruppato.

Castellani, classe 1940, è probabilmente il principale artefice delle trasformazioni che hanno investito Torino nel primo decennio degli anni Duemila. Lui progettò, Chiamparino tagliò i nastri e il compagno Piero pagò i debiti, secondo una semplificazione non del tutto menzognera in voga sotto la Mole. Fu il primo a essere eletto direttamente dai cittadini, esponente di punta di quella genia di “professori” dietro i quali una politica in frantumi si acquattò aspettando tempi migliori. Solide radici nel cattolicesimo democratico (è stato segretario del Consiglio pastorale della diocesi), un passato (remoto) con in tasca la tessera del Psi e poi prodiano, Castellani amministrò la città tenendo unita una coalizione scossa dal ciclone giudiziario e proiettando Torino oltre la tradizione di one company town. Sconfiggendo nelle urne a capo di una coalizione “marmellata” l’icona della sinistra, speculare all’avversario di classe, rappresentata da Diego Novelli.

“Alle ultime primarie votai per Renzi e non me ne sono pentito – dice allo Spiffero –. Questa volta, però, sono molto perplesso”. Nelle ultime ore ha subito il pressing di chi, nella mozione di Andrea Orlando, ha provato a ingaggiarlo nel ruolo di front-man o testimonial, secondo un canovaccio pensato da Andrea Giorgis, ma lui ha declinato l’invito. “Non voglio schierarmi – ribadisce – ma se dovessi scegliere una persona sceglierei Orlando, che pure non conosco personalmente. Trovo interessante il suo atteggiamento votato a tenere insieme il partito”. In quest’ultimo aspetto risiede invece il principale elemento di critica nei confronti di Renzi, che pure gli ha dedicato un passaggio – assieme ai due successori – nel discorso di apertura: “Il suo governo ha certamente fatto cose buone – afferma l’ex primo cittadino – ma una qualità del leader deve essere quella di unire e coinvolgere tutti nei processi decisionali. Renzi non è stato capace di includere anche a causa di un po’ di arroganza”. Questioni di “stile”, di forma, che nella politica spesso diventa sostanza. Un “riformismo muscolare” poco incline a unire, in cui hanno brillato vigore e spirito decisionista. E poco altro.

Castellani al Lingotto non ci andrà, piuttosto reciterà un ruolo di osservatore interessato di quel che avviene in un campo che continua a considerare il suo. Ripensando all’esperienza al piano nobile di Palazzo Civico ricorda “un clima politico diverso da quello attuale. I partiti allora erano deboli e si legittimavano attraverso le buone pratiche delle persone nelle istituzioni, oggi, invece, ci sono pressioni fortissime su chi governa”. Ma se è necessario non rimanere imprigionati tra i veti incrociati di coalizioni e peones – lui, che fu estimatore di Romano Prodi ricorda bene le stagioni dell’Ulivo e dell’Unione – allo stesso tempo “bisogna capire fino a che punto si può tirare la corda”. Per questo, in vista della grande conta democratica, ritiene che la vera domanda da porsi è “chi possa essere in grado di esercitare nel modo più inclusivo ed efficace la leadership” e la risposta è Orlando. Il guardasigilli è colui che meglio di altri, secondo Castellani, “può interpretare una domanda di giustizia e uguaglianza proveniente dalla società civile e a cui la sinistra europea era sempre stata in grado di offrire delle risposte, che oggi invece danno i Trump e le Le Pen”.

Su chi, invece, ha deciso di andarsene è lapidario: “L’unica scissione che comprendo nella sinistra è quella del 1921, quando da una costola del Partito socialista nacque il Pci. Ci fu una diversa visione del mondo, una fortissima connotazione politica e ideologica dietro quella scelta. Tutte le altre hanno dimostrato di avere un respiro corto se non cortissimo”.

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