LEGGE & MORALE

La “cultura” rom non giustifica l’accattonaggio con minori

Condannata a 10 mesi una coppia di nomadi che chiedeva l’elemosina all'aperto e in pieno inverno con la figlioletta di pochi mesi. Per il giudice l'appartenenza all'etnia non esclude la rilevanza penale della condotta. Concesse le attenuanti, ma sono spariti

Accettare uno stile di vita come quello dei rom non permette di chiedere l’elemosina portando con sé una neonata perché la condotta ha rilevanza penale. Possono però essere concesse le attenuanti generiche in ragione dell’appartenenza etnica. Anche su queste basi un giudice torinese, Rossella La Gatta, ha condannato a dieci mesi di carcere una donna di un campo nomadi che fra il novembre del 2014 e il febbraio del 2015 era stata vista mendicare in una strada periferica, all’aperto e in pieno inverno, con in braccio la figlioletta di poche settimane. Stessa pena è stata inflitta al compagno. Entrambi sono punibili, secondo la giudice, perché “l’accettazione di un determinato stile di vita, seppure radicato nella cultura e nei costumi di una comunità, non può escludere la rilevanza penale” soprattutto se “vengono coinvolti principi fondamentali dall’essere umano”. Ma se l'appartenenza etnica “non discrimina la condotta”, consente comunque di beneficiare delle attenuanti. In ogni caso, a differenza di quanto affermava l’accusa, il reato non è quello di maltrattamenti in famiglia, che richiede un certo grado di consapevolezza, ma quello meno grave di accattonaggio con minori. Siccome “è verosimile” che in futuro ricorreranno a simili espedienti per sopravvivere, gli imputati non hanno ottenuto la condizionale: oggi sono irreperibili, ma se verranno rintracciati - a sentenza definitiva - scatterà l’arresto.

Accadde tutto fra il novembre del 2014 e il febbraio del 2015. Per settimane la rom - che occupava una baracca in un vicino campo abusivo - si presentò al trafficatissimo incrocio del Ponte della Barca, all’estrema periferia della città, aggirandosi fra le auto insieme alla figlioletta, nata in ottobre. “Devo mangiare” è la risposta che diede a chi le suggerì di non esporre la bimba ai gas di scarico. Due cittadini (uno dei quali un giocoliere) informarono la polizia municipale. «È evidente - scrive la giudice - che l’imputata si serviva della piccola come un “mezzo strumentale” a un più compassionevole ed efficace esercizio della mendicità». Però faceva tutto quanto le era «materialmente e concettualmente» possibile per proteggerla: la teneva bene infagottata in un tutone termico, la adagiava nel passeggino quando dormiva, nelle giornate di pioggia o neve non la portava con sé. Non di maltrattamenti, dunque, si deve parlare.

Gli avvocati difensori, Maurizio Cossa e Matteo Massaia, hanno già presentato un ricorso in appello: chiedono che venga esclusa l’ipotesi dell’impiego di minori (“non era la bimba a chiedere l’elemosina”) e la non punibilità per “fatto tenue”. Dopo l’apertura dell’indagine la famiglia rom si è dileguata. Alla coppia non è stata concessa la condizionale perché, scrive la giudice, è «verosimile» che in futuro ricorrerà a espedienti analoghi per sopravvivere. Significa che - a sentenza definitiva - se verranno rintracciati scatterà l’arresto.

Una sentenza che arriva pochi giorni dopo il pronunciamento del Tar Piemonte a proposito dei abusi edilizi commessi da alcuni sinti in un loro campo. La legge è uguale per tutti. Un caposaldo della giurisprudenza che va applicato quale che sia l’origine etnica.“E i nomadi sinti non possono fare eccezione, invocando i diritti delle minoranze per conservare le loro case abusive”., così si sonono espressi i giudici amministrativi  confermando il provvedimento con cui il Comune di Givoletto, in provincia di Torino, aveva ordinato lo scorso gennaio la demolizione dei fabbricati su terreni agricoli di proprietà municipale.

Il ricorso, presentato da una donna, faceva leva sul “diritto nazionale e internazionale volto alla protezione del diritto al domicilio della popolazione di etnia zingara“. Ma il Tar è stato di diverso avviso: “Invocando la propria origine etnica – è scritto nella sentenza – la parte si limita a pretendere una disapplicazione della legge in proprio favore, mentre il diritto alla scelta di una vita sedentaria da parte delle popolazioni zingare nulla ha a che vedere con il preteso diritto a violare la legge”.

print_icon

0 Commenti

Inserisci un commento