I nodi al pettine del Pd

Dopo la kermesse del Lingotto, è partita ufficialmente la sfida politica tra Matteo Renzi e Andrea Orlando - cioè fra i due contendenti più accreditati, pur senza dimenticare la candidatura di Michele Emiliano - per la futura guida del Pd. Al netto dei sondaggi e degli indici di gradimento, è indubbio che ci sono diversità politiche e culturali profonde, anzi profondissime, su alcuni punti essenziali inerenti il Pd, la sua guida, il suo profilo politico e la stessa prospettiva di centro sinistra.

Ecco, io credo che sia importante, in un clima di reciproco rispetto e senza minacciare di “asfaltare” o di “cancellare” chi la pensa diversamente, soprattutto quando è minoranza, evidenziare almeno 4 punti qualificanti che faranno parte di questa sfida. Innanzitutto il “profilo” politico del partito. Al netto della propaganda, delle chiacchiere e dell’ipocrisia, il profilo del Pd non potrà che essere quello di un partito di centro sinistra. Ma, per non cadere nella retorica o nel solo marketing, è indubbio che per declinare realmente una proposta di centro sinistra, la futura guida del partito non può considerare ormai archiviata la storica e celebre distinzione tra la “destra” o la “sinistra” per sostituirla con altre categorie cosiddette moderne e più innovatrici ma molto più effimere. Il “vecchio” e il “nuovo” - che per il renzismo resta un caposaldo essenziale - di fatto, azzera la dialettica tra la destra e la sinistra e fa del partito uno strumento docile nelle mani del suo “capo” che esula da una precisa caratterizzazione politica e culturale. Su questo versante, e alla luce di come è stato condotto il partito negli ultimi tre anni con alcune scelte francamente lontane da una cultura politica di centro sinistra, il profilo futuro del Pd non può che essere un elemento di prim'ordine nel confronto congressuale.

In secondo luogo il capitolo delle alleanze. Anche qui è bene attenersi ai fatti e non ai pronunciamenti e agli slogan propagandistici. Occorre una linea chiara, netta, comprensibile e realmente percorribile. La proposta di Orlando, su questo versante, e' semplice ma chiara. E cioè, si deve ricostruire una coalizione di centro sinistra. Una coalizione larga, plurale, riformista e di governo. Una coalizione che non può essere confusa con un’alleanza con pezzi di centro destra o, peggio ancora, coltivando l'autosufficienza politica ed elettorale come sostiene con tenacia Orfini. Oltretutto con un partito che, soprattutto dopo la dolorosa scissione, non può vantare un consenso politico tale da indurlo all'autosufficienza. Ma per poter ricostruire una alleanza di centro sinistra, oltre a crederci, serve anche una legge elettorale che rinneghi alla radice quell’Italicum che resta all'origine dei nostri guai e che individui proprio nella coalizione il punto centrale per rilanciare una prospettiva riformista e di buon governo.

In terzo luogo la “natura” del partito. Occorre abbandonare il modello del “partito personale” – l’ormai noto “Pdr” per dirlo con Ilvo Diamanti e teorizzato recentemente al Lingotto anche da Sergio Chiamparino - e riportare il Pd ad essere realmente un “partito comunità”. Ovvero, l'esatto contrario di quello che siamo stati in questi ultimi tre anni. Certo, la leadership in un partito è importante ed è decisamente “un valore aggiunto” per lo stesso partito. Ma se un partito esaurisce il tutto nella sua leadership e, nello specifico, nelle virtù salvifiche e miracolistiche del suo capo, è destinato inesorabilmente, prima o poi, ad andare in crisi. Leadership e carisma possono tranquillamente convivere con una gestione democratica, collegiale e comunitaria del partito. Non sono affatto in contraddizione. Occorre superare definitivamente il modello berlusconiano che, purtroppo, ha contagiato in profondità la cultura politica italiana. E, in particolare, il modello concreto della organizzazione del partito. Un partito comunità è la precondizione anche per avere un partito plurale e per conservare lo stesso pluralismo che anima e caratterizza una esperienza come il Pd sin dalla sua fondazione. Il “pensiero unico”, come la gestione personale e la totale identificazione del partito con il suo leader, non sono compatibili con un partito come il Pd.

In ultimo la coincidenza tra il ruolo di segretario e quello di candidato a Premier. Al di là del futuro sistema elettorale, che non può essere comunque una variabile indipendente ai fini della individuazione del leader della coalizione, è indubbio che proprio questa coincidenza di ruoli ha provocato seri danni in questi anni. E questo sia per la inevitabile non dedizione al partito, alla sua organizzazione, al suo consolidamento e, soprattutto, alla impossibilità di declinare un'iniziativa politica autonoma rispetto al Governo.

Ecco perché, dopo la kermesse torinese, il confronto politico nel Pd entra nel vivo. Speriamo senza scomuniche, senza i soliti attacchi personali e senza le sempre più insopportabili minacce politiche.

*On. Giorgio Merlo, dirigente nazionale Pd

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