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Più piccola e con grandi vuoti

La Torino di oggi: meno abitanti e con un tessuto urbano da ridisegnare. La giunta grillina avvia l’iter di modifica del Piano regolatore di una città in cerca d’autore, dove anche le nuove vocazioni segnano il passo. Rassegnati alla decrescita?

Torino si è fatta più piccola e nell’ultimo ventennio ha cambiato radicalmente volto. La sua identità sarà sempre più quella di una città multicentrica, che riqualifichi le periferie, scongiuri la ghettizzazione sociale, sostenga gli insediamenti produttivi esistenti e ne incentivi la localizzazione di nuovi, valorizzi e tuteli le risorse ambientali, la ricchezza storica architettonica e paesaggistica, compresa quella industriale, privilegiando la manutenzione del patrimonio edilizio esistente, limitando il consumo di suolo. Questi, in sintesi, gli elementi della visione urbana che guiderà la revisione del Piano regolatore generale approvato 22 anni fa, ipotizzando una crescita economica permanente e una popolazione in espansione. Una evoluzione che si è arrestata, sia sotto il profilo demografico sia nella propria fisionomia e sia nei caratteri produttivi e sociali.

Un quadro che rappresenta per la nuova amministrazione grillina una sfida: anzitutto quella di riuscire a presentare una “visione” di città all’altezza dei tempi  e che, pur prendendo atto dei trend decisamente meno espansivi, non segni un declino dell’ex capitale industriale, ma sappia all’opposto precostituire le condizioni per uno sviluppo futuro. Un banco di prova su cui si misureranno inevitabilmente le tentazioni di “decrescita” più o meno felice che allignano nello schieramento dei Cinque Stelle.

Il primo passo è stata l’approvazione nella seduta odierna della giunta comunale di Chiara Appendino della delibera di indirizzo, atto con il quale è stato recepito un ampio documento che passerà al vaglio della Sala Rossa, passaggio obbligato perché tali intendimenti diventino operativi. Per l’amministrazione pentastellata si tratta di una vera e propria operazione di “manutenzione straordinaria”, la cui concezione urbana, arricchita di nuovi contenuti progettuali, scaturisce dal programma di governo della città, approvato il 28 luglio scorso dal Consiglio Comunale.

Le linee guida del Piano vigente erano state redatte dagli urbanisti Augusto Cagnardi e Vittorio Gregotti. “All’atto della sua approvazione, si ipotizzava una capacità insediativa teorica di 1.151.400 abitanti. Un dato fortemente sovradimensionato: al 31 dicembre scorso erano infatti iscritti all'anagrafe cittadina 888.921 residenti - spiega il vicesindaco, Guido Montanari -. Al momento di essere adottato lo strumento urbanistico, nel 1995, Torino viveva la transizione verso una città post industriale. Erano già evidenti gli esiti del declino del settore manifatturiero con i processi di delocalizzazione di molte attività legate all’industria dell’auto e al suo indotto”.

Una transizione che, per quanto difficile e a tratti dolorosa, è stata però accompagnata da nuove (e allora inedite) vocazioni. “I vuoti urbani - aggiunge il numero due di Palazzo civico - hanno rappresentato anche una risorsa, consentendo attraverso la trasformazione di 6 dei 10 milioni di metri quadrati disponibili delle aree dismesse, una rinascita della città, con un disegno che traeva il principale motivo ispiratore dalla copertura della trincea ferroviaria in un processo che ha ridefinito anche identità e vocazioni, individuando accanto a quelle produttive funzioni quali il turismo e la cultura. Ma si tratta di un piano che prevedeva la rinascita della città a partire dalle aree industriali, dallo sviluppo del mercato edilizio e dal marketing urbano come attrattore di investimenti anche a scala internazionale. Con una visione improntata alla certezza di un costante sviluppo economico e con un conseguente sovradimensionamento di capacità edificatorie. Oggi occorre prendere atto di queste tendenze operando un deciso ridimensionamento della capacità insediativa”.

Torino, insomma, deve disegnare se stessa e provare a immaginare come sarà nei prossimi 15-20 anni. “La revisione – conclude Montanari - si baserà sulla verifica dello stato di attuazione del Piano e sul censimento del patrimonio immobiliare inutilizzato, ai fini della promozione e pianificazione del loro riuso e della riqualificazione”. 

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