Tasse, ipotesi e certezze

In questi giorni, l’impegno economico (e anche politico) del Governo è principalmente rivolto a escogitare qualche sistema per trovare i 3,4 miliardi che, secondo l’Unione europea, mancherebbero ai saldi di bilancio dell’Italia per il 2017. Ma lo sforzo per individuare la soluzione sembra facilitato. Infatti l’Europa - evidentemente stanca delle fumose promesse che il nostro Paese fa da anni di mettere a posto i propri conti pubblici (si risale, addirittura, ai Governi di Silvio Berlusconi e alle rappresentazioni di risanamento presentate dall’allora Ministro dell’economia Giulio Tremonti con le famose “cartolarizzazioni”) -, con la diagnosi (mancano 3,4 miliardi per stare nel deficit di bilancio) ha fornito anche la terapia. Per ripianare i miliardi mancanti occorre procedere, immediatamente, all’aumento dell’Iva ordinaria dal 22 al 24% (per giungere poi al 25% nel 2018) e di quella intermedia dal 10% al 13%. Inoltre, vanno aumentate le tasse su tabacchi, benzina e, soprattutto, sui patrimoni.

Del tutto ovvio che la ricetta arrivata da Bruxelles abbia subito fatto venire l’orticaria alla classe politica. Impegnata, a sinistra e a destra, a ricucire strappi e frammentazioni in vista delle ormai imminenti elezioni politiche, ha mandato al Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni un unico messaggio: si prenda ben ben guardia dall’assecondare le volontà dei contabili europei. L’aut aut più secco in questo senso gli è stato inviato dall’ex Presidente del Consiglio Matteo Renzi. Se Gentiloni seguisse le volontà di Bruxelles, cadrebbero tutte le rassicurazioni (totalmente infondate) che ha venduto durante i mille giorni del suo governo sulla tenuta dei nostri conti pubblici nonostante tutte le mance e mancette distribuite da lui. E (orrore!) ricomparirebbero Imu e Tasi sulla prima casa, le tasse da lui cancellate (il Consiglio europeo aveva criticato la cancellazione; ora torna alla carica e ne suggerisce il ripristino). Se per tutto questo non si troverà una quadratura, è quasi certa l’apertura di una procedura d’infrazione nei confronti dell’Italia. Essa però da un lato non rimuoverebbe il problema dei deficit di bilancio; dall’altro sottolineerebbe la fragilità del nostro sistema economico, con probabile aumento dei tassi d’interesse del debito pubblico (che, per ora, sembra scongiurato grazie agli ombrelli protettivi aperti da due anni da “papà Mario Draghi” con il suo quantitative easing).

Ora non è dato sapere cosa accadrà, nei prossimi giorni, in materia di aumento di tasse e balzelli vari. L’esperienza induce a pensare che si discuterà un po’. Ma poi, non sapendo più dove andare a raschiare, né volendo dare una buona volta serietà ai processi di spending review (basta coi tagli lineari che non fanno che ridurre servizi pubblici e welfare! S’incominci a tagliare i grassi bilanci delle istituzioni e degli organi governativi), il Governo Gentiloni, come hanno sempre fatto i suoi predecessori, aumenterà le tasse. Il che, parlando di Iva, avrà ricadute ancora più pesanti su consumi interni già asfittici (il venditore scarica l’Iva sul compratore aumentando i prezzi dei prodotti, e il compratore sempre più in bolletta non compra più). Se poi si ripristinassero Imu e Tasi sulla prima casa, il reddito di molti subirebbe un’ulteriore, pesante potatura. Ma, per ora, tutto questo rappresenta solo delle ipotesi.

Certezze sull’aumento delle tasse già avvenuto nel 2017 le troviamonel Bollettino delle entrate tributarie - marzo 2017, pubblicato dal Ministero dell’economia e delle finanze, e riferito all’andamento delle entrate fiscali del mese di gennaio 2017. Parlando delle entrate fiscali dello Stato, il Bollettino esordisce dicendo che “Nel mese di gennaio 2017, le entrate tributarie crescono dell’1,9% per effetto delle imposte dirette e indirette” (il confronto è fatto con il mese di gennaio 2016; l’aumento è stato di 652 milioni di euro). Già di per sé, il dato macro è significativo. Le entrate da tributi sono però un indicatore importante degli andamenti economici e sociali di un paese. Cosicché, se si esamina la composizione del detto dato macro, si traggono informazioni interessanti su come vanno le cose.

Per quanto riguarda le imposte dirette, diminuiscono le entrate per ritenute sui redditi dei dipendenti del settore privato (- 43 milioni di euro, pari allo 0, 4%) e quelle sui redditi dei lavoratori autonomi (- 26 milioni di euro, pari al 2,2%). Per contro, aumentano le entrate per ritenute sui redditi dei dipendenti del settore pubblico (+ 278 milioni di euro, pari al 2,8%). Si legge dunque, in controluce, la crisi delle imprese che diminuiscono o licenziano il personale, se non addirittura tirano giù le serrande (checché si cerchi di far credere con Jobs act e dati Istat; meno entrate per ritenute sui redditi di lavoratori significano meno lavoratori). E quella delle libere professioni, con addetti in forte calo per effetto dell’ormai perdurante crisi economica. Aumenta l’Ires, l’imposta sul reddito delle società (+ 93 milioni di euro, pari al 55,7%). Il dato, indipendentemente dagli occupati (o forsanche per la loro diminuzione, con taglio dei costi), guardando al quadro economico generale può considerarsi positivo in quanto fa pensare a una mini-crescita (anche se poi l’Italia, cumulando tutte le tasse sulle imprese, è al top in Europa con una tassazione dei loro profitti che supera il 60%, contro una media mondiale che si aggira sul 40%).

Relativamente alle imposte indirette, l’Iva – a prescindere da eventuali nuovi aumenti – nel mese di gennaio 2017 ha già fatto la sua parte (+ 244 milioni di euro, pari al 4,5%). Tra le tasse non direttamente legate all’andamento dell’economia (tasse sui giochi, sui tabacchi e sulle successioni e donazioni), il dato in forte crescita è quello che riguarda le entrate per tasse sulle attività da gioco (lotto, lotterie, altre attività): + 196 milioni di euro, pari al 19,6%. Si abbandoni, dunque, l’idea che lo Stato rinunci a fare il biscazziere, togliendo macchinette, gratta e vinci e via cantando (poi lo stesso Stato, per lavarsi la coscienza, fa le campagne contro le ludopatie!). Inoltre, si gioca di più nei periodi di crisi poiché i cittadini tentano la sorte per risolvere i loro problemi economici, con gravi riflessi di disaggregazione sociale (ma, evidentemente, ai governanti tutto questo poco importa). Si fuma di meno, per cui diminuiscono le tasse sui tabacchi (- 164 milioni di euro, pari al 17,5%).

Ci sono poi le entrate fiscali degli enti territoriali (addizionali regionali e comunali all’Irpef, Irap, Imu e Tasi – per chi le paga). Sempre confrontate con il mese di gennaio 2016 aumentano, complessivamente, del 7,6% (+ 120 milioni di euro).

A conti fatti, la politica tendenzialmente nasconde questi dati preferendo frastornare i contribuenti sulle crisi che dilaniano i partiti o sugli scandali del malaffare. Ma poi, silenziosamente, mette le mani nelle tasche degli italiani e arraffa. E’ bene tenerlo sempre presente e, se del caso, magari protestare un po’.

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