ECONOMIA DOMESTICA

“Basta piangersi addosso”

Con il pessimismo non si fa impresa, né tantomeno si può sperare di agganciare la ripresa. La ricetta schumpeteriana del leader degli industriali torinesi Gallina. La politica è ancora troppo lenta

Gramscianamente si definirebbe l’ottimismo della volontà. Perché fare impresa vuol dire rischiare e per rischiare serve avere fiducia. Ne è convinto il leader degli industriali torinesi Dario Gallina, secondo il quale in Piemonte e nel capoluogo subalpino “c’è tutto per tornare a essere competitivi”, è però necessario un pizzico di visione in più unita a quella spregiudicatezza di chi vede il domani come un’opportunità e non un pericolo. I dati sulla nati-mortalità delle imprese locali, diffusi recentemente dalla Camera di commercio, fotografano un’area fiaccata dalla crisi, ma “in cui ci sono aziende che hanno saputo sviluppare gli anticorpi per superare la fase più acuta di questo decennio nero”. La depressione che ha colpito il comprensorio torinese ha certamente spazzato via una parte del tessuto produttivo, ma ha anche “rafforzato le aziende più solide, più organizzate, più preparate a combattere in un sistema ogni giorno più competitivo”. Tanto basta per far dire a Gallina che “ci sono le prospettive per poter investire”, purché lo si voglia.

È un volli, fortissimamente volli alfierano coniugato con il buon senso tipico dell’imprinting sabaudo quello su cui il numero uno dell’Unione industriale torinese punta. Un messaggio rivolto non solo alle 2.300 imprese iscritte all’associazione di via Fanti, ma anche a tanti potenziali imprenditori. Certo, in passato, forse, era più semplice. Una sostanziale stabilità politica ed economica, l’Europa che si avviava verso il più lungo periodo della sua storia senza essere attraversata dai conflitti, un generale benessere che ha accompagnato il Paese durante tutta la seconda metà del Novecento. E invece “oggi c’è molta incertezza - ammette Gallina - e noi imprenditori per investire abbiamo bisogno di prospettive, di stabilità”. Ma nonostante ciò, l’attuale contesto presenta anche una serie di opportunità, a partire dalla svolta tecnologica su cui anche il governo e la regione hanno deciso di investire a partire dal piano per l’Industria 4.0 e i Digital innovation hub.

Restano dei gap di sistema, laddove oltre il 95% delle imprese ha meno di dieci addetti. Piccolo è bello? “Direi di no. Viviamo in un mondo globalizzato, in cui per fare degli investimenti serve una certa dimensione”. Quindi aggregazioni, reti d’impresa, filiere “e in questo associazioni come Confindustria possono fare la differenza, aiutando i propri aderenti a inserirsi in contesti più ampi, individuando per loro le opportunità di crescita, pur senza perdere il legame con il territorio e con le sue eccellenze, che nel nostro caso si chiamano Politecnico e Università”.

Per capire con quanto vigore la crisi ha colpito una delle regioni locomotiva dell’economia nazionale, basti pensare che, se dal 2000 al 2007 il Piemonte è cresciuto del 7,9%, dal 2007 al 2014 ha perso il 13,2%. Solo nel 2016 si è registrata una prima inversione di tendenza con un incremento dell’1%, in linea con quello nazionale, mentre la disoccupazione è scesa dal 9 all’8%. Torino ha pagato, in proporzione, ancora di più vista la sua vocazione manifatturiera, uno dei settori che hanno subito più di altri le ingiurie della decrescita economica. E solo ora rialza la testa grazie anche alla ripresa degli investimenti di Fca, a Grugliasco e soprattutto a Mirafiori.

Tra le nuove generazioni c’è un fermento evidenziato dal numero di start up e incubatori d’impresa sparsi nel capoluogo piemontese e c’è una ripresa da agganciare; ma non tutti hanno la forza di investire e innovare autonomamente. Anche gli enti locali si stanno muovendo. Il Comune di Torino ha aperto un tavolo, “Open for business” per elaborare politiche volte ad attrarre investimenti, il Ceip è attivo sul fronte dell’internazionalizzazione “ma a tutte queste attività va dato un impulso perché i tempi della politica spesso non sono quelli del mercato - osserva Gallina -. Le amministrazioni sono inseriti in meccanismi troppo lenti. Va bene la collaborazione ma bisogna essere più veloci e concreti”. 

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