LAVORO & OCCUPAZIONE

Sciopero contro il lavoro

Protesta dei sindacati all’outlet di Serravalle per contestare la decisione della proprietà di tenere aperti i 250 negozi il giorno di Pasqua. Sotto accusa i contratti flessibili e a tempo. Il papà sindacalista in piazza la figlia dietro il bancone - FOTOGALLERY

“C’è sciopero, ma io ho un contratto per uno stage, che faccio papà?”. E papà, adesso è lì con la maglietta rossa della Cgil a sventolare la bandiera del sindacato che sembra un sipario che ora si chiude, ora si apre sull’immagine da cartolina dell’Outlet di Serravalle, terra di confine tra Piemonte e Liguria, striscia d’asfalto verso la prima autostrada d’Italia che sia chiamava camionale, conca tra vigneti del Gavi che quell’isola dello shopping ha riempito di turisti fino a un po’ d’anni fa più probabili su Marte, di strade nuove, rotonde con erba da campo da golf, di tanti negozi, di soldi e, sì, di posti di lavoro. Duemila suppergiù in quel presepio del lusso conveniente. “Le ho detto: vedi tu. E cosa le potevo dire?” ammette il sindacalista ammainando la bandiera della lotta dura davanti alla realtà di un contratto debole.

Sono molti i contratti di questo genere nel tempio dello sconto sui capi firmati, dove c’è pure chi come un negozio di una notissima griffe di pelletteria made in Italy, ma da tempo proprietà francese, ha assicurato uno straordinario festivo di 140 euro per chi lavorerà domani. Che sì, è Pasqua, ma la Quaresima non ha cittadinanza e la resurrezione resta quella dei bilanci milionari nella città commerciale sorta laddove era una stesa di campi attraversati da una strada che per decenni ha visto fiorente ben altro mercato. L’arrivo dell’Outlet ha avuto, qui, pure questo valore aggiunto: lo sfratto silenzioso di una prostituzione di strada che incominciava poco fuori Novi Ligure e arrivava al casello della camionale.

“A Pasqua non si lavora” ripetono i manifestanti, duecento sì e no, che dalle nove del mattino bloccano la strada verso il centro commerciale dai due lati. I parcheggi che abitualmente si riempiono di migliaia di auto, restano pressoché vuoti. I negozi, all’interno dell’Outlet, sono tutti aperti meno uno. Parecchi dipendenti hanno anticipato l’arrivo per evitare di essere presi a male parole com’è capitato a chi varcando l’ingresso s’è preso, quando è andata bene, del venduto o del crumiro. Vecchie scene in un contesto nuovo e complicato dalla miriade di contratti applicati, ma anche da una globalizzazione che qui ha la sua traduzione da infilare nello shopper di cartone con marche che molti potrebbero solo continuare a sognare.

Nel sogno che diventa realtà, in quella via Montenapo dove arrivano pure i pullman con i croceristi che fanno tappa in Liguria, le famigliole a passare la domenica e gli stranieri a far valere il loro cambio, in questo sogno il sindacato si risveglia. Ma pare farlo di soprassalto e guardando poco fuori dalla finestra. Parole d’ordine della sinistra che fu e valori religiosi riscoperti da chi, come la segreteria confederale della Cisl Anna Maria Furlan ancora pochi giorni fa tuonava, nel cielo aperto da Papa Francesco, che “lavorare a Pasqua è sbagliato”. Per non dire della sua collega, la numero uno della Cgil Susanna Camusso piombata il 30 marzo scorso ad arringare le maestraenze. Giusto? Sbagliato? Inevitabile? La risposta non la si trova né guardando le facce sotto le bandiere, né quelle dei clienti che abbandonata la macchina appena fuori il casello s’incamminano sulla strada sgombra. Par di essere tornati alle domeniche dell’austerity di metà anni Settanta. Allora scarseggiava il petrolio, oggi abbonda l’offerta a prezzi ridotti.

Giapponesi con trolley da riempire arrivano per primi mentre chi lancia slogan rischia di passare per l’ultimo dei giapponesi in una guerra ormai persa contro un modello di economia che resta solo più nei ricordi. E negli slogan, appunto. Non ci vuol molto a capire che se lavorare a Pasqua è un problema, il Problema è un altro qui (ma non solo): sono quei contratti sempre meno garantiti. Perché se c’è chi nel presepio del lusso accessibile mete mano al portafogli come dovrebbe sempre avvenire al fine di compensare il lavoro festivo, il restare al bancone invece che a tavola in famiglia, c’è pure chi è andato avanti fino a ieri con i voucher e oggi non cambia di molto. “Sono qui perché io ho un contratto a tempo determinato” dice la donna sulla quarantina, capelli scuri e piglio deciso che quando la tensione sale un po’ si mette insieme ad altri a cercare di impedire l’accesso pure a chi ha accettato di lasciare l’auto e proseguire a piedi. Qualcuno passerà, qualcuno girerà sui tacchi mugugnando. E dire che l’ingresso della creatura di Mc Artur Glenn è poco distante.

Si sentono i ripetuti annunci: “I negozi sono aperti, attendiamo la gentile clientela”. Chi, invece resta muta è la politica. Almeno secondo il senatore Federico Fornaro di Mdp: “La politica non può continuare a rimanere sorda di fronte alla progressiva compressione dei diritti dei lavoratori ed è indispensabile che il disegno di legge sulla regolamentazione delle aperture dei grandi centri commerciali approvato alla Camera nel 2014 riprenda il suo iter al Senato per una sua rapida trasformazione in legge” dice. Lui è uno dei due soli parlamentari presenti alla manifestazione. L’altra, la dem orlandiana Cristina Bargero, componente della commissione Attività produttive della Camera, spiega che “la presenza della politica deve essere di doveroso ascolto e di vicinanza alle istanze dei lavoratori non solo per l’apertura durante Pasqua, per cui il disegno di legge sulla regolamentazione delle aperture dei grandi centri commerciali approvato alla Camera deve ora trovare un rapido iter di approvazione in Senato, ma riguardo al tema delle tipologie di contratto applicate che vedono spesso messi in discussione i diritti più fondamentali dei lavoratori”.

Insomma, “è necessario aprire un dialogo tra proprietà e sindacati, perché l’outlet che rappresenta una risorsa per il territorio lo possa rappresentare anche per i lavoratori”. Una sintesi, tutto sommato, possibile. Oltreché indispensabile. La stessa, in fondo, che ha mosso la decisione del sindaco di Serravalle Alberto Carbone (Pd) che ben sa quanto abbia portato l’outlet nel suo comune e che, tuttavia, di buon mattino è sceso in strada per incontrare i lavoratori, dicendosi disponibile qualora occorra a un’opera di mediazione. Già, perché l’ultimo incontro tra sindacati e dirigenza del centro commerciale pare risalga ad anni fa.

“Ai negozi che non apriranno domani la Mc Arthur potrebbe far pagare una penale” spiega una dipendente a rafforzare l’idea delle pressioni. Ma anche a confermare quel sistema su cui si basa il villaggio delle griffe: una macchina funziona se non si inceppa neppure un ingranaggio. Oggi qualche rotella si è fermata: 6mila clienti in meno dicono dall’outlet dove hanno offerto caffè gratis a chi è riuscito a varcare l’ingresso. Lo ha fatto anche una delegazione dei sindacati verso mezzogiorno. “È stata una giornata importante per tutti –  ha detto al termine dell’incontro la direttrice dell’outlet Daniela Bricola –. Abbiamo discusso di diversi aspetti, molti dei quali non possono arrivare sul nostro tavolo. Noi possiamo incentivare, favorire, ma su molte istanze non abbiamo potere diretto”. “Il problema – ribattono i lavoratori – è  continuare a rimbalzare le competenze su decisioni importanti come quella delle aperture, i troppi contratti precari, gli stagisti e le conseguenze le paghiamo noi”.

Domani lo sciopero è confermato. “Staranno a casa probabilmente solo quelli che hanno un contratto a tempo indeterminato, quelli come me che sono garantiti” prevede la dipendente che ferma sulla strada cerca di convincere una signora a non passare. Poco lontano l’uomo con la maglietta della Cgil sventola la bandiera. E forse pensa a sua figlia che domani al lavoro ci andrà.

A Pasqua non si lavora

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